Storia

Vette nere: quando il fascismo vinse le Alpi

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December 19, 2018

Intorno all’alpinismo ruotano molti miti, nati da quell’aura di mistero che circonda le montagne e dalle memorabili gesta che alcuni uomini hanno saputo compiere in condizioni estreme. I valori e la purezza di questa attività, opposti ai vizi e alla frenesia della vita urbana, hanno avuto come rovescio negativo quello di portarla a essere idealizzata e mistificata. Così, ancora oggi , resiste l’idea che l’alpinismo sia sempre rimasto neutrale di fronte al contesto storico-politico. Per sradicare questo mito e affrontare un tema poco conosciuto, alcuni studiosi della storia alpinistica hanno iniziato a pubblicare lavori incentrati sull’analisi dei rapporti tra alpinismo e politica. In Italia, l’attività alpinistica è stata sin dalle origini legata alle vicende politiche e agli ideali nazionalistici. Da un’illuminazione del ministro delle finanze Quintino Sella venne fondato nel 1863 il Club Alpino Italiano, seguendo l’esempio inglese ed austriaco. In un periodo concitato dal punto di vista politico, gli interessi scientifici delle primissime ascensioni persero d’importanza a scapito della conquista “fisica” delle vette da celebrare come montagne dell’Italia appena unificata. Dopo la Grande Guerra, che esasperò alcuni tratti nazionalistici e militari dell’associazionismo di montagna, i circoli alpinistici furono inquadrati progressivamente nel regime fascista.

Nel caso del CAI, il 1927 segnò la sottomissione al fascismo. Il Club venne inglobato nel CONI, « che aveva espresso nel suo statuto un vincolo di piena sudditanza ai voleri del potere politico».1 Il fascismo aveva tutto l’interesse di far gravitare nella propria orbita il CAI, il ruolo svolto nell’assimilazione dei nuovi confini e nella promozione di un’ identità alpina a livello nazionale rendeva l’associazione un importante centro culturale e propagandistico. Inoltre uno dei punti centrali del CAI era rappresentato dall’interesse per i giovani e la loro formazione, aspetto condiviso fortemente anche dal regime fascista. L’attività giovanile che si avvicinava all’alpinismo, considerato già in passato come scuola per il fisico e la morale, diventava agli occhi del regime un sistema per instillare un’educazione militare e migliorare il futuro della “razza italiana”.

Dopo un anno sotto il comando di Augusto Turati, le redini del CAI passarono a Angelo Manaresi. La presidenza di Manaresi durò ben tredici anni, dal 1930 al 1943, interessando uno tra i periodi più floridi dell’alpinismo italiano. La scelta del PNF non fu casuale: alpino medagliato della Prima Guerra mondiale2, Manaresi aveva dimostrato la sua fedeltà al partito fin dalle origini, sostenendo il potere fascista nelle zona di Bologna. Il suo ruolo fu premiato con nuove cariche e numerose onorificenze: « Dal 1921 al ’23 è deputato al Parlamento. Nel marzo ’26 è presidente dell’Opera Nazionale Combattenti, nel ’28 commissario straordinario dell’Opera Nazionale Alpini [Associazione Nazionale Alpini] di cui diventa presidente nel ’29. Dal ’29 al ’33 è sottosegretario presso il Ministero della Guerra. Nel ’30 viene eletto presidente del CAI e dal ’33 al ’35 è Podestà di Bologna».3 La città felsinea fu il luogo di nascita per Manaresi, il 9 luglio 1890, e anche dove ottenne la laurea in legge. Dopo la fine della guerra tornò a Bologna e diventò tra i principali protagonisti della lotta politica che infervorava le piazze e le vie bolognesi. La sua esperienza da alpino durante la guerra e l’appartenenza al CAI, per cui era tesserato come socio, rendevano Manaresi un appassionato ed esperto di alpinismo, soprattutto un conoscitore degli ambienti legati all’associazionismo di montagna. Inoltre Manaresi aveva partecipato in prima linea agli scontri con i socialisti bolognesi e nel 1930 descriverà alcuni episodi nell’articolo Ricordi di Bologna rossa, tra i quali inserisce la strage di Palazzo d’Accursio. Ma all’interno della narrazione c’è anche la prova di come alcune « sedi non politicamente pertinenti (quali erano appunto i locali del CAI)»4 fossero utilizzate da Manaresi e altri esponenti come ritrovo abituale. Secondo Pastore, « l’avvocato ed ex ufficiale degli alpini […] rappresenta, nel contesto della lotta politica bolognese, un momento importante di coagulo fra l’esperienza vissuta della guerra, l’appartenenza alla cerchia dell’alpinismo organizzato e la crescita del composito movimento fascista».5 La figura di Manaresi raccoglieva in sé i consensi degli ambienti alpinistici e dei gerarchi fascisti, anche se nella zona emiliana i contrasti all’interno del movimento fascista non permettevano di ottenere un supporto omogeneo. L’avvocato bolognese dovette affrontare queste lotte di fazione e si schierò « dalla parte della figura emergente del giovane Dino Grandi». 6

