Filosofia

Il perdono come modello dell’azione umana in Hannah Arendt

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December 20, 2018

Perdono: «(dal lat. mediev. perdonāre – forgìveness; Vergebung; pardon; perdón). È l’offerta gratuita e libera, da parte di una vittima alla persona da cui ha ricevuto l’offesa, di potersi ridefinire nella reciproca relazione che risulta compromessa. Il perdono è un evento che supera la logica della vendetta o il semplice oblio del torto subito; il perdono non è riducibile alla remissione della pena […] e nemmeno alla mera tolleranza, alla scusa o alla comprensione dell’altro. Il perdono è l’atto di chi “riammette alla relazione con sé il proprio offensore, riconoscendogli una dignità che supera il male compiuto e riuscendone a portare il peso senza cedere alla collera” […]». (1)

Il concetto di perdono emerge raramente nella riflessione filosofica-letteraria attuale; come riportato sinteticamente nell’enciclopedia Bompiani alla voce corrispondente, la tematica del perdono è scarsamente analizzata nello sviluppo del pensiero occidentale,  «Le cause di questa mancata considerazione sono diverse […]; forse, soprattutto, l’aver confinato il perdono nella sfera personale e privata come se fosse soltanto l’esito di una virtù individuale, ammirevole, certo, ma su cui non vi sarebbe molto da riflettere». (2)

La tematica presa in considerazione è decisamente sfuggente, per essere concepita richiede di essere applicata concretamente ad esperienze personali, senza le quali non si potrebbe analizzare il fenomeno, e perciò entrano in campo ulteriori variabili che complicano la natura dell’argomento. Inoltre, è importante notare come lo scenario corrente evidenzi uno scarso interesse e studio del fenomeno in questione.

Viene spontaneo, allora, domandarsi: è possibile parlare di perdono? È lecito parlarne solamente a livello teorico, oppure è realistico applicare questa facoltà anche all’ambito pratico?

Nel corso del Novecento vi è stata una voce fuori dal coro, una pensatrice asistematica che si è accostata a questo tema in maniera singolare: Hannah Arendt (Hannover 14 ottobre 1906, New York 4 dicembre 1975).

Negli anni Cinquanta si concentra gran parte della maturazione del suo pensiero, anni cruciali nei quali approfondisce lo studio di rilevanti fenomeni storici, politici e culturali, osservandoli da un punto di vista etico-esistenziale.

Fra i suoi scritti, quello che risulta maggiormente utile per approcciarsi al tema del perdono è il testo del 1958, Vita activa, La condizione umana.

 Da subito emerge l’interesse arendtiano nei confronti di un’ampia tematica: lo studio della condizione umana, o meglio delle condizioni umane che caratterizzano l’uomo contemporaneo. Fra queste condizioni, secondo la Arendt, vi è la condizione della pluralità, a cui corrisponde la facoltà umana per eccellenza dell’agire.

Dei vari caratteri delineati dalla Arendt nella sua analisi sul ruolo dell’azione umana, ciò che determina immediatamente un problema è il rischio legato all’agire, per le due aporie principali che sono costitutive dell’azione: l’imprevedibilità e l’irreversibilità.

La prima aporia riguarda strettamente l’incertezza legata al futuro, mentre l’aporia dell’irreversibilità consiste nell’impossibilità di rimediare agli esiti negativi di azioni commesse nel passato, che continuano nel tempo a limitare il libero agire dell’uomo.

Nella trattazione arendtiana queste due aporie sono poste sul medesimo piano di importanza e troviamo una proposta di soluzione ad entrambe; in questo contesto, personalmente, pongo l’accento maggiormente sull’aporia dell’irreversibilità, in quanto il peso di un passato dal quale non ci si redima è ancor più gravoso sull’uomo di quanto non lo sia l’incertezza totale di un futuro senza sicurezze.

Come ovviare al problema? Tramite quali facoltà si può arrivare ad una significativa liberazione dell’uomo? La Arendt, come accennato, individua due soluzioni a riguardo in due facoltà che appartengono alla potenzialità dell’azione stessa, scrivendo: «La redenzione possibile dall’aporia dell’irreversibilità – non riuscire a disfare ciò che si è fatto anche se non si sapeva, e non si poteva sapere, che cosa si stesse facendo – è nella facoltà di perdonare. Rimedio all’imprevedibilità, alla caotica incertezza del futuro, è la facoltà di fare e mantenere delle promesse». (3)

La riflessione arendtiana sul concetto di perdono è stata, a suo tempo, di estrema attualità e continua ad esserlo, a pieno titolo, anche ai nostri giorni. A ben vedere, l’analisi della Arendt è stata anzitutto spinta da un atto di coraggio insieme ad un’urgentissima volontà di comprendere; parlare di perdono nel momento in cui si andava sviluppando un’ideologia totalitaria pervasiva ed anche quando questa è giunta al suo culmine, è indubbiamente originale. L’indagine sul tema, sebbene sia appunto di grande rilevanza, non è approfondita a dovere e lascia dei grandi interrogativi a proposito.

Rispetto allo sviluppo di questo concetto è da notare una possibile influenza di un autore, teologo e filosofo di formazione, Romano Guardini; è stato maestro della Arendt a Berlino, intorno agli Venti e successivamente vi è stato un altro incontro fra i due negli anni Cinquanta, a Monaco, quando la Arendt decise di rivolgersi alla filosofia politica a prese parte alle lezioni del suo vecchio insegnante.

Lo svolgimento di Guardini riguardo al fenomeno del perdono è decisamente più accurato e minuzioso, toccando una vastità di temi correlati; il contesto è quello della realizzazione etica personale, affrontato da un punto di vista morale ed insieme telogico-cristiano, nel quale si esplorano le varie condizioni indispensabili affinchè di possa parlare di azione morale e di colpa.

Guardini esplora l’evento della colpa in maniera pluriprospettica, parlando implicitamente di una forte componente di irreversibilità nella vita dell’uomo e nelle sue azioni: «Nulla di quanto è accaduto si annulla, tutto è ancor sempre presente o