Musica

10 canzoni per conoscere i Beatles

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December 19, 2018

Il corto ma tortuoso viaggio dei Beatles ebbe inizio precisamente il 6 luglio del 1957, quando a Liverpool un John Lennon sedicenne, indubitabilmente ubriaco, mise il proprio braccio attorno alle spalle di un “perfetto scolaretto” – così si definisce McCartney stesso, ricordando l’episodio – chiamato Paul.

Prendendo le mosse da un gruppo skiffle1 fondato da Lennon nel ‘56, McCartney, George Harrison ed infine, nel 1962, Ringo Starr, si aggregarono a quella che sarebbe diventata la più influente band del millennio. Quarryman, Johnny and the Moondogs, Beatals, Silver Beetles, ma alla fine il nome scelto fu proprio The Beatles.

Ecco 10 canzoni per conoscere e comprendere la portata rivoluzionaria dei Beatles, ripercorrendo i momenti salienti della loro carriera.

1) Love Me Do – singolo, 1962

2) From Me To You – singolo, 1963

3) We Can Work It Out – singolo, 1965

4) Yesterday – singolo, 1965

5) Eleanor Rigby – Revolver, 1966

6) Taxman – Revolver, 1966

7) Tomorrow Never Knows – Revolver, 1966

8) Strawberry Fields Forever – singolo, 1967

9) I Want You (She’s So Heavy) – Abbey Road, 1969

10) The Long And Winding Road – singolo, 1970

1) Love Me Do – singolo, 1962

Si tratta del primo singolo della discografia ufficiale dei Beatles, registrato due volte e pubblicato in entrambe le versioni. Nella prima delle due, infatti, la performance di Ringo non convince George Martin – storico produttore discografico della band di Liverpool, considerato “il quinto beatle” – tanto che, per la seconda, al suo posto viene ingaggiato un turnista di nome Andy White, mentre il “beatle triste” si limita a suonare il tamburello. Il 45 giri (il cui b-side è P.S I Love You) si guadagna il diciassettesimo posto in classifica.

Già da questo primo successo emerge lo schema che per buona parte della carriera dei Beatles sarà alla base delle loro canzoni: una struttura chorus/bridge alla Tin Pan Alley2 (contrapposta al più comune verso/ritornello). Sarà proprio con questa “strategia” che i Beatles comporranno canzoni ingegnose ed orecchiabili, destinate a portare una ventata di aria fresca nel mondo della musica leggera.

2) From Me To You – singolo, 1963

Pubblicata nel ’63, From Me to You è il primo singolo dei Beatles a raggiungere il primo posto in tutte le classifiche inglesi. Accreditata alla coppia Lennon-McCartney – a cui sono attribuite la stragrande maggioranza delle canzoni del gruppo – se letta fra le righe, si rivela molto più che una banale canzone d’amore. Come spiega Franco Fabbri3, questa canzone “postale” – la frase From Me To You si rifà infatti ad una formula epistolare – si accende di significato solo tenendo in considerazione la morale dell’epoca. Una morale secondo la quale una ragazza non avrebbe dovuto cedere allo “spasimante” finché questo non le avesse messo l’anello al dito; un’etica alla quale si stava pian piano affacciando una generazione più spensierata e pronta a godersi la vita con scambi affettivi e sessuali svincolati da qualsiasi responsabilità. Si tratta di una canzone che allude alla fisicità dell’oggetto e che man mano, in questo senso, si fa più esplicita culminando con la frase and keep you satisfied accompagnato da un oooh e, molto probabilmente, da uno scuotimento di capelli a caschetto. Una “coreografia”, questa, mirata ad esercitare un ben preciso effetto sulle adolescenti in preda alla beatlemania, accostata ad un testo che sottende (e contribuisce in maniera efficace) alla liberazione dei costumi sessuali di una generazione.