Quindi dal maggio 1930 vennero affidate le redini del CAI a Manaresi, che aveva già ottenuto la presidenza dell’Associazione Nazionale Alpini e diventava il principale rappresentante dell’alpinismo civile e militare. Le due associazioni avevano subito lo stesso destino quando le proprie sedi furono spostate a Roma e i propri regolamenti furono stravolti dal regime, da quel momento condivisero anche lo stesso presidente. Manaresi fu subito chiaro nel spiegare le nuove linee guida del CAI (a questo proposito l’analisi da parte degli studiosi Mestre e Pastore del primo editoriale dell’avvocato bolognese è significativo). Manaresi infatti «passava subito a sottolineare l’appartenenza del CAI al CONI e quindi la dipendenza del club dal PNF: era un modo di dire a chi spettasse prendere decisioni, di limitare la propria responsabilità, ma anche di minacciare indirettamente chi si fosse opposto».7 Oltre alla totale sottomissione al regime, l’editoriale « racchiude al tempo stesso la volontà del gerarca bolognese di rinsaldare lo spirito patriottico nel solco dell’esperienza della guerra e l’intento dichiarato di garantire il massimo di devozione e di ubbidienza al regime».8

Con l’avvento di Manaresi la fascistizzazione del CAI venne perfezionata e il mondo alpinistico che vi ruotava intorno ne subì gli influssi. Il presidente bolognese vedeva l’associazione « come un corpo ancora sano, anche se viziato dalle rivalità interne», ma sperava nel nuovo corso iniziato dalla propria presidenza e dalle nuove regole che « vengono presentate come semplici ritocchi formali (non si parla più del congresso, ma dell’adunata del CAI)».9 Queste novità avevano l’obbiettivo di riformare l’associazione e dimostrare la superiorità « del comando di vertice contro la discussione democratica di base»10, accentrando di fatto il potere nelle mani del presidente. Quest’ultimo saprà raccogliere un certo consenso negli ambienti alpinistici, soprattutto grazie alla sua esperienza e alla passione per la montagna, e in alcuni casi si porrà a difesa di essa, come durante la costruzione della funivia Breuil-Plan Maison e del seguente segmento che saliva fino al Plateau Rosa. 11 I contrasti che ne nacquero non incrinarono i rapporti tra Manaresi e il regime, tanto che il gerarca bolognese farà marcia indietro e accetterà i nuovi collegamenti nella conca del Breuil. La fedeltà dell’avvocato bolognese al partito fascista non può essere messa in discussione, il suo rapporto con Mussolini si basava in gran parte sugli scambi epistolari e aveva ottenuto il supporto dei più importanti gerarchi fascisti, oltre a quello del Duce stesso. La conseguenza di ciò fu ben evidente nel destino del CAI: l’associazione, ormai senza più una propria indipendenza e sotto il pieno controllo del regime, diventerà una delle principali organizzazioni fasciste nell’addestramento dei giovani e pianificatrice, di facciata, delle future grandi imprese alpinistiche.

