Psicologia

Disturbo e violenza: un binomio da sfatare

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December 19, 2018

Il tema della pericolosità sociale è spesso poco sottolineato dai media e dai giornali, ma è un argomento che unisce diverse discipline che, naturalmente, possono evidenziare diversi aspetti e porli sotto differenti punti di vista, talvolta discordanti. Attraverso la descrizione delle figure che si occupano di questo argomento, gli strumenti utilizzati e l’analisi di questo concetto sia dal punto di vista psicologico sia da quello giuridico, si giunge a una chiarificazione che può aiutare a comprendere le sfumature di questo contenuto. Tale chiarimento è necessario poiché gran parte dell’opinione pubblica è ancora legata alla credenza che chi soffra di disturbi mentali commetta necessariamente atti violenti.

Prima di descrivere che cosa sia la pericolosità sociale è importante sottolineare il concetto di imputabilità che nel nostro sistema penale è strettamente connesso a due cause che possono escluderla o diminuirla: le alterazioni patologiche, generate da un’infermità di mente o dall’azione di sostanze stupefacenti; e l’immaturità fisiologica o parafisiologica che dipende invece dalla minore età e dal sordomutismo (C. Saronni, 2014). Questo significa che se l’individuo, nel momento in cui ha compiuto il fatto, era maggiorenne, fisicamente e mentalmente sano e in una situazione che non differiva dalla normalità, l’individuo in questione è punibile.
Un elemento da evidenziare è il vizio di mente, il quale può essere parziale o totale. Il vizio parziale si riferisce alla condizione in cui per via dell’infermità, l’individuo era, durante la commissione del reato, in uno stato di mente in cui la capacità di intendere e di volere tende a scemare, senza però escluderla. Il vizio totale prevede che non sia imputabile chi al momento in cui ha commesso il reato fosse in un tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere.

Lo strumento più utilizzato per indagare la pericolosità sociale è la perizia, ossia un’attività svolta da un perito (nel processo penale) nonché l’elaborato in cui vengono esposti i risultati ottenuti dal lavoro peritale.
La perizia ha tre funzioni fondamentali: permette di svolgere indagini per ottenere dati probatori, consente di acquisire gli stessi selezionandoli e interpretandoli e permette di avere anche delle valutazioni sui dati assunti. Attraverso la perizia non si indaga solamente la capacità di intendere e di volere, ma anche la condizione psicofisica dell’individuo al momento del fatto di reato, la sua capacità di avere giudizio e di comprendere quindi le finalità e i metodi attuati nel processo in cui è coinvolto (C. Saronno, 2014).

Il perito opera per capire i rapporti tra le problematiche psicopatologiche e i comportamenti – reato molto spesso poco chiari. Egli va a indagare sia il livello psicopatologico e oggettivo, sia quello normativo attraverso cui avviene la valutazione dell’incapacità di intendere e di volere al momento del reato. Tracciare il confine tra normalità e patologia è un compito difficile perché il concetto di “normalità” non è sempre chiaro. Uno dei presupposti fondamentali della perizia è quello di esporre in modo trasparente le informazioni che il perito ha ottenuto attraverso gli atti processuali, i risultati delle indagini cliniche e deve riportare esaustivamente la valutazione conclusiva e il ragionamento effettuato per arrivare a tali conclusioni. La prima fase della perizia è una sintesi del lavoro peritale in cui vengono riportati i dati provenienti da perizie precedenti cosicché sia possibile confrontare i dati, inoltre viene descritto lo svolgimento del caso.
Il colloquio clinico è lo strumento più usato durante l’esame peritale dove emergono gli elementi della vita del paziente, la sua storia familiare, la socializzazione e gli eventi per cui è stata richiesta la perizia (T. Bandini, G. Rocca, 2010). Nella seconda fase della perizia avviene la raccolta dei dati attraverso l’anamnesi familiare, fisiologica, patologica remota e patologica prossima. In questa fase si riconoscono patologie familiari, in contesto socio – familiare e lo sviluppo psicosessuale. Attraverso l’esame psichico possono essere individuati i processi cognitivi del soggetto, le emozioni e la sua impulsività e un’eventuale destrutturazione dell’Io. (F. Baldoni, B. Baldaro, C. Ravasini, 1994). Nell’elaborato peritale verranno evidenziati anche elementi del comportamento del paziente, come i suoi movimenti durante il colloquio oppure il tono della voce. La terza fase è destinata alla diagnosi, è un momento di sintesi di tutti gli elementi emersi durante il colloquio e può esserci un’eccessiva attenzione sul sintomo e sulla malattia e non sul paziente. Infine si giunge alla fase finale in cui avviene la valutazione medico – legale del caso, il confronto tra i risultati ottenuti, la diagnosi ottenuta e gli elementi rilevanti per il quesito peritale (Baldoni e Altri, 1994).

