Filosofia

Auschwitz e l’individuo: Come l’esperienza dei campi di concentramento ha modificato pensieri e personalità

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December 20, 2018

Bestializzazione

Uno degli aspetti che purtroppo possiamo definire fra i più conosciuti di quelli adottati dai nazisti nei confronti dei deportati nei Lager, è sicuramente quello che viene comunemente chiamato come il processo di “bestializzazione”. Questa pratica è forse una fra le peggiori utilizzate in quanto cercava di indurre la regressione della personalità dell’individuo a tal punto da poter paragonare quest’ultima a quella di un animale domestico. L’obbiettivo era infatti questo: cercare di insinuare nella mente dei prigionieri l’impossibilità di qualunque forma di ribellione o di fuga per poter poi dare loro il colpo di grazia colpevolizzandoli per ciò che stava accadendo loro e ai loro amici e compagni. A quel punto il passo per far divenire un uomo un oggetto era breve. La riduzione alla condizione di animale è inoltre funzionale all’assunzione, da parte dei carnefici, di un comportamento privo di qualsiasi umanità in quanto agire in un modo violento e completamente impietoso è più facile se davanti si ha un soggetto non considerato proprio simile.

Il processo per arrivare all’annientamento completo dell’interiorità degli internati era lungo e difficile soprattutto nei confronti di coloro che erano fermamente ancorati a solidi principi, come una fede morale o religiosa o l’amore per qualcuno, che riuscissero in qualche modo a dare loro un motivo per continuare a sopravvivere. Il primo passo di questa pratica lo possiamo individuare già nei primi momenti di ghettizzazione e di deportazione, quando gli atteggiamenti dei soldati e degli ufficiali nazisti erano di estrema violenza fisica e verbale. Non molti in quei momenti capivano per quale motivo persone che prima potevano essere i loro vicini di casa o loro vecchi compagni di scuola, adesso fossero tanto arrabbiati nei loro confronti, e tantomeno potevano immaginare quale fosse il loro destino. Le notizie veritiere infatti che arrivavano sui campi di sterminio erano quasi nulle, il regime mandava rari filmati di propaganda mostrando i campi come luoghi di lavoro e di speranza per gli ebrei in modo tale da cercare di “invogliarli” ad andare senza troppe resistenze; quindi nemmeno quella parte di tedeschi considerati “ariani” era completamente a conoscenza dello sterminio in atto. Nel momento in cui le persone venivano fatte salire sui vagoni dei treni che li avrebbero portati ai campi, entrava in azione la macchina nazista; l’impossibilità di fuggire era già chiara, gli ordini volavano assieme ai pugni e nessuno osava alcun tipo di resistenza.