I cambiamenti, anche i più piccoli, non si fecero attendere; dopo tre mesi dall’insediamento di Manaresi il distintivo del CAI venne modificato, il nuovo stemma presentava un’aquila stilizzata e l’aggiunta di un fascio littorio nella parte inferiore dello scudo.12 Inoltre nel 1931 fu richiesto dal presidente del CAI « che il Club fosse un ente con riconosciuta capacità giuridica», con l’obiettivo di « garantire al CAI una maggiore capacità d’azione autonoma nell’ambito delle scelte amministrative e della posizione giuridica, i cui riflessi erano del resto evidenti anche sul piano del governo di un’associazione impegnata in campo sportivo e culturale».13 Tuttavia questi furono solo i primi segnali dell’intensa politica che Manaresi attuò all’interno del CAI. L’azione del presidente bolognese si sviluppò attraverso progetti a lungo termine basati su tre aspetti dell’ideologia fascista: italianizzazione, militarizzazione e gioventù. Il primo aspetto strinse la morsa del regime fascista intorno al CAI e interessò i rifugi alpini. Il Club Alpino Italiano diventò l’unica associazione alpinistica riconosciuta dal regime fascista: « Lo dimostra bene la volontà esplicita di smantellare ogni altro organismo associativo impegnato nella montagna a carattere politico o confessionale».14

L’ufficializzazione del CAI come unica associazione alpinistica italiana era tesa ad evitare un’eccessiva autonomia delle sezioni periferiche o di altre organizzazioni, soprattutto di quelle appartenenti alle regioni ottenute con la vittoria della Grande Guerra. La zona del Trentino e del Sudtirolo era « in una posizione geografica e politica delicata e strategica, per la dislocazione di un gran numero di rifugi già appartenuti al DuÖAV, e per la volontà del governo di accelerare l’italianizzazione e neutralizzare l’influenza linguistica e culturale germanica».15 Per questo motivo nel 1931 la sezione di Bolzano venne commissariata e divenne presidente lo stesso Manaresi; questo cambiamento comportò una stretta sulla selezione del personale nei rifugi e delle guide del CAI.16 L’ultimo atto della politica di italianizzazione dei nomi, che interessò anche molti paesi alpini, colpì il CAI, costretto nel 1938 a ribattezzarsi Centro Alpinistico Italiano.

L’aspetto della militarizzazione interessò le montagne e i soci, vecchi e nuovi, del CAI; « Durante il processo di costruzione degli alpinisti il regime si stava appropriando sia delle persone che delle montagne».17 Le Alpi diventarono nuovamente un luogo da conquistare, un’appropriazione che avveniva attraverso la scalata e la messa in vetta di un fascio littorio o di altri simboli fascisti incisi nella roccia. Nello studio di Marco Armiero viene descritto un documentario del 1935 che mostra un evento significativo; « il film raffigurava un gruppo di giovani fascisti che attaccavano la montagna per installare­­­ – era una mania– un fascio littorio sulla cima della Torre Venezia a 2,400 metri».18 Per difendere simbolicamente le nuove e vecchie frontiere si pensa, « a metà degli anni Trenta, di edificare grandi fasci littori da dislocare ai passi alpini».19 Così un fascio littorio venne installato il 7 ottobre 1935 sul Colle del Moncenisio, al confine con la Francia. Il progetto del regime era quello di rinforzare la nazionalizzazione delle Alpi, popolazione alpina compresa, attraverso scalate, gite di gruppo che assomigliavano sempre di più ad esercitazioni militari e marce. Lo stesso fenomeno di militarizzazione coinvolse i soci del CAI, a fronte di una maggiore apertura verso tutte le classi sociali e con modalità di reclutamento che portarono il numero degli iscritti a raddoppiare in tre anni: da 30.000 membri nel 1930 a 63.000 nel 1933.20 Questo dato è anche frutto degli accordi che il CAI prese nel 1928 con alcune tra le organizzazioni fasciste di massa più grandi, come l’Opera Nazionale Dopolavoro e i Gruppi Universitari fascisti. In questo modo l’associazione alpinistica diventò una vera e propria organizzazione di massa. A suggello della militarizzazione del CAI, nel 1936 fu eletto come presidente militare il Generale e Ispettore delle truppe alpine Celestino Bes, che affiancava il presidente generale Angelo Manaresi.

