Storia

Essere cittadino nell’antichità

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December 20, 2018

“La cittadinanza segna l’appartenenza di una persona giuridica ad uno Stato”, questo sarebbe il significato se si cercasse la parola sul dizionario.

Ma il concetto che la parola identifica è molto più complesso e non si ferma alla sola appartenenza alla comunità statale.

Quello di cittadino è uno status che viene concesso all’individuo dalle istituzioni dello Stato secondo determinati criteri e stabilisce quali siano i diritti che, con esso, sono stati acquisiti e a quali regole deve sottostare per mantenerlo.

La concessione della cittadinanza fa anche in modo che l’individuo che la riceve esca dalla condizione di straniero, mettendo così in contrapposizione le due figure.

Il bisogno di dividere queste due entità e di comprendere a chi dovesse essere concesso di entrare in possesso dei diritti di cittadino è una prerogativa di ogni Stato, in ogni tempo storico.

Nel mondo greco, il cittadino era colui che, risultava totalmente integrato all’interno di una πόλις(1) o comunque all’interno di una comunità civica, non tanto dal punto di vista etnico, quanto da quello giuridico.

In quest’ottica lo straniero era chiunque fosse estraneo alla comunità, sia perché effettivamente esterno ad essa, sia chiunque fosse stato privato dell’effettiva cittadinanza per aver trasgredito alle regole imposte dal governo.

L’opposizione fra cittadino e straniero è, dunque, in Grecia, una delle antitesi costitutive dell’identità politica e civile.

Ma la vera trasformazione del concetto, che porterà poi a far nascere quel sentimento di “Nazione” che starà alla base della formazione degli stati nazionali in età moderna, si concretizza sotto il dominio di Roma, a partire dall’età monarchica.

In questo primo periodo la cittadinanza romana era subordinata, come nel mondo greco, alla partecipazione alla vita pubblica nei comizi curiati e, di conseguenza, all’iscrizione nelle tribù.

Roma arcaica aveva un assetto costituzionale basato sulla presenza di un re affiancato da un senato, al quale sottostavano i comizi curiati che erano espressione del popolo.

La divisione tribale seguiva la tripartizione etnica della comunità cittadina:

•    Ramses, da Romolo, era la tribù dei Latini;

•    Titires, da Tito Tazio, quella sabina;

•    Luceres, da Lucumone, la compagine etrusca.

E’ certo che la divisione tribale fosse una reminiscenza più antica, forse etrusca, e si pensa che le tribù gentilizie siano state introdotte durante la monarchia dei Tarquini(2), anche se la ripartizione del popolo in tribù è presente presso altri popoli italici come gli Umbri e i Sabelli. Le tribù romane erano divise in gentes,ovvero famiglie. Queste famiglie si dividevano in quelle che avevano contribuito alla fondazione dell’Urbe e che si identificavano come patrizi, in contrapposizione con i plebei che erano invece esponenti di quelle gentes che si erano aggiunte successivamente. Ogni tribù forniva dei reparti per l’esercito.

Ma l’elemento cardine di Roma erano le curie.

Trenta, dieci per ogni tribù, erano la base su cui si costituiva l’assemblea popolare e l’esercito in cui era inquadrato il popolo.

Far parte di una curia garantiva l’accesso alla cittadinanza, poiché significava partecipare alla vita pubblica, attraverso il diritto di voto nell’assemblea, e concorrere alla difesa della città. Ma quali erano i modi per essere ammessi al comizio curiato onde richiedere la cittadinanza?

Il primo di questi è strettamente legato alla capacità di Roma di essere molto propensa all’integrazione, che la rende il fulcro di flussi migratori dalle zone limitrofe e che andrà poi allargandosi durante il periodo repubblicano per raggiungere il suo apice con l’Impero.

Queste migrazioni erano composte da persone che avevo problemi nella loro patria e si muovevano alla volta dell’Urbe in cerca di una seconda possibilità, richiedendo l’asilo. Questi potevano, dopo un determinato periodo di tempo, richiedere la cittadinanza e venire messi a parte di una curia.