La prima offesa era rivolta al pudore: le 120 persone fatte salire per vagone impossibilitavano qualunque tipo di privacy, ognuno doveva fare i propri bisogni davanti ad altre decine di uomini e donne o, quando si era particolarmente fortunati, dietro a una tenda di fortuna fatta di magliette e stracci. Il secondo passo avveniva all’arrivo dei deportati al campo dove erano divisi tra uomini e donne, le quali a volte potevano tenere con loro i bambini più piccoli. Ogni individuo veniva privato dei suoi pochi beni che gli era stato concesso di portare sul treno, con la promessa che gli sarebbero stati restituiti; a quel punto si procedeva al primo vero omicidio interiore: la doccia. Quello che da sempre si ritiene essere uno dei simboli di pulizia e di cura per il corpo, nei Lager diviene una falla insanabile tra chi i campi li ha vissuti e chi li ha sentiti raccontare. La privazione dell’intimità era al vertice di questo momenti. Assieme alla doccia, inevitabilmente gelata anche d’inverno a -20°C o -30°C e fatta completamente nudi, si accompagnava infatti la depilazione totale del corpo che, da un punto di vista medico può essere intesa come una prevenzione contro i pidocchi, mentre da un punto di vista umano comportava la prima vera umiliazione che un internato doveva subire, fosse uomo, donna, vecchio o bambino. Primo Levi racconta come i nuovi arrivi dopo la doccia, ormai diventati già prede inermi con i nervi recisi dal freddo, si dirigessero verso gli angoli per coprirsi le spalle in modo da sentirsi un po’ più coperti. Dopo quei momenti, brevi ma completamente confusionari, i deportati venivano condotti in uno spazio aperto per subire la prima vera selezione fra coloro che avrebbero potuto lavorare e sarebbero serviti alla causa e coloro che invece sarebbero dovuti andare alle camere a gas perché “inutili” e “deboli”. Coloro i quali erano risultai più forti, i “primi sopravvissuti”, avrebbero poi ricevuto nuovi vestiti, ovvero un pigiama a righe, assolutamente non adatto a coprirsi dal gelo dell’inverno, e delle scarpe, entrambi quasi sempre larghi, per i più fortunati, o stretti. Successivamente avveniva il processo di numerazione. Questa operazione, come racconta Levi, era poco dolorosa ma molto traumatica in quanto comportava l’incisione sulla pelle di un uomo, che fino a poche ore o pochi giorni prima era libero, il marchio dello schiavo e della bestia condannata al macello. Una volta “marchiati” i nuovi arrivi veniva distribuita a ciascuno una ciotola alla quale però non era accompagnato alcun tipo di cucchiaio per poter mangiare la liquida zuppa del campo, i primi giorni dunque gli internati erano costretti a “lappare” la zuppa, come dice lo stesso Levi, alla stregua degli animali.

Ed ecco che si conclude il primo ciclo di “bestializzazione”; ormai i deportati non sono già più persone, nel giro di neanche un giorno sono diventati dei numeri ai quali corrisponde una certa catalogazione per luogo di origine, etnia o religione. Il compito più difficile per i nazisti era dunque stato fatto: erano riusciti a sopprimere qualunque forma di ribellione ancora prima che nascesse e adesso non rimaneva altro che restare a guardare e infierire con qualche colpo di tanto in tanto per rimarcare la loro autorità. Il gruppo di deportati infatti si era completamente trasformato in una aggregazione di singoli dove ognuno pensava solamente a sé stesso e, a volte, aveva un occhio di riguardo per un familiare o a un amico stretto. Ogni singolo era spinto dal solo spirito di sopravvivenza, non c’era più spazio per la pietà né per nessun’altra forma di altruismo. Non rimaneva neppure quell’illusione che Wiesel vedeva presente ancora nei ghetti e invece totalmente dissolta assieme ad ogni pensiero nel momento dell’abbandono dei propri oggetti sul treno. Spinti dunque da quella che Schopenhauer definirebbe la Volontà di Vivere, tutti cercavano di procurarsi chi un cucchiaio, chi un pezzo in più di pane, chi una gamella in più di zuppa, chi delle scarpe e dei vestiti all’incirca della propria taglia ripiegando su qualsiasi tipo di espediente; il furto era il metodo più seguito e anche il più produttivo in quanto, oltre a fornire l’oggetto necessario, poteva portare anche ad un guadagno maggiore se si fosse riusciti a scambiare la refurtiva al mercato nero interno ai Lager. Ogni campo infatti aveva una “piazza di scambio” illecita di cui tutti erano a conoscenza ma che nessuno avrebbe mai denunciato in quanto portava profitti sia agli internati sia alle guardie le quali erano ben disposte a fornire un pezzo in più di pane secco in cambio di qualche lavoro o anche di qualche oggetto prezioso che i prigionieri erano riusciti a non farsi portar via all’arrivo, molte volte ingoiandolo e poi recuperandolo dopo essere andati alle latrine, anch’esse all’aperto e ben poco coperte. Tutti erano dunque potenziali ladri e perciò ognuno doveva tenersi ben stretti i propri oggetti. Nemmeno durante la doccia si poteva far calare l’attenzione, le guardie infatti facevano denudare obbligatoriamente i prigionieri, i quali erano dunque costretti e portare gli indumenti con loro sotto la doccia poiché chiunque avrebbe potuto rubarli se lasciati incustoditi. Il risultato era quindi che all’uscita i vestiti sarebbero stati freddi e bagnati.