Il terzo aspetto della politica del gerarca bolognese, ossia quello riguardante la gioventù, comprende e unisce i due punti precedenti. Futuro della “razza italiana”, i giovani dovevano essere avviati dai dirigenti fascisti ad attività favorevoli alla loro crescita ed educazione, con un certo riguardo alla preparazione militare. Durante il ventennio fascista l’alpinismo diventò una delle principali discipline nella formazione dei giovani italiani. L’introduzione di quest’ultimi nel CAI rappresentò una sfida per Manaresi, costretto ad attivare « un meccanismo di reclutamento di forze giovani e allineate per consolidare, quantitativamente e qualitativamente, il corpo sociale del CAI».21 La collaborazione con i GUF rappresentò la soluzione ai problemi e nel 1932 ben quarantamila universitari fascisti appartenenti all’organizzazione furono iscritti automaticamente al CAI. Questa « decisione, presa di concerto nel 1932 fra la segreteria generale dei GUF e la presidenza Manaresi con l’avallo di Achille Starace, di inquadrare automaticamente i 40.000 universitari fascisti nel Club alpino avrebbe avuto l’obiettivo di abbassare l’età media dei soci, di conferire un maggior slancio all’azione delle sezioni territoriali e di promuovere il ruolo»22 della gioventù.

Le novità che interessarono strettamente il mondo alpinistico, apportate da Manaresi, furono più limitate ma non meno importanti. Sotto la presidenza del gerarca bolognese si costituì, nel 1930, il Consorzio Nazionale Guide Alpine e Portatori, alla diretta dipendenza del CAI; quest’ultimo curava l’amministrazione e la formazione. Due anni dopo venne fondata a Chamonix l’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche) e nella lista delle associazioni fondatrici figura il CAI, che avrà un ruolo decisivo nel definire lo statuto dell’organizzazione internazionale. Infatti « si era tenuto a Cortina, e precisamente dal 10 al 14 settembre 1933, il 4˚ congresso internazionale di alpinismo» dove la proposta italiana sullo schema di statuto dell’UIAA « aveva prevalso su quello, a carattere liberale, proposto da svizzeri e francesi».23 Inoltre si moltiplicarono le competizioni sportive alpinistiche e che prevedano le diverse discipline della montagna, come lo sci e l’alpinismo; nel 1933 iniziò la gara probabilmente più famosa, il Trofeo Mezzalama. Anche una « parte dei Giochi del Littorio era dedicata specificamente agli sport invernali e alle attività alpinistiche».24