3) We Can Work It Out – singolo, 1965

John Lennon, riferendosi alla canzone, ha affermato: “La prima metà è di Paul, il middle-eight è mio. […] io me ne uscii con life is very short, and there’s no time for fussing and fighting, my friend. La parte di Paul è ottimistica e propositiva, la mia è spazientita e insofferente”. We Can Work It Out è non a caso considerata una delle migliori testimonianze della vena compositiva Lennon-McCartney, rappresentanti di due scuole contrapposte: l’una fondata sull’approfondimento, l’altra sulla spensieratezza.

Alla canzone fu affiancata una performance bianco e nero in playback a scopo promozionale, finalizzata soprattutto ad evitare apparizioni live. Il filmato è considerato, insieme ad altri, precursore degli odierni videoclip musicali. Nel video, il vestiario e la capigliatura identica (caschetto che, ispirando le mamme di tutto il mondo, avrebbe rovinato le generazioni a venire) concorrono a rafforzare l’immagine della coesione di gruppo, di cui i Fab Four4 sono l’emblema. È fondamentale, infatti, l’apporto dei Beatles alla definizione del concetto di band moderna.

Il videoclip si macchia involontariamente di quella che, a posteriori, in letteratura verrebbe definita ironia tragica: John, Paul, George e Ringo Starr sembrano avvolti

in un velo di tristezza. Lennon, che verrà assassinato da uno squilibrato nel 1980 all’età di quarant’anni, accompagna il ritornello cantato da McCartney, pronunciando la frase da lui composta: la vita è troppo breve, e non c’è tempo per agitarsi e litigare, amica mia. Tuttavia non lascia scappare qualche sorriso, quasi egli stesso ironizzasse sul suo avvenire.

4) Yesterday – singolo, 1965

Considerata la canzone più bella dei Beatles e scelta dalla rivista Rolling Stone (nonché dall’emittente MTV) come canzone pop numero uno di tutti i tempi, Yesterday è attribuita al genio di Paul McCartney. Lo stesso McCartney racconta: “Abitavo in una specie di piccolo appartamento nell’attico ed ero riuscito a farci entrare un pianoforte. Molto artistica come situazione. Su quel piano ho trovato gli accordi di Yesterday, una mattina appena sveglio”. L’aveva sognata la notte, ma il dubbio di averla già sentita da qualche parte lo tormentava. “Ho iniziato a farla sentire in giro a tutti i miei amici, chiedendo loro che canzone fosse: ‘La conosci? È una bella melodia, ma non credo di averla scritta io perché me la sono sognata’, e non mi era mai successo di creare una canzone in quel modo” – spiega l’ex beatle. McCartney arriva alla conclusione che, come un oggetto smarrito, se nessuno l’avesse reclamata dopo qualche settimana, allora poteva tenerla.

Yesterday, affrontando per la prima volta un tema privato, rivela l’intenzione dell’autore e del gruppo di andare oltre alla ricetta iniziale del proprio successo. Sebbene la tematica sia personale, l’intreccio tra voce e strumentale è in grado di trasmettere qualcosa che supera il mero significato testuale. Articolandosi in un armonioso accostamento di chitarra e quartetto d’archi, la canzone riesce a coinvolgere emotivamente tanto da far provare nostalgia per qualcosa che non si riesce a definire. In fondo, anche se forse non è stato “ieri”, ognuno ha il suo “yesterday” da ricordare con malinconica.

5) Eleanor Rigby – Revolver, 1966

Eleanor Rigby, che ottenne un Grammy nella categoria Best Contemporary Rock and Roll Vocal Performance Male, è il simbolo di un momento chiave della carriera dei Beatles: è una delle meglio riuscite testimonianze della trasformazione della band, intrapresa a partire dall’album Rubber Soul del ‘65 (soprattutto grazie all’influsso di Bob Dylan), da gruppo orientato principalmente al pop a gruppo più serio e sperimentale. È proprio a partire da Rubber Soul che allo schema tipico della produzione Tin Pan Alley, subentra la creazione di comedy songs basate sulla narrazione di brevi storie, nella prospettiva di canzoni meno spensierate.