Si ha dunque un panorama di completo livellamento prima sul piano sociale, sui treni infatti non esistevano più i concetti di ricco, povero, notabile o inetto, e delle personalità dopo che la massa di deportati era stata scissa in una moltitudine di singoli. Per dare meglio l’idea di questo livellamento è bene portare l’attenzione ad un aspetto personale della vita di Elie Wiesel raccontato nel suo libro. Riferendosi al fatto che non erano presenti specchi nei campi, sottolinea come non vi fosse la necessità di averli in quanto “la propria immagine era riflessa sui volti degli altri” poiché era andato progressivamente a perdersi quel carattere che rende ogni individuo unico e diverso. L’autore de “La Notte” vede inoltre come l’agglomerarsi di leggi e di ordini imposti all’interno della società-lager portò ad un’assenza degli stessi nei rapporti umani fra individui, dando vita ad atteggiamenti che un giusnaturalista definirebbe propri della situazione umana pre-contrattualistica. Come nello Stato di Natura anche qui i deportati “liberi da ogni censura sociale”, come dice lo stesso Wiesel, si abbandonano ai propri istinti naturali in quanto l’unica preoccupazione è per sé stessi. Levi sottolinea la completa assenza di pietà e in “Se questo è un uomo” scrive una frase, che riporto qui di seguito, che coglie nel segno il discorso fatto finora e che introduce quello che sarà l’oggetto della riflessione del prossimo capitolo, ovvero il concetto di “colpa”.

“È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per toglierli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello di uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce”.

Colpa, vergogna e impossibilità di fuga

L’internato nel Lager, come abbiamo visto, è dunque in una condizione di completa solitudine e di debolezza fisica e morale che lo ha portato a essere consapevole dell’impossibilità di qualunque forma di fuga. Ai reticolati metallici e alle mitragliette delle guardie si somma infatti la desolazione del paesaggio dei dintorni del campo. È dunque diventato, come lo definisce Levi, “il prigioniero tipico”: è al limite dell’esaurimento, affamato, indebolito, coperto di piaghe, principalmente sui piedi, che lo rendono impedito e profondamente avvilito ed è conscio che non è più possibile nemmeno una ribellione. Come sostiene Levi è infatti un “uomo straccio” e, collegandosi al filosofo tedesco Karl Marx, aggiunge “Con gli stracci le rivoluzioni non si fanno nel mondo reale, ma solo in quello della retorica letteraria e cinematografica”.