L’inizio della seconda guerra mondiale e l’intervento militare dell’Italia a fianco della Germania mostrò la sottomissione completa del CAI al regime e la presa di Manaresi sull’associazione alpinistica. Già prima dello scoppio della guerra entrò in vigore il foglio disposizioni, firmato da Manaresi l’8 maggio 1939, che modificava l’articolo 12 dello statuto e « imponeva ai soci di qualsivoglia categoria (onorari, vitalizi, ordinari e aggregati) l’appartenenza esclusiva» 25 alla “razza ariana”. Questo evento permette di comprendere quanto il CAI fosse ormai inquadrato nel regime fascista. Uno “standard” che fu mantenuto due anni dopo, a guerra in corso, quando arrivò da Manaresi « la decisione […] di scorporare il Centro alpinistico italiano dal CONI e di porlo direttamente alle dipendenze del PNF».26 Il cambiamento fu giustificato dalla situazione politica e dai « compiti militari che in tempo di guerra prevalevano sull’impegno sportivo»27, che pian piano si affievoliva con la diminuzione delle scalate alpinistiche e delle altre discipline di montagna. Un periodo di grandi imprese a livello alpinistico si chiuse, mentre la guerra continuava a imperversare. Le pubblicazioni del CAI si intrisero ulteriormente di retorica fascista, nei « verbali delle riunioni dei soci delle sezioni del CAI tenutesi agli inizi della seconda guerra mondiale, sentiamo risuonarvi il richiamo ai valori che devono essere difesi dai cittadini ancora di nuovo alle armi: la difesa dei sacri confini italiani e il senso del dovere per la gloria della nazione, spinto sino all’estremo sacrificio».28

La guerra coinvolse i soci ma anche il presidente Manaresi, che chiese e ottenne di essere reintegrato nei ranghi militari e fu arruolato come tenente colonnello, mentre in parallelo continuò la sua attività di presidente del CAI e passò in rassegna alcuni reparti in qualità di massimo esponente del 10˚ reggimento alpini.29 Per ben due volte Manaresi si recò sul fronte russo e durante la seconda spedizione toccò con mano lo scontento delle truppe italiane, preludio alla caduta del regime.30 Quando questo avvenne il 25 luglio 1943, Manaresi scomparve da Roma e il primo agosto inviò due telegrammi, uno a Badoglio e uno al re, dove assicurò il suo supporto e la sua devozione; questo gesto comportò una rischiosa esposizione e infatti, il 17 ottobre 1943, venne tradotto in carcere dalla milizia della Repubblica Sociale. La sua scarcerazione dopo due mesi fu probabilmente avvallata da Mussolini. L’ex gerarca tornerà a praticare l’attività da avvocato e morirà il 6 aprile 1965.

L’influenza del fascismo non si fermò solamente a intaccare e mutare la struttura e il regolamento del CAI, ma fu attiva anche nel campo culturale. Per il regime fascista, l’alpinismo rappresentava una delle migliori opportunità per modellare il “nuovo italiano”. L’attività di montagna destava interesse per i suoi influssi benefici sul fisico e sulla mente, che potevano elevare e migliorare la “razza italiana”. Manaresi si interessò alla questione, descrivendo in una sua opera un gracile intellettuale e uno sportivo senza intelligenza. L’alpinismo, appunto, poteva essere la soluzione al problema: « L’arrampicata era un viaggio spirituale e materiale, probabilmente l’unico esercizio fisico capace di riconciliare la mente e i muscoli, provocando la pace tra i due personaggi della parabola di Manaresi».31 Per questi motivi l’alpinismo diventò uno degli sport più enfatizzati dal regime: le sue imprese “maschie” e “ardite” potevano certificare la superiorità della “razza italiana” e preparare una nuova generazione di alpinisti/combattenti. Tuttavia, durante gli anni trenta, le prime pagine dei giornali sportivi furono monopolizzate principalmente da quattro sport: ciclismo, calcio, boxe e atletica. L’alpinismo riuscì a ritagliarsi comunque un proprio spazio grazie alle imprese di scalatori diventati celebri nel tempo come tra i principali dell’era del sesto grado.