Con questo pezzo interamente scritto per d’archi, i Beatles si rivelano una delle prime band – se non la prima in assoluto – ad approcciarsi alla musica colta. Optando per registrare ogni strumento singolarmente (in maniera del tutto innovativa rispetto al tradizionale metodo di registrazione), la canzone raggiunge una nitidezza e politezza del suono senza eguali.

6) Taxman – Revolver, 1966

A partire da Revolver, George Harrison – a cui è attribuita la traccia – inizia a mettersi in luce, ricevendo addirittura l’onore di aprire l’album. Sarà con Something che Harrison raggiungerà la vetta più alta della sua carriera da compositore nei Beatles, anche se non meno meritevole rimane While My Guitar Gently Weeps, sensuale ballata rock.

È proprio da Taxman che Gianfranco Salvatore5 trae ispirazione per scrivere un libro intitolato I primi quattro secondi di Revolver. All’inizio di Taxman, nei primi quattro secondi, appunto, in ordine temporale si susseguono un conteggio (non a tempo e non finalizzato all’attacco della canzone), un colpo di tosse, un rumore di nastro riavvolto ed un leggero ronzio elettrico. Il disco presenta quella che appare come un’introduzione: si tratta di qualcosa d’inedito e innovativo per l’epoca, preso atto del fatto che l’introduzione fosse prerogativa delle opere colte. I Beatles per la prima volta cercano di imprimere al proprio lavoro l’idea di “opera nel suo insieme”, che verrà ripresa e sviluppata con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), da molti considerato il primo concept album6 nella storia della popular music. Il conteggio, inoltre, dichiara l’artificialità dell’opera: quelle che si sentono sono azioni tipiche dello studio di registrazione. Già con il singolo Paperback Writer, i Beatles avevano evidenziato lo spazio di registrazione come completa finzione, creando un effetto di evidente irrealtà.

7) Tomorrow Never Knows – Revolver, 1966

Tomorrow Never Knows è l’ultima canzone della seconda facciata di Revolver, ma anche la prima dell’album ad essere stata registrata. George Harrison ha raccontato a proposito del titolo apparentemente insensato: “Ringo diceva spesso frasi grammaticalmente scorrette, che ci facevano ridere.”. “È che mentre dicevo una cosa me ne veniva in mente un’altra, e finivo per confonderle. John se le segnava, le mie frasi. Questa mi pare di averla detta in un’intervista televisiva” – ha precisato Starr. La canzone – insieme a A Day In The Life – rappresenta il più alto livello di innovazione introdotta dai Beatles. Con Tomorrow Never Knows i Beatles ed il loro team danno vita alla più alta inventiva acustica mai sperimentata in qualsiasi studio di registrazione sul finire degli anni ’60. Partendo da un’idea di John Lennon, il quartetto di Liverpool decide di lavorare interamente con i nastri e, in particolare, con il loop di nastri elettromagnetici giuntati ad anello per riprodurre lo stesso suono ciclicamente (furono i primi a provare una simile tecnica). Si trattò quasi di un’operazione di bricolage: tra i vari loop vi sono anche la risata di Paul, una chitarra elettrica registrata al contrario, un accordo orchestrale in SI bemolle maggiore e un mellotron7 suonato con il registro del flauto.