Tuttavia Roma non concedeva la cittadinanza a tutti coloro che la richiedevano, bisognava che da quell’acquisizione Roma potesse trarne un vantaggio, un’utilità.
Venivano regolarizzati, dunque, solo coloro che potevano permettersi un’armatura oplitica e che quindi potessero costituire le prime file dell’esercito.

Inoltre il diritto romano non prevedeva la doppia cittadinanza, quindi chi faceva richiesta di ricevere lo status di cittadino doveva rinunciare a quella della città di provenienza; questo per evitare controversie in caso di guerra.

Esisteva poi la categoria degli schiavi: per lo più prigionieri di guerra, ma anche debitori che, non potendo saldare, vendevano la propria libertà ai creditori. Non avevano dignità politica o civile, né capacità giuridiche. Erano esclusi dallo status di cittadino, ma potevano accedervi per mezzo della manomissione. Questa pratica consisteva nella liberazione dello schiavo da parte del pater familias e della sua acquisizione dello status di liberto e entrava a far parte della cerchia clientelare del padrone. La manomissione era legata all’abilità, alla fortuna e alle circostanze della vita dello schiavo e comunque subordinata all’utilitas che Roma poteva ricevere dalla sua liberazione. Con l’avvento della Repubblica, il concetto di cittadinanza assunse un significato differente .

Essa viene definita come un insieme di diritti civili e politici, cui corrispondevano dei doveri. Tuttavia non esisteva, nel mondo romano, un elenco di questi diritti e doveri che definivano lo status di cives; questo perché il concetto di “diritti civili” nasce molto più tardi, appartiene,infatti all’età moderna.

Immagine 2: Lucio Cornelio Silla: Tentativo di riproduzione realizzata dalla comparazione dei suoi busti originali. 

Sappiamo però cosa comportasse essere un cittadino romano.

Principalmente il cives gode dello ius connubii, il diritto di contrarre un giusto matrimonio, dal quale derivano altri effetti giuridici.  Alla fine dell’età repubblicana, la tutela del cittadino venne ampliata dalla legislazione sillana con le leggi Corneliae, che prevedevano il diritto alla salvaguardia della persona e del domicilio.

Essere cittadino ti permetteva di compiere gli atti espressi dal diritto.

I diritti politici legati alla cittadinanza erano:

•    lo ius suffragii, il diritto di votare nell’assemblea, alla quale potevano partecipare solo i cittadini;

•    lo ius honorum, il diritto di poter essere eletto magistrato;

•    la possibilità di invocare l’intercessio(3) di un tribuno e un magistrato.

I doveri che il cittadino contraeva nei confronti della res publica erano l’obbligo di servire nelle legioni e il pagamento dei tributi.

Ma come si accedeva alla cittadinanza?

Era cittadino chi nasceva da giuste nozze tra padre e madre entrambi Romani, o tra padre Romano e madre latina/peregrina (a patto che avesse il diritto di connubio).

Se il figlio non nasceva da nozze legittime seguiva la condizione della madre.

Diveniva cittadino anche chi si fosse guadagnato, per merito, questo status; questa assegnazione poteva essere concessa ad un singolo come ad una comunità.

Con la Repubblica, Roma, comincia la sua fase di espansione verso le zone circostanti dell’Italia e la cittadinanza diviene il discrimine per i rapporti con gli stranieri; i romani crearono delle nuove condizione giuridiche, subordinate a quelle del cives romanus. L’Urbe si mosse con molta cautela nell’affrontare i problemi legati alla conquista, perché non voleva introdurre ai benefici della cittadinanza popoli non ancora completamente romanizzati; soprattutto non voleva renderli partecipi delle decisioni dell’assemblea. Impose quindi la civitas sine suffragio: è un tipo di cittadinanza, concessa ai popoli di nuova acquisizione, che non implica il diritto di voto e escludeva chi la deteneva dalla partecipazione politica e dall’accesso alle magistrature, ma prevedeva il sottostare agli obblighi militari e al pagamento dei tributi come i cittadini a pieno diritto.

A fianco alla civitas sine suffragio si pone la condizione di Latino, della quale, in età repubblicana, godono i Prisci Latini, gli Ernici e i Latini coloniarii.

I Latini fruivano di proprie leggi, dovevano contribuire con denaro e uomini alle campagne militari romane, ma avevano dei privilegi derivanti dal diritto romano: godevano dello ius connubii, dello ius commercii (sia tra loro che con i Romani) e, soprattutto, dello ius migrandi.