Le loro gesta non sarebbero però del tutto comprensibili se prima non si chiarissero le nuove influenze culturali che interessarono gli ambienti alpinistici. La nuova spinta che pervase l’alpinismo italiano negli anni trenta non può essere attribuita solamente agli appelli al coraggio e al confronto con il rischio lanciati dal regime fascista. Uno dei motivi di questo rinnovato slancio è riconducibile al libro “Fontana di giovinezza”, opera in cui l’alpinista tedesco Eugenio Guido Lammer descrive le proprie avventure alpinistiche e detta i principi di un nuovo alpinismo più autentico ed estremo, tendente all’eroismo e alla esaltazione del rischio di morire, che in Italia venne tradotto e pubblicato proprio all’inizio degli anni trenta.32 Soprattutto due personaggi fecero proprie queste idee e le rielaborarono adattandole all’ideologia del regime: Julius Evola e Domenico Rudatis. Del primo è impossibile analizzarne la figura in poche righe, data la sua personalità poliedrica e i suoi innumerevoli interessi, tra cui troviamo l’alpinismo, probabilmente una delle passioni meno conosciute di Evola. I suoi scritti portarono all’interno delle associazione idee innovative riguardanti l’approccio verso la montagna e la tecnica alpinistica. Il dibattito che si creò intorno ai testi di Evola produsse una serie di confronti e spaccature tra posizioni divergenti all’interno del CAI. Una delle innovazioni fu l’importanza data da Evola al fattore psichico durante l’arrampicata; questa tesi, apparsa in alcuni articoli, suscitò immediatamente la reazione degli ambienti tradizionalisti, tanto che causò « una messa a punto redazionale della rivista, evidentemente preoccupata all’idea che teorie del genere potessero essere realmente messe in atto da lettori sprovveduti».33 Invece, in altri saggi di Evola riguardanti la pratica alpinistica, viene messo l’accento sul legame tra alpinismo e “razza”. Per provare questo, Marco Armiero nel proprio lavoro analizza il testo di “Razza e montagna”, dove viene notata la « razzializzazione di Evola dell’alpinismo sia come prodotto che come produttore di una razza superiore».34

Inoltre Evola fu un’alpinista vero e proprio che seppe scalare alcune vette di difficoltà elevata. I suoi articoli, che vennero pubblicati sugli organi di informazione del CAI, sono molto significativi per l’analisi della sua concezione dell’alpinismo: « Un racconto alpinistico della salita al Lyskamm occidentale (gruppo del monte Rosa) per la via della parete nord si connota di toni militareschi nella descrizione della fase di progressione su ghiaccio realizzata d’impeto, […] senza riguardi alla sicurezza».35 Da questo estratto emerge la stessa concezione dell’arrampicata che aveva Lammer, ma non viene descritto solamente questo, le pubblicazioni di Evola colpiscono per la loro « miscela di tecnica, di esoterismo e di prestiti nietzschiani».36Infatti « in un articolo del 1931, apparentemente tecnico, dedicato alle forme di allenamento, si avvale dell’esempio delle straordinarie capacità di sforzo e di resistenza del corpo degli yogi [ coloro che praticano yoga]».37