8) Strawberry Fields Forever – singolo, 1967

Ideata da John Lennon e considerata uno dei migliori brani del gruppo, Strawberry Fields Forever (che sarebbe dovuta comparire nell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ma di fatto uscita come singolo, per poi essere inclusa in Magical Mystery Tour), insieme a Lucy In The Sky With Diamonds, rappresenta la massima espressione del rock psichedelico inglese. Secondo l’aneddotica si tratta di una canzone che diede molto da fare ai Beatles i quali, mai entusiasti del risultato, ne registrarono circa 24/25 take. La trovata che portò alla realizzazione finale, fu quella di montare insieme due versioni diverse della canzone (delle quali una arrangiata con il mellotron). Ciò rese necessario rallentare la take più veloce, per poterla innestare all’altra esattamente sul going del secondo ritornello. Il montaggio, che per la prima volta modifica la struttura di un brano, grazie all’ingegnoso camuffamento dello stacco fra le due take, porta ad un sorprendente risultato. Tale tecnica di montaggio con finalità strutturali sarebbe poi divenuta essenziale nel jazz e nel progressive rock. I Beatles, tuttavia, si rifaranno all’esperienza di Strawberry Field Forever per concepire le strutture ancora più elaborate di alcune canzoni di Sgt. Pepper e del White Album.

9) I Want You (She’s So Heavy) – Abbey Road, 1969

Dopo aver lasciato incompiuto il progetto Get Back (uscito “postumo” con il titolo di Let It Be), tentativo dei Beatles di “tornare alle origini”, la band si presenta nell’album Abbey Road con un nuovo volto. I Fab Four si incarnano così nel primo gruppo di rock progressivo. A risultare particolarmente anticonvenzionale è la traccia I Want You (She’s So Heavy), che Lennon scrisse pensando alla moglie Yoko Ono. Si tratta di un pezzo “heavy rock”, lungo quasi otto minuti, durante il quale vengono ripetute un totale di quattordici parole. Quattordici parole che sono un concentrato di significato, evocando passione, sensualità ed istinto animale: un vero e proprio effetto alla “m’illumino d’immenso”, con il quale l’autore riesce a cogliere pienamente l’essenza dell’attimo vissuto. Lo strumentale si basa su un riff che, in un crescendo di cupezza e minacciosità, sembra addirittura anticipare quello che verrà a chiamarsi doom metal8. I Beatles, che già avevano varcato le soglie dell’hard rock e del proto-metal con canzoni come Revolution, Happiness Is A Warm Gun, Hey Bulldog ed Helter Sketler – da molti considerata la prima canzone heavy metal della storia – si dimostrano perciò grandi sperimentatori anche sul piano dei generi.

Lennon ha affermato, riferendosi ad I Want You (She’s So Heavy): “Un recensore ha scritto di me, a proposito di questa canzone: ‘Pare aver perso il suo talento per i testi, da come questo è semplice e noioso’. She’s so heavy parla di Yoko. E, come ha detto lei, se stai annegando non mormori ‘Sarei davvero molto lieto se qualcuno avesse l’occasione di prendere atto che sto andando a fondo e venisse nella mia direzione per salvarmi’: gridi ‘aiuto!’ e basta. È quello che faccio io in I Want You (She’s So Heavy)”.

Lo strumentale, che pian piano trascina ed ingloba in un’atmosfera sinistra e surreale, interrompendosi bruscamente risveglia la coscienza assopita dell’ascoltatore, che solo allora realizza di aver appena ascoltato una registrazione.

10) The Long And Winding Road – singolo, 1970

The Long And Winding Road è la facciata A dell’ultimo singolo ufficiale dei Beatles. McCartney e Lennon ne registrano un provino nel ’69 durante una seduta dedicata al cosiddetto progetto Get Back, finalizzato ad eliminare sovraincisioni e montaggi per riportare le canzoni allo stato di “naturalezza” degli inizi. John Lennon, tuttavia, all’insaputa di McCartney, affida il materiale del progetto ad un famoso produttore americano: Phill Spector. Il provino della canzone viene da lui risistemato in una tessitura sinfonica e corale hollywoodiana.

Con The Long And Winding Road, divenuto un grande successo dei Beatles, la band – come spiega Franco Fabbri – in un certo senso corona il proprio obiettivo di tornare alle origini: riappare, infatti, il caro e vecchio schema alla Tin Pan Alley (che, in realtà, non fu mai del tutto accantonato), proprio quello del loro esordio con Love Me Do.