Sulle basi ideologiche dell’Illuminismo si sviluppa la Scuola Classica, il cui concetto fondamentale è il libero arbitrio di colui che compie un atto criminoso, totalmente responsabile dei suoi atti, ma anche influenzabile dall’ambiente e dalle condizioni sociali. In quest’ottica la funzione della pena è quella di una punizione e viene applicata se l‘individuo ha violato ciò che era dettato dalla norma. A metà del diciannovesimo secolo si sviluppa la Scuola Positiva (Bandini, Gatti, Gualco, Malfatti, Marugo, Verde, 2003) di cui uno dei massimi esponenti è Marco Ezechia Lombroso (1835 – 1909), conosciuto come Cesare Lombroso, il quale sviluppa un nuovo punto di vista sul criminale. Le sue teorie, basate sugli studi di Darwin, evidenziano un determinismo biologico secondo cui nell’uomo – delinquente è avvenuta una regressione che ha lasciato al soggetto caratteristiche animalesche chiamate da Lombroso tratti atavici. Il delinquente, in quest’ottica, è un “primitivo” con delle anomalie somatiche e costituzionali che sono alla base del suo comportamento, manca di moralità e agisce impulsivamente.
Sul fronte opposto di Lombroso, troviamo, tra gli altri, Enrico Ferri (1856 – 1929): questi introduce il concetto di “difesa sociale” che riporterebbe in equilibrio il fattore sociale e quello individuale e pone alla base della delinquenza i fattori sociali (F. Colao, 2015).
Qualora sia valutata la presenza di pericolosità sociale nell’indagato vengono messe in atto delle misure di sicurezza specifiche per il soggetto, le quali possono essere detentive (psichiatriche e non psichiatriche) o meno. Se il vizio di mente viene escluso, il perito non può rispondere in merito alla pericolosità sociale poiché è proprio la presenza del vizio di mente parziale o totale è la condizione necessaria per valutare lo status del soggetto (Saronni, 2014). Nell’articolo 133 del codice penale viene citato il carattere del reo, perché rappresenta un parametro per definire in che modo la natura del crimine commesso sia legata alla condizione di vita che il soggetto ha o ha avuto, alle sue relazioni e al contesto (Lusa, Pascasi, 2013). Connessa alla pericolosità sociale è la recidiva. Essa si differenzia di reato in reato ed è la condizione di chi, essendo già stato condannato per un reato, ne commette uno o più (Garzanti, 2008). Un dato che spaventa è quello della delinquenza giovanile (Carabellese, Rocca, Candelli e Al.) infatti le probabilità che un adolescente possa commettere nuovi reati in seguito sono generalmente alte (Maggiolini, Ciceri, Macchi, Pisa e Marchesi, 2009). Ci sono diversi elementi che permetterebbero di prevedere la recidiva, come precedenti ricoveri in strutture psichiatriche, l’abuso delle sostanze, e la presenza di disturbi di personalità e la stretta connessione tra il comportamento deviante e l’uso abuso di alcol (Bandini, Rocca, 2010).
Un fattore che il giudice deve tenere in considerazione prima di poter giudicare l’individuo come “pericoloso sociale” è il grado di previsione del reato, cioè se il delinquente abbia agito consciamente o inconsciamente e deve approfondire i motivi che hanno portato il soggetto a delinquere (Lusa, Pascasi, 2013).