Da queste valutazioni prese spunto l’altro personaggio di spicco del panorama alpinistico italiano, il cosiddetto “profeta del sesto grado” Domenico Rudatis. Nato a Venezia nel 1898, diventò ben presto un « profondo studioso delle filosofie orientali ed […] un seguace della filosofia nietzschiana», mentre la sua passione per la montagna lo portò a svolgere « una acuta analisi di tutto l’alpinismo dolomitico, rivalutando uomini ed imprese che ingiustamente erano rimaste nell’ombra».38 L’influenza di Evola su Rudatis fu forte e viene provata da alcune lettere. Infatti « un nome importante che ricorre più volte negli scambi epistolari di Domenico Rudatis con Attilio Tissi [fortissimo arrampicatore dolomitico] è quello di Julius Evola: il Rudatis ne apprezza, anzi considera “formidabile”, un testo come Rivolta contro il mondo moderno».39 Il lavoro dell’alpinista veneziano « fu veramente fondamentale per il futuro sviluppo dell’alpinismo dolomitico italiano».40 È bene specificare italiano perché fino al 1929 le scalate più spettacolari e difficili erano state compiute da alpinisti tedeschi, provocando negli ambienti dell’alpinismo nostrano un crescente senso di sfiducia e di inferiorità rispetto alla scuola tedesca. Quest’ultima aveva come massimo esponente quel Solleder che, con la sua via al Civetta, fissò il paletto del sesto grado. Rudatis, attraverso i suoi scritti e la sua attività alpinistica, diede una scossa all’intero movimento. Intanto « formulò una propria ideologia, in cui l’alpinismo e soprattutto l’arrampicata estrema erano il mezzo ideale per superare se stessi, per uscire dalla vile condizione soggetta al destino e per scoprire una dimensione di libertà in cui ci si riuniva a tutte le forze del cosmo».41 Per realizzare però questo superamento del limite e arrivare alla sommità della vetta e della propria anima bisognava annullare il gap esistente con la scuola tedesca. In questo senso Rudatis « in una serie di brillantissimi articoli illustrò e diffuse anche in Italia i sistemi e le idee che avevano permesso le grandi realizzazioni dei tedeschi sulle Dolomiti».42 Fu lui stesso, nel 1929, a eguagliare l’ impresa di Solleder con la salita dello spigolo della Busazza, situato sempre sul Civetta e formato da una parete di 1200 metri.43 Ma il suo lavoro non fu sempre accolto con entusiasmo. Gli articoli di Rudatis non furono sempre compresi, anzi molti si schierarono contro il “profeta” per aver rivalutato le imprese tedesche nel dopoguerra e essere « un fanatico ed esaltato cultore di filosofie trascendentali».44 Le critiche maggiori però le suscitò la sua posizione di orientalista, in un momento in cui lo scontro, a causa di diversi fattori, era all’apice. Rudatis difese lo stile dell’arrampicata orientale, che si differenziava da quello occidentale per l’utilizzo di movimenti acrobatici durante la scalata, data soprattutto dalla diversa composizione superficiale della parete. I suoi interventi suscitarono sempre le reazioni degli avversari, colpiti dalla tesi della superiorità delle Dolomiti: « In un altro articolo Rudatis dichiara chiaramente che l’arrampicata nelle Dolomiti produceva un tipo differente di cittadino, radicalmente superiore di quelli “equiparati” nelle democrazie occidentali, e spiritualmente rinnovati dal fascismo italiano».45 Come si può notare, anche Rudatis supportava il fascismo, tanto che vedeva nelle nuove imprese alpinistiche un riflesso del nuovo clima instaurato dal regime.

Evola e Rudatis furono quindi gli esponenti principali del nucleo intellettuale legato al mondo alpinistico di questo periodo. I loro articoli contribuirono a creare un nuovo tipo di approccio verso la montagna, che innalzava il ruolo del fattore psichico a fianco di quello fisico e esaltava la “razza italiana”. L’influenza che generarono Evola e Rudatis, due figure completamente innovative , portò scompiglio in un’associazione tradizionalista come il CAI. Con gli scritti e le salite di Rudatis la componente orientalista dell’associazione acquisì una maggiore fiducia nei propri mezzi e si compattò ulteriormente. Anche se i tradizionalisti erano ancora la maggioranza del CAI, lo spirito innovatore di Evola e Rudatis fu fondamentale nell’introduzione di tematiche che influenzeranno il mondo alpinistico negli anni seguenti. Furono anche i più fascisti degli ambienti alpinistici, quasi una sorta di esempi viventi della figura dell’uomo nuovo voluta dal regime. La nuova generazione di alpinisti che si affacciava sulla scena degli anni trenta mostrò le ambiguità dell’ideologia fascista. Da una parte il motivo è da ricercare nei caratteri di questi personaggi, uomini perlopiù solitari che non avevano passioni oltre la montagna e ripudiavano la politica. Insomma, anche se molti erano « ragazzi cresciuti nell’ambiente del regime ed il regime li appoggiava apertamente in ogni caso, li valorizzava come uomini e sportivi»46, la maggior parte di essi imbraccerà in seguito le armi contro il fascismo. Crollerà così l’immaginario degli alpinisti/combattenti fedeli al regime.