Proprio in questa condizione si insinua un’altra azione dei nazisti, ovvero la “colpevolizzazione”, tema che Primo Levi tratta a fondo e vede connotato con due livelli di sviluppo, uno che trova la sua realizzazione all’interno dei Lager e l’altro dopo la liberazione. Per quanto riguarda la prima fase, è centrale il tentativo dei nazisti di spostare sulle loro stesse vittime la colpa delle loro azioni, continuando il processo di distruzione psicologica, cercando di autocolpevolizzarli per non dare loro nemmeno il “piacere” di essere innocenti. Secondo Levi, i nazisti volevano trascinare con loro, più o meno inconsciamente, i prigionieri condividendone le colpe, specialmente dal 1943, quando ormai la guerra stava prendendo una direzione che avrebbe portato nel 1945 alla sconfitta tedesca. Questa idea può trovare la sua conferma nei “Sonderkommandos”, ovvero nei gruppi formati dagli stessi prigionieri ebrei che avevano il compito di togliere gli indumenti, i denti d’oro e di tagliare i capelli ai cadaveri per portarli poi dalle camere a gas ai forni crematori. Toccante per questo ambito è la testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti di queste squadre, che infatti venivano eliminate dopo qualche tempo per non lasciare testimoni, ovvero Shlomo Venezia autore di “Sonderkommando Auschwitz”. La seconda fase individuata da Levi comprende invece la colpa dopo la liberazione e subentra nel momento in cui l’individuo si rende consapevole di essere stato “menomato”, di aver vissuto come un animale, di essersi reso colpevole di furto anche ai danni del vicino di cuccetta o di un amico e di aver dimenticato tutte le proprie origini per sopravvivere. Questo tipo di autocolpevolizzazione per noi “spettatori” è assolutamente perdonabile, poiché conosciamo le situazioni che ebrei e tutti gli internati hanno dovuto subire nei campi, ma non possiamo comprendere gli stati d’animo che affiorarono nei giorni e negli anni dopo la liberazione, in quanto la nostra osservazione è lontana e priva di qualsiasi esperienza diretta. Sappiamo però che in molti casi i sopravvissuti scelsero il suicidio piuttosto che continuare a ricordare e dunque può sorgere la domanda: “Come mai non prima? Perché la scelta del suicidio è avvenuta una volta tornati a casa e non quando erano ancora nei campi?”. Sempre Levi ci dà la risposta. Le motivazioni di questo gesto furono le più disparate, ma il fatto che si realizzò dopo la liberazione è dato dalla sua connotazione di atto pensato; il suicidio è infatti proprio degli uomini e non degli animali e sono proprio gli uomini che hanno bisogno di tempo per pensare e nei Lager di tempo non ce n’era. Infine era nella prigionia che negli uomini veniva inserito il senso di colpa che solamente più tardi sarebbe emerso in modo preponderante.

Un’altra causa, forse la più influente, che portò in molti casi al suicidio è la vergogna. Levi ne “I Sommersi e I Salvati” attribuisce tale sentimento non solo ai sopravvissuti, ma anche a tutto il genere umano e specificatamente al popolo tedesco che nei dodici anni hitleriani si è voltato dall’altra parte omologandosi, quasi del tutto compatto, ai voleri del regime e per questo guadagnandosi l’appellativo di “massa grigia”. Il sopravvissuto dopo la liberazione, come dice lo stesso Levi, incomincia un processo di indagine di sé e degli anni passati nel degrado più totale e inevitabilmente si pone alcune domande. Una di queste domande fa riferimento alla possibilità, purtroppo reale, di essere sopravvissuto al posto di un altro, talvolta anche per caso. Non si può però escludere che, per motivazioni anche fisiche, in una selezione sia stata scelta una persona al posto di un’altra e che quest’ultima sia riuscita a vedere la libertà. A questo punto interiormente può nascere nei confronti del mondo una vergogna per la quale, una persona che non ha potuto sottrarsi alla “visione del nudo dolore e dell’inferno” e che si attribuisce la colpa di aver “soppiantato” un suo simile, si sente incapace di farsi vedere agli occhi degli altri come il portatore di questa testimonianza e inadeguato al mondo in cui vive che, una volta per tutte, gli ha sottratto la sua personalità, la sua vita e tutto ciò che era e aveva prima della prigionia.