Per dichiarare un individuo “infermo di mente” è necessario valutare se al momento del reato questa infermità abbia compromesso la capacità di intendere e di volere del soggetto e si deve valutare l’entità della compromissione. Sono stati svolti alcuni studi sui disturbi di personalità, i cui risultati hanno suggerito che ci siano alcuni disturbi che riportano delle caratteristiche che possono essere connesse con la violenza. La pericolosità sociale è strettamente connessa con i disturbi di personalità. I fattori che incidono sull’eziologia dei disturbi di personalità sono molti: spesso questi disturbi sono associati a fattori ambientali, che possono comprendere abusi, famiglie disfunzionali, oppure condizioni di vita e contesti difficili (H. Pickard, 2015). Svariati autori sono d’accordo su alcune caratteristiche dei disturbi di personalità che possono condurre a comportamenti aggressivi e a partire dal 2005 anche questi disturbi sono stati introdotti nei fattori che possono influenzare la capacità di intendere o di volere (Fornari, 2006).
I disturbi devono essere dichiarati “gravi”, perché è in quest’area che si va a indagare se il legame con l’aggressività è motivato dai sintomi della malattia. Fornari (2006) afferma che per poter definire un disturbo di personalità grave sia necessario riferirsi a un modello teorico che permetta di differenziare tra organizzazione di personalità nevrotica, psicotica e borderline.
Il disturbo di personalità borderline comprende instabilità emotiva, cognitiva e dell’immagine di sé ed è spesso associato a un’impulsività distruttiva, rabbia immotivata e sentimenti cronici di vuoto, presenta, inoltre, ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi (Emmelkamp, Kamphuis, 2009). Spesso questo disturbo rappresenta il confine tra il disturbo nevrotico e psicotico (Fornari, 2006).
Il disturbo psicotico è caratterizzato da deliri, allucinazioni, disturbi gravi dell’umore, impulsività incontrollata. Il disturbo nevrotico ha una buona integrazione dell’identità, poche distorsioni e i soggetti cercano la terapia perché vivono un conflitto tra ciò che desiderano e gli ostacoli che vi si oppongono.

Oltre a questi disturbi, quello che è stato più volte associato alla violenza è il disturbo antisociale.

Winnicott (1896–1971) sottolinea la “tendenza antisociale” che ha come fondamento un’esperienza di deprivazione, connessa al rapporto con la madre che non è stata capace di dare abbastanza affetto quando il bambino ne sentiva più bisogno. Due elementi fondamentali di questo comportamento sono il furto e la distruttività (D. Winnicott, “Il bambino deprivato”, 1984). Il disturbo antisociale è talvolta legato alla psicopatia, la quale è caratterizzata da una costellazione di sintomi interpersonali, affettivi, cognitivi e comportamentali (R. Howard, 2006). Uno dei sintomi è la poca capacità di provare senso di colpa e quest’elemento è stato ampliamente trattato sia da Melanie Klein sia da Donald Winnicott.

Melanie Klein

Melanie Klein (1882 – 1960) sottolinea la figura della madre come primo oggetto amato e, nello stesso tempo, odiato dal bambino, il quale proietta tutti i suoi sentimenti su di essa. La Klein evidenzia anche due “posizioni” che si alternano durante tutta la vita: la posizione depressiva è quella in cui l’Io dell’individuo si rinforza ed è in questa fase che emerge il senso di colpa. Il bambino può immaginare di distruggere la mamma, attraverso delle elaborazioni fantastiche che la Klein chiama “fantasie inconsce”. Con la riparazione il bambino riesce a ricomporre i pezzi della mamma, favorendo così la nascita del senso di colpa, il quale è strettamente connesso con i sentimenti di colpa inconsci come la paura di essere incapaci di amare e di costituire un pericolo per gli altri. Donald Winnicott sostiene che il senso di colpa sia una caratteristica che nasce automaticamente nei bambini con uno sviluppo regolare.