Jacopo Giovannini

Bibliografia

​ARMIERO, Marco, Rugged Nation. Mountains and the Making of Modern Italy: Nineteenth and Twentieth Centuries, The White Horse Press, Cambridge 2011.

​MESTRE, Michel, Le Alpi contese. Alpinismo e nazionalismi, Centro di Documentazione Alpina, Torino 2000.

​MOTTI, Gian Piero e CAMANNI, Enrico (a cura di), La storia dell’alpinismo, Priuli & Verlucca, Scarmagno 2013.

​PASTORE, Alessandro, Alpinismo e storia d’Italia. Dall’Unità alla Resistenza, il Mulino, Bologna 2003.

​SERAFIN Roberto, SERAFIN Matteo, Scarpone e moschetto. Alpinismo in camicia nera, Centro di Documentazione Alpina, Torino 2002.

Note

​1[1] Crf. A. Pastore, op. cit., p. 133.

​2[1] Crf. Roberto Serafin, Matteo Serafin, Scarpone e moschetto. Alpinismo in camicia nera, Centro di Documentazione Alpina, Torino 2002, p. 68.

​3[1] R. Serafin, M. Serafin, op. cit., p. 69.

​4[1] A. Pastore, op. cit., p. 149.

​5[1] Ibidem.

​6[1] Ivi, p. 154.

​7[1] M. Mestre, op. cit., p. 167.

​8[1] A. Pastore, op. cit., p. 168.

​9[1] Ibidem.

​10[1] Ivi, p. 169.

​11[1] Crf. R. Serafin, M. Serafin, op. cit., p. 110.

​12[1] Crf. supra, p. 48.

​13[1] A. Pastore, op. cit., p. 178.

​14[1] Ivi, p. 175.

​15[1] Ibidem.

​16[1] Crf supra. Pastore descrive «la vicenda di una guida alpina altoatesina radiata dall’elenco delle guide del CAI per la sua scarsa conoscenza della lingua italiana».

​17[1] Marco Armiero, Rugged Nation. Mountains and the Making of Modern Italy: Nineteenth and Twentieth Centuries, The White Horse Press, Cambridge 2011, p. 153, traduzione mia.

​18[1] Ibidem, traduzione mia.

​19[1] A. Pastore, op. cit., p. 176.

​20[1] Crf. M. Mestre, op. cit., p. 168.

​21[1] A. Pastore, op. cit., p. 176.

​22[1] Ibidem.

23[1] Ivi, p. 179.

​24[1] M. Armiero, op. cit., p. 152, traduzione mia.

​25[1] A. Pastore, op. cit., p. 198.

​26[1] Ivi, p. 202.

​27[1] Ibidem.

​28[1] Ivi, p. 205.

​29[1] Crf., rispettivamente, R. Serafin, M. Serafin, op. cit., p. 86; A. Pastore, op. cit., p. 206. Il 10˚ reggimento alpini non è altro che l’ANA, il cambio di nome fu deciso dal regime e rappresenta un’ulteriore prova della militarizzazione in atto.

​30[1] Crf. R. Serafin, M. Serafin, op. cit., p. 88.

​31[1] M. Armiero, op. cit., p. 151, traduzione mia.

​32[1] Crf. A. Pastore ,op. cit., p. 170.

​33[1] Ivi, p. 171.

​34[1] M. Armiero, op. cit., p. 150, traduzione mia.

​35[1] A. Pastore ,op. cit., p. 170.

​36[1] Ivi, p. 171.

​37[1] Ivi, p. 170.

​38[1] G. P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., pp. 308-309.

​39[1] A. Pastore ,op. cit., p. 170.

​40[1] G. P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., p. 308.

​41[1] Ibidem.

​42[1] Ivi, p. 309.

​43[1] Crf. supra, pp. 313-314.

​44[1] Ivi, p. 309.

​45[1] M. Armiero, op. cit., p. 151, traduzione mia.

​46[1] G. P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., p. 364.

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