​L’evoluzione della tematica religiosa

Una delle questioni su cui la critica e l’opinione pubblica del dopoguerra si sono trovate maggiormente in difficoltà è la tematica religiosa. Viene infatti messa in discussione l’onnipotenza e l’infinita bontà di Dio il quale non è intervenuto a difesa delle milioni di vittime della guerra e dei campi di sterminio. Un esempio lo si può certamente trovare all’interno del testo “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” (1987), del filosofo tedesco Hans Jonas, il quale sottolinea come l’esperienza dei Lager segni un forte spartiacque fra il “‘prima e il dopo” Olocausto. Auschwitz rientra dunque in uno degli hegeliani eventi cosmico – storici che ha inevitabilmente segnato la fine di una sezione della storia dell’uomo aprendone di conseguenza un’altra basata su una nuova metodologia di riflessione sul male. Le tesi di Jonas sono “lontane” dalle esperienze dei Lager e prendono in considerazione tematiche non derivanti da esperienze personali, come ad esempio quelle di Primo Levi, ma da una osservazione non diretta della Shoah. Jonas dimostra come sia inevitabile che l’uomo debba ormai rinunciare a una delle tre connotazioni fondamentali di Dio nella tradizione ebraica: bontà infinita, onnipotenza, comprensibilità da parte dell’uomo. Le fondamenta dell’altare divino iniziano a vacillare, questo non è più visto da molti come un rifugio e alcuni sono profondamente delusi dall’astensionismo di Dio e comincia a trapelare il dubbio della sua stessa esistenza. Lo stesso Jonas individua nella completa inconoscibilità uno dei due casi per giustificare l’eccesso di male durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo presupposto comporterebbe però un disfacimento del Dio biblico pieno di misericordia, tenerezza e giustizia su cui non si potrebbe nemmeno discutere. L’altro caso, che diventa quindi il più valido, invece è inquadrabile nella conoscibilità di un Dio non totalmente buono che, andando a sommarsi con l’esistenza ineluttabile di un eccesso di male nel mondo, porta alla domanda, che già Epicuro si era posto: Dio, vedendo il male del mondo, può consolarlo o evitarlo ma non lo fa, oppure vorrebbe ma non può? Le strade proposte da Jonas anche in questo caso sono due: la prima vede un Dio non totalmente buono, l’altra un Dio non totalmente onnipotente. Queste due visioni però vanno a scontrarsi di nuovo con i fondamenti della religione ebraica dando vita da una parte ad un Dio privo di bontà che cessa inevitabilmente di essere Dio e di cui non si può nemmeno parlare, dall’altra ad un Dio non-onnipotente per il quale bisogna però ammettere un qualcosa di più “alto” all’esterno di lui che lo condiziona e anche questa ipotesi è assolutamente inaccettabile per la tradizione ebraica. La conclusione a cui Jonas arriva è quindi l’accettazione di un Dio onnipotente che, proprio in quanto onnipotente, rinuncia alla propria potenza scegliendo la debolezza e consegnando nelle mani dell’umanità la responsabilità del male; l’unica soluzione per uscire da questa condizione è che l’uomo deve “fare sé stesso a immagine e somiglianza dell’infinita bontà di Dio e non della sua presunta onnipotenza”.

È interessante però analizzare anche il problema religioso vissuto e raccontato da alcuni dei sopravvissuti dei campi di sterminio le cui riflessioni hanno una più diretta corrispondenza con le emozioni, se così si possono chiamare, che gli internati provavano ogni giorno nei Lager. La prima considerazione che il lettore può estrapolare dalle memorie dei sopravvissuti scritte in anni più vicini alla Shoah è sicuramente una fortissima impulsività di alcuni, assolutamente giustificata, che può far crollare anche le fedi più forti.