Winnicott sostiene che il bambino metta alla prova il proprio ambiente, ciò avviene attraverso impulsi aggressivi, deve percepire la frustrazione e provare un senso di distruttività per poter sentire il senso di colpa.
Dodge differenzia i comportamenti antisociali in reattivi e proattivi, i primi affiorano se è presente una minaccia reale mentre i secondi partono dall’individuo stesso. L’aggressività reattiva è mediata dalla tendenza a notare intenzioni ostili nelle azioni degli altri, ciò implica una risposta che fa partire processi mentali ed emotivi che innescano dei comportamenti come affermato da Emmelkamp e Kamphius (2009). È un disturbo che si manifesta spesso durante l’adolescenza (Mancini, Capo, Colle, 2009).

Hare Psychopathy Checklist

In numerosi articoli e libri questo disturbo è strettamente connesso alla psicopatia. Essa è caratterizzata da una svariata costellazione di sintomi interpersonali, affettivi, cognitivi e comportamentali. Per quanto riguarda il lato interpersonale, i soggetti descritti come psicopatici hanno un grande senso di autostima, una tendenza particolare alla manipolazione altrui, tendenza ad essere annoiati e presentano assenza di senso di colpa. Affettivamente presentano mancanza di empatia, incapacità di stringere relazioni a lungo termine e un comportamento sessuale promiscuo (PCL – R, Psychopaty Checklist – Revised, Hare, 1980 in “I disturbi di personalità” di Emmelkamp, Kamphuis, 2009).
Questi tratti sono associati a uno stile di vita deviante che comprende impulsività e tendenza a ignorare le regole sociali, a essere irresponsabile e a manifestare un totale disinteresse verso gli altri (R.D. Hare, 1999)
Gran parte degli psicopatici soddisfa i criteri per il disturbo antisociale, tuttavia non tutti i soggetti diagnosticati come antisociali sono psicopatici e non tutti i criminali sono diagnosticati come psicopatici. Hare (1999) afferma che gli psicopatici abbiano “carriere criminali” che sono variabili, i comportamenti delinquenziali si manifestano in adolescenza, ma diventano meno antisociali durante la mezza età, specialmente per quanto riguarda i reati non violenti. La psicopatia presenta due sottodimensioni correlate: la psicopatia di base deriva da tratti affettivi e comportamentali incentrati sul narcisismo e sull’arroganza; la psicopatia secondaria si riferisce a impulsività e irresponsabilità, oltre che a comportamenti antisociali (Emmelkamp, Kamphuis, 2009), quest’ultimo concetto si lega al disturbo di personalità antisociale.
Palermo (2011) sostiene che lo psicopatico proietti i suoi sentimenti aggressivi verso il mondo esterno ed è lì che avviene lo scontro tra il suo mondo interno e il mondo esterno: i sentimenti aggressivi trasformano quest’ultimo tanto che lo psicopatico non può evitare di odiarlo.