Quest’ultimo molto importante poiché decretava che chiunque si trasferisse a Roma potesse richiedere, e ottenere, individualmente la cittadinanza all’atto delle operazioni di censimento. Condizione giuridica particolare è quella dei peregrini. Chiamati originariamente hostes,  non erano cittadini romani o latini, ma appartenevano a comunità straniere.

Lo straniero, in ogni caso, mancava di tutela giuridica a meno che non fosse coperto da un trattato internazionale tra Roma e la sua civitas o da un legame di ospitalità.

Il 242 a.C. segnò un momento di svolta nei rapporti tra romani e stranieri: venne istituito il pretore peregrino, con il compito di risolvere il contenzioso giudiziario tra le due parti. Tale istituzione fu l’effetto dell’estendersi del dominio di Roma sul Mediterraneo che portò, inevitabilmente, alla nascita di problematiche, sul piano del diritto, relative alle operazioni commerciali, ma anche all’aumento della popolazione straniera. La situazione cambiò nuovamente con l’avvento dell’impero, a partire, quindi, dal 27 a. C., quando Ottaviano venne investito del titolo di Augusto.

Ma chi erano i cittadini dell’Impero?

I metodi attraverso cui si può raggiungere lo status di cittadino non differiscono da quelli di età repubblicana: una persona può ricevere la cittadinanza per nascita o per manomissione. Per coloro che la ottengono per nascita, importante elemento di discrimine è il connubium; in una realtà in cui l’Impero si sta affacciando a popolazioni barbare, comprendere se il nascituro dovesse seguire la condizione del genitore cittadino o di quello straniero è fondamentale per restringere le maglie dell’ingresso ai privilegi derivati dallo status di cittadino.

In caso di nozze legittime, il nascituro avrebbe seguito la condizione del padre al momento del concepimento, in loro mancanza il nascituro avrebbe seguito la sorte del genitore che si fosse trovato nella condizione più sfavorevole, come deliberato dalla lex Minicia de liberis.

Differente è la questione che riguarda le manomissioni a causa della promulgazione, nel 4 d. C, della legge Aelia Sestia, disposta per contrastarne gli abusi. La legge stabilisce che coloro che si fossero macchiati di “turpitudini”, per crimini commessi o per aver combattuto contro Roma ed esservi poi sottomessi, rimanessero, dopo la manomissione, peregrini dediticii senza possibilità di raggiungere lo status di cittadini e fossero impossibilitati a risiedere entro cento miglia dall’Urbe. Nel caso che questa prescrizione non fosse rispettata, i trasgressori sarebbero stati venduti all’asta e privati della possibilità di essere manomessi. Quando Augusto raggiunse il potere promise ai cittadini dell’Impero che avrebbe riportato la pace. Questa parola, in politica interna, stava ad indicare la pacificazione sociale e l’equilibrio di potere e prestigio tra le diverse componenti dello Stato.

Più complesso era il significato del termine per quello che riguardava la politica estera dove la pax doveva essere conforme a quell’ideale imperialistico che aveva portato a identificare ogni realtà o come appartenente a Roma o come res nullius.

La pace doveva dunque trovare il suo compimento nella pax Romana  e quindi nelle regole dettate dall’Urbe.  L’imperialismo di Roma non si fermò e si mosse su tre aspetti importanti: riportare al rispetto di Roma i sudditi riottosi, rendere sicure le comunicazioni via terra e attestarsi su linee stabili di confine.

La costruzione dell’Impero prende il via dall’uso delle armi, ma, dietro l’invio degli eserciti, possono esserci due differenti visioni:

•    la prima vede l’esportazione della cultura e dei costumi romani come il secondo atto dell’azione di conquista, un’omologazione forzata agli standard romani;

•    la seconda vede quella stessa esportazione come “civilizzazioni delle popolazioni barbare”, distinguendo accuratamente la fase della conquista militare, da quella del riordinamento politico-amministrativo.

Le guerre erano quindi un mezzo per esportare la romanità.

Questo processo di romanizzazione rappresenta il fenomeno più grandioso che ci sia stato nella storia dell’umanità, configurandosi come la volontà di ridurre a unità politica e omogeneità culturale un complesso di popoli attraverso la forza delle armi, ma associati poi alle funzioni di governo, fino al punto quasi di cancellare l’originaria distinzione tra vincitori e vinti, sostituendola gradualmente in distinzione in classi sociali che andasse al di là di ogni diversità etnica o geografica.

In questo Roma fu facilitata dalla sua grande propensione di concedere la cittadinanza, annullando le ragioni della differenza originaria.

Il nerbo dell’Impero è costituito dallo status di cittadino romano, la cui diffusione capillare favorisce ovunque la dinamicità della politica e istituisce un connettivo fra le regioni dell’Impero e la capitale: la romanità è dunque  il principio di uniformità su cui l’Impero è fondato. Il processo di romanizzazione trovò il suo compimento nel 212 d. C. con la promulgazione, da parte dell’imperatore Caracalla, della Constitutio Antoniniana che estese la cittadinanza a tutti i popoli sotto il dominio di Roma, con l’esclusione dei dediticii aeli, ovvero quella parte della popolazione formatasi dopo la promulgazione della lex Aelia Sestia  ed in cui configuravano tutti quegli schiavi manomessi, ma che non potevano sperare di acquisire la cittadinanza. Questo provvedimento, tuttavia, non suscitò, in coloro che ne erano destinatari, particolari entusiasmi, forse perché la generalizzazione di questo status ne fece perdere valore, poiché rompeva la linea politica che Roma aveva fino a quel momento tenuto, considerando la cittadinanza come un favore riservato ad un’élite che però, proprio per questo, si innalzava sulla massa. I detrattori di questa legge non mancano; molti storici contemporanei ritengono che sia stato solo un provvedimento demagogico atto solo ad esaltare il potere dell’imperatore. Detrattori non mancano anche in antichità, uno su tutti Cassio Dione(4), che non esitò ad insinuare che il provvedimento non fosse nient’altro che un atto volto ad aumentare le entrate dello stato, estendendo anche ai peregrini, divenuti cives,l’obbligo di pagare le tasse sull’eredità. A prescindere dalle interpretazioni della legge c’è chi, come lo studioso tedesco Schultz, ha visto nell’ Editto di Caracalla la possibilità di considerare l’Impero come una Nazione, rifacendosi ai principi giuridici relativi alla communis patria per l’omogeneità della vita culturale e materiale venutasi a formare nell’Impero. Il provvedimento rappresentò la fine della realtà imperiale come strumento di dominio di popolazioni vinte e l’assimilazione ad una nazione di stampo moderno, la cui eco nella storia sarà di esempio nei processi di formazione degli stati nazionali.

Bruno Sacella

Illustrazioni: Tommaso Debernardis

Note:

1) Pòlis

2) Sicuramente risalente al periodo dei Tarquini, invece, il cambiamento da tribù gentilizie a tribù censitarie e all’introduzione di quelle territoriali.

3) L’intercessio o ius intercessionis è un concetto giuridico della Roma antica che implica   l’intervento di un soggetto politico in occasione di un atto compiuto da un altro soggetto, in genere un magistrato.

4) Lucio Cassio Dione (155-235 d. C) fu uno storico e senatore romano di lingua greca.

Bibliografia

•    Mindus P., Cittadini e no. Forme e funzioni dell’inclusione e dell’esclusione, Firenze university press, Firenze 2014.

•    Ricci C., Orbis in Urbe. Fenomeni migratori nella Roma imperiale, Edizioni Quasar, Roma 2005.

•    Poma G., Le istituzioni politiche del mondo romano, il Mulino, Bologna 2002.

•    Valditara G., L’immigrazione nell’antica Roma: una questione attuale, Rubettino Editore, Soveria Mannelli 2015.

•    Brizzi G., Roma. Potere e identità dalle origini alla nascita dell’impero cristiano, Pàtron Editore, Bologna 2012.

•    Musti D., Storia greca. Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Editori Laterza, Bari 2006.

•    Desideri P., La romanizzazione dell’Impero, in Clemente G. Coarelli F. Gabba E. (a cura di), Storia di Roma Volume Secondo. L’Impero mediterraneo II. I principi e il Mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1991

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