In una personalità come Elie Wiesel ad esempio, studioso di teologia ebraica e convinto praticante, la fede vacillò nel momento in cui gli si presentarono di fronte agli occhi alcune scene terribili che ormai facevano parte della vita quotidiana nei Lager nazisti. I primi sentimenti di avversione al proprio Dio Wiesel li ha nel momento in cui vede alcuni internati ebrei recitare il Kaddìsh, la preghiera per i morti, per sé stessi, a quel punto sente dentro di sé l’inizio di un processo di ribellione verso il proprio Dio, incomincia a domandarsi per quale motivo debba ancora ringraziarlo dopo che egli taceva di fronte a tutto quello che stava accadendo. Elie è diviso interiormente: da una parte sente che quei momenti hanno ucciso il suo Dio, dall’altra a volte lo ringrazia, come quando benedice la creazione del fango nel momento in cui i soldati nazisti, con l’ordine di sequestrare tutte le scarpe nuove, non notano le sue perché ne sono coperte. Ma la fede di Wiesel crolla definitivamente a seguito dell’uccisone, per mezzo di impiccagione, di tre internati che avevano partecipato al sabotaggio della centrale elettrica di Buma; fra di loro c’era anche un bambino, un pipel, “un angelo con gli occhi azzurri”, come venivano chiamati i bambini bellissimi servitori degli Oberkapo. Al momento dell’esecuzione Wiesel sente qualcuno nella fila dietro chiedere insistentemente dove sia Dio, e dentro di sé risponde “È appeso li, a quella forca”. Dopo questo episodio si rivolge con sempre maggiore rabbia a Dio, rabbia che cresce fino ad esplodere nel momento in cui, durante la preghiera per il Rosh Hashanà, l’ultimo giorno dell’anno ebraico, nella quale si ringrazia Dio e lo si prega per un nuovo anno all’insegna della felicità, inizia a provare dolore sentendosi tradito e abbandonato e comincia a inveire contro Dio incolpandolo di aver creato le fabbriche della morte, di aver fatto bruciare migliaia di bambini, di donne e di uomini come vittime sacrificali. Si convince che l’uomo è più grande e forte di Dio e non si capacita di come ancora qualcuno possa lodarlo e ringraziarlo. Non smette di credere ma rifiuta la figura del divino come portatore di giustizia assoluta, visione propria anche di Primo Levi che dice di non poter più credere, nonostante i Lager abbiano confermato la sua laicità, nella provvidenza e nella giustizia trascendente. Sul banco degli imputati, come dice lo stesso Wiesel, ora c’è Dio in persona e non più lui che adesso ricopre il ruolo dell’accusa priva di qualunque tipo di amore o pietà ma satura di collera e vendetta. Ogni azione diventa adesso un atto contro la divinità e anche il sopravvivere stesso assume i caratteri della rivalsa.

Epilogo

Abbiamo dunque visto come la personalità di coloro che hanno dovuto vivere e subire la drammatica esperienza dei campi di sterminio sia drasticamente cambiata. Ho scelto di trattare anche l’argomento di “Dove era Dio durante i campi di sterminio?” in quanto ritengo sia una delle tematiche più complesse nate dopo l’Olocausto, che ha segnato sicuramente uno spartiacque, come dice anche Jonas, fra il “prima” e il “dopo” Auschwitz. Voglio sottolineare come la mia argomentazione non sia assolutamente connotata da alcuna accezione polemica in quanto ritengo che una risposta che sia unica, definitiva e universale a questa domanda non possa esistere proprio per la sua difficoltà e per le dinamiche dalle quali è nata. Esistono moltissimi altri temi a mio avviso su cui è necessario riflettere, come i punti di vista di chi era “dall’altra parte”, come Adolf Eichmann, del cui processo parla Hannah Arendt ne “La Banalità del Male”. Un altro tema sicuramente molto importante riguarda il prosieguo della memoria dell’Olocausto anche dopo che non ci saranno più testimoni diretti, argomento di cui parla David Bidussa nel libro “Dopo l’ultimo Testimone” affrontando anche la questione relativa all’istituzione dei Giorni Della Memoria. Questi sono solo alcuni esempi proprio perché, come già detto, la Shoah ha sollevato numerosissime domande e questioni alle quali è impossibile trovare una risposta univoca. Concludo con l’augurio di aver suscitato interesse e riflessione in quanti leggeranno.

Evandro Balbi

Illustrazioni di Anna Nutarelli

Bibliografia

Primo Levi: “Se questo è un uomo” Einaudi (1958); “I Sommersi e I Salvati” Einaudi (1986)

Elie Wiesel: “La Notte” Giuntina (1980)

Hans Jonas: “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”

David Bidussa: “Dopo l’ultimo testimone” Einaudi (2009)

Shlomo Venezia: “Sonderkommando Auschwitz” Rizzoli (2007)

Hannah Arendt: “La banalità del male” Feltrinelli (1964)

Rudolf Hoss: “Comandante ad Auschwitz” Einaudi (1960)

Sitorgrafia foto:
www.pixabay.it

Bambini di Auschwitz – Wikipedia

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/lettere-dopo-inferno-museo-dell-olocausto-gerusalemme-rende-98718.htm

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