La valutazione del rischio di violenza è posto su un continuum i cui poli sono rappresentati dagli studi clinici caratterizzati da modelli destrutturati e dagli studi attuariali che invece sono strutturati (J. L. Skeem, J. Monahan, 2011).
Gli studi clinici sono stati criticati per mancanza di coerenza, affidabilità e accuratezza sulle decisioni e i risultati raggiunti, ma sono anche flessibili rispetto al costrutto di pericolosità (S. D. Hart, 1998).
Il modello condizionale si basa sul soggetto e sul contesto in cui agisce. Alla base di questo approccio ci sono tre concetti fondamentali: la preoccupazione del clinico rispetto ai livelli di violenza che un soggetto può attuare. Un’altra caratteristica è rappresentata dalle specificazioni tecniche, le quali rappresentano modi in cui il clinico definisce gli atti di violenza e comprendono fattori come gravità e contesto. Questi elementi servono a giudicare le previsioni dei clinici. Un’altra caratteristica è caratterizzata da condizioni che possono influenzare il verificarsi di un’azione e possono essere durature o temporanee (Mulvey, Lidz, 1995). Un approccio più usato è quello attuariale, basato su regole fisse ed esplicite che lo rende più accurato e affidabile rispetto al modello clinico.

Negli ultimi anni il processo di valutazione del rischio potrebbe essere rappresentato da quattro componenti fondamentali: l’identificazione dei fattori di rischio empiricamente validi, un metodo per misurare tali fattori, una procedura per combinare i punteggi sui fattori e la produzione di una stima del rischio di violenza (J. L. Skeem, J. Monahan, 2011).
Cleckley ha coniato il termine di “psicopatia” e sosteneva che la caratteristica principale dello “psicopatico” fosse evidente nelle risposte affettive carenti. Sulla base di questi concetti, Hare, individua cinque fattori caratteristici della personalità psicopatica, ma uno in particolare è stato considerato il criterio fondamentale di questo disturbo: l’incapacità di formare relazioni profonde con gli altri; il secondo fattore riflette uno stile di vita instabile; il terzo fattore riguarda l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità per ciò che è stato commesso; il quarto fattore è legato alla mancanza di una patologia evidente e il quinto fattore sostiene l’incapacità di autocontrollo (B. A. Thomas Peter, 1991).
Negli anni ’80, Hare sviluppa la PCL, una scala composta da 22 item riguardanti la personalità e il comportamento ed è stata sviluppata per misurare due fattori correlati (personalità e comportamento) che permettono di ottenere una definizione del soggetto e del suo livello di psicopatia (Hare, Harpur, Hakistian, Forth, Hart, Newman, 1990).
Si può quindi affermare che il problema della pericolosità sociale sia molto attuale, fomentato dai media che talvolta non conoscono a fondo questo concetto, oppure lo rendono un presupposto per associare la pericolosità sociale ai disturbi di personalità che, però, non sono sempre correlati. È stato molto interessante approfondire questo costrutto e poterne cogliere le sfumature meno conosciute. Grazie alle fonti consultate è stato possibile ottenere due punti di vista: quello giuridico e quello psicologico e quindi un quadro più completo e multidisciplinare. Il perito ha il compito di valutare un soggetto che ha compiuto un atto violento. Secondo la legge italiana le cause da cui dipende l’imputabilità riguardano le alterazioni psicopatologiche oppure l’immaturità fisiologica. È importante sottolineare che questi argomenti, sconosciuti a gran parte della popolazione, creano automaticamente (o quasi) due possibili correnti sociali: una che segue il crimine come una serie televisiva, che ne è ammaliata, e un’altra che invece è spaventata e tende a stigmatizzare e a originare nuovi pregiudizi su ogni individuo che sia diverso dalla “normalità”, concetto non facilmente descrivibile. Perciò negli studi futuri sarebbe importante approfondire quanto realmente influisca, sul compimento di atti violenti, il marchio della società sui soggetti che riportano le caratteristiche che la comunità ha identificato come accomunabili alla violenza.

In conclusione, si può affermare che il problema della pericolosità sociale è attuale, e viene associato erroneamente ai disturbi di personalità, che come è stato sottolineato non sono sempre correlati, contribuendo così alla nascita di pregiudizi e stereotipi verso le persone che soffrono di tali disturbi, ma non necessariamente compiono atti violenti.

​Alessandra Sansò

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