Una volta ascoltato il risultato, McCartney annuncerà la sua uscita dal gruppo, segnando la fine di un importante capitolo nella storia della popular music.

Certo non bastano 10 canzoni per conoscere un gruppo dalle 1000 sfaccettature! Degne di essere menzionate sono anche Hey Jude e Let It Be, note soprattutto per i loro testi e per l’energetico e travolgente finale della prima. Da non dimenticare è I Am The Walrus, altro eccellente esperimento di musica psichedelica. Un’attenzione particolare meriterebbe Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band come opera d’insieme, ma anche per l’interessante dispiegamento delle sperimentazioni con il sound, oltre che per la messa in gioco di tematiche che si rifanno alla guerra, alla droga e alla ribellione, dimostrandosi un perfetto sottofondo allo stato d’animo di un mondo immerso nella guerra del Vietnam, negli stupefacenti e nella violenza. Pietra miliare è anche l’album Abbey Road, che contiene tracce intramontabili come Something (il capolavoro di George Harrison), Come Together, Oh! Darling (in cui la voce di McCartney passa continuamente dall’essere dolce, all’essere “sporca”) ed un b-side all’insegna del virtuosismo. Qui, riff tutt’altro che anonimi, campane, archi, cori ed armonizzazioni vocali quasi oniriche, si mescolano in più rapsodie composte da piccoli capolavori (da ascoltare rigorosamente in successione) come Golden Slumbers, Carry That Weight e The End. Ed anche il cosiddetto White Album, anteriore rispetto ad Abbey Road, merita di essere citato: costituisce l’esempio più evidente di quattro solisti nel pieno della propria maturità artistica, riuniti a suonare nello stesso album. In ultimo, per chiudere il cerchio, termino l’articolo citando Don’t Let Me Down, il cui official video Vevo, tra quelli della band, è il primo ad aver superato le 100.000.000 visualizzazioni su youtube. Nel videoclip, tratto dal famoso The Beatles’ Rooftop Concert, i Beatles si dimostrano, malgrado i litigi e gli screzi che li avrebbero condotti al vero e proprio The end, sorridenti ed in perfetta armonia, nelle vesti dei personaggi da loro costruiti e consolidati nel tempo: non ci sono più i quattro ragazzi che scuotono il caschetto al ritmo di Twist and Shout, ci sono solo un John Lennon che domina il palco con maestria quasi innata, un Paul McCartney disinvolto e “ballerino”, un George Harrison ridente ed un Ringo Starr dalla tecnica affinata.

Linda Vassallo

Note:

1. Genere musicale paragonabile al folk americano, che prese piede in Inghilterra negli anni ‘50 e ‘60.

2. Tin Pan Alley è il nome dato all’industria musicale newyorkese, utilizzato poi per indicare una determinata tipologia di canzone a carattere di recitativo.

3. Franco Fabbri, musicista (con gli Stormy Six) e musicologo, ha insegnato materie collegate alla storia, all’estetica e all’economia della popular music all’università di Torino, Genova e Milano. È stato presidente della International Association for the Study of Popular Music.

4. Soprannome dei Beatles.

5. Musicologo e critico musicale italiano. È docente di Civiltà musicale afroamericana e Storia della popular music presso la facoltà di Lettere, Filosofia, Lingue e Beni culturali dell’Università del Salento.

6. Album musicale le cui tracce sono incentrate su un unico tema o sviluppano una storia. 7. Strumento musicale a tastiera divenuto popolare alla fine degli anni ‘60.

8. Sottogenere dell’heavy metal caratterizzato da sonorità molto cupe e lentezza di motivi e riff.

Bibliografia

FABBRI F., Around The Clock – Una breve storia della popular music, Da Agostini Libri S.p.A, Novara, 2016.

FABBRI F., Il suono in cui viviamo – Saggi sulla popular music, Il Saggiatore, Milano, 2008.

ZANETTI F., Il libro bianco dei Beatles – La storia e le storie di tutte le canzoni, Giunti Editore, Firenze, 2012

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