Musica

“Finalmente” i Cartabianca

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December 20, 2018

Recensire un album non è mai facile. Si tratta infatti di un’esperienza piena di ostacoli e intrighi pronti a colpirci in qualunque momento e sempre sotto forme diverse. In questo caso, quando cominciai a scrivere dei Cartabianca, il primo intoppo che mi capitò fu il mio stesso entusiasmo. Nella testa mi frullavano centinaia di parole con cui speravo di descriverli e presentarli come meritavano, trovandomi infine a comporre un insieme confusionario di paroloni che portavano solamente a distogliermi dal centro del discorso, ossia che i Cartabianca sono un gruppo sorprendente.

Un simile riconoscimento potrà sembrarvi spropositato, ma come potrete vedere è ben motivato e insieme ad esso anche tutta l’euforia che suscitano nelle persone quando ascoltano e comprendono la loro musica. Ma chi sono effettivamente i responsabili di tanto entusiasmo?

I Cartabianca nascono da un’idea dei fratelli Francesco e Fausto Ciapica, due ragazzi che hanno fatto dell’essere estroversi e imprevedibili il loro marchio di fabbrica.

Grazie ai genitori sono cresciuti nell’ambiente musicale fino a conoscerne anche gli aspetti più reconditi e soltanto dopo aver fatto parte di diverse formazioni, intorno al 2010, hanno fondato ufficialmente il loro duo. Risultato costato loro non poche fatiche. Prima di cimentarsi in una simile impresa hanno sondato attentamente il terreno per capire quale percorso avrebbero dovuto seguire, comprendendo che il loro destino non si sarebbe compiuto su una solida strada di asfalto, ma in mezzo ad un mare in tempesta colmo di avventure e sorprese.
Conoscendo i Cartabianca si può notare che la loro bandiera è “il contrario di tutto” e quanto hanno scelto di fare oggi potrebbe ribaltarsi completamente domani, portandoli-portandoci sempre di fronte a qualcosa di inaspettato, quanto imperdibile. La stessa scelta del nome Cartabianca è una garanzia del loro essere, perché chiamandosi in questo modo mirano a sottolineare la scelta di non voler seguire soltanto un genere musicale, ma quello a cui si sentono più vicini sul momento.

Qual è però l’obiettivo di  Fausto e Francesco? La sincerità. Ciò che colpisce dei due fratelli è il loro attaccamento alle persone, l’affetto che rivolgono al prossimo e il desiderio che provano a rincuorare o divertire chi ne ha bisogno, tramite la loro musica e senza raccontare menzogne a nessuno. Certo, con le canzoni riescono a trasportare l’ascoltatore all’interno di un rifugio, personale e immaginario, ma alla fine tengono a ricordare che stiamo vivendo sempre nel mondo reale e bisogna reagire di fronte ad esso. Provocano così, volutamente, uno sfondamento della quarta parete rivelandosi per ciò che sono, persone, cercando in particolare di annullare le distanze poste dalla tecnologia.

Quella dei Cartabianca è quindi una struttura multiforme, adesso improntata sulla musica d’autore; alla quale sono molto legati grazie a figure come Ivan Graziani e De Gregori (per citarne soltanto due). L’album che vi presentiamo è il primo di questo eccentrico duo, dal titolo: FINALMENTE.

Nella scaletta non troverete canzoni o parole ad esso collegate, perché lo scopo del nome è quello di tirare un sospiro di soddisfazione dopo tutte le fatiche ed i sacrifici compiuti per realizzare l’album e portarlo sul palco.

La sincerità, presentata sopra, si percepisce subito con la traccia “Cazzate anni 70”, prima canzone dell’album, dedicata a Genova e al misticismo che molti legano ad essa nel corso degli anni 70. L’attacco di chitarra rimanda subito al passato da rockettari dei due fratelli, provocando un’esplosione di euforia non appena subentrano gli accompagnamenti del basso e della batteria. Anche all’interno del testo vive l’influenza musicale di quel periodo, impressa nel DNA del duo grazie all’educazione impartita loro dai genitori, anche se poco di quello che vi dicono potrebbe essere stato scritto in quegli anni.  Lo scopo di “Cazzate anni 70” infatti non è quello di immergere del tutto il pubblico negli anni 70 genovesi, ma di far rivolgere su di essi un rapido sguardo per rendersi conto che “Genova funziona non come prima né più di prima” ed è “inutile parlarne ad ogni costo, è lo stesso posto”.

Le tracce successive proseguono in maniera indipendente, sempre grazie all’imprevedibilità dei Cartabianca che non hanno dato all’album un’unica tematica.

“L’altra storia” è difficile da spiegare quanto da comprendere, soprattutto per il pubblico esterno, ma non manca di attrarre e intrigare grazie al velo di mistero che la avvolge. A un lento intro di chitarra si aggiunge l’energia della batteria che, sancendo l’attacco della canzone infonde una punta di brio. La melodia si fa quindi più allegra e allo stesso tempo malinconica, regalando un insolito retrogusto agrodolce. Ad alimentare tale effetto è l’entrata in gioco di un violino dal suono dolce e scandito.

Con “Domenica (cinismi da spiaggia)” si entra in contatto con un’atmosfera ironica, dove regnano simultaneamente allegria, spensieratezza e dolore, soprattutto quando la si ascolta guardando il suo videoclip, dove il protagonista è un cavatappi (come quello in copertina) che va alla ricerca di un nuovo cuore dopo aver perso il suo nel “via vaivaivaiii di mille giorni, a sentimenti alterni, e andate e poi ritorni”.

Dai tratti decisamente singolari è la canzone sullo sfortunato “Principe Rosa”, con cui viene sfatata l’idealizzazione della storia d’amore tipicamente fiabesca, riportando tutto ai problemi della realtà quotidiana. Quando chiesi ai Cartabianca di parlarmene mi dissero subito che si trattava di un brano onesto, nato da difficili esperienze personali e per questo scritto con urgenza, così da non perdere il significato delle parole che stavano prendendo forma nella loro testa. Se si fossero fermati a rifletterci sopra probabilmente avrebbero tramutato la canzone in un mero esercizio, privandola così di tutte le sue qualità artistiche. Mentre fu quasi casuale la scelta del nome: Fausto aveva pensato inizialmente di intitolarla “principe rosso”, per contrapporlo al privilegiato principe azzurro, prima che il T9 del telefono scambiasse rosso con rosa e da quel momento non si è mai pensato di cambiarlo.

Un altro aneddoto divertente riguarda la canzone “Stramalodio” e la sua protagonista Anna, citata prima del ritornello “aaamore mio, ti aaamore mio, ti aaamore mio ti odio”. In origine i Cartabianca volevano dire nana, ma grazie ad un’incomprensione del pubblico si trovarono accanto questa nuova personalità femminile alla quale si affezionarono subito (perché Anna è anche il nome della madre).

L’originalità di “Stramalodio” si rivela sentendola parlare di un amore estroverso, semplice e all’apparenza irreale (come può accadere con una fidanzata estremamente logorroica e distratta, un sigaro troppo caro per quanto dolce o una birra amara  ma dissetante) capace però di persistere nonostante i difetti degli uni e degli altri.

L’ultima traccia che vi presentiamo vanta a sua volta tratti molto particolari, ed è “Melina”. Con rammarico dei Cartabianca risulta spesso la più sottovalutata nonostante i suoi significati nascosti. In questo caso la protagonista non è frutto di alcuna fantasia nè di casualità, ma una persona reale alla quale Fausto e Francesco riconoscono tutto il loro affetto: Melina Riccio.

Nata nel 1951, questa dolce signora sentì a 30 anni di essere stata scelta da Dio per salvare il mondo e da quel momento non ha mai smesso di compiere la sua missione riempiendo le strade con le sue opere d’arte; quasi sempre composte da scritte in rima dipinte sui muri o da oggetti riciclati per darvi nuova vita. Ormai è conosciuta in quasi tutto il mondo, ma quella di Genova è sicuramente la città a cui Melina ha dato il suo maggior contributo. Guardando con attenzione potrete notare su muri, bidoni e porte alcuni suoi messaggi come “Il sole illumina i saggi fulmina i malvagi”, oppure “basta moneta vita per tutti lieta d’amor completa”.

In questo caso, dunque, cos’hanno voluto raccontare i Cartabianca? Una storia d’amore inusuale, surreale ma non impossibile e comunque irripetibile. Perché in fondo Melina è proprio questo, una persona capace di entrare nella vita delle persone per ravvivarla e poi andarsene come una farfalla che abbiamo potuto tenere tra le nostre mani per pochi secondi. Sensazione che viene ben trasmessa dalle parole “melina ti vengo a prendere… ma poi ti lascio andare” e da una sinfonia dai ritmi quieti a cui chitarra, pianoforte, basso, e batteria donano sincere sfumature romantiche.

In quanto alle altre canzoni, come “Faccia di (s)bronzo”, “Tetti” e “Moka”, vi lasciamo il  piacere di scoprirle da soli anticipandovi soltanto che riusciranno sempre a sorprendervi.

Per concludere come si deve, ringrazio le mie collaboratrici Linda Vassallo e Roberta Rustico per aver scritto le domande con cui intervistare questo mitico duo. Ringrazio Chiara Costa, la fotografa della nostra redazione, per le sue splendide foto e rivolgo un caloroso saluto ai fratelli Francesco e Fausto Ciapica, che con la loro disponibilità e sincerità sono riusciti ad appassionare più di un membro della nostra redazione.

Emanuele Bacigalupo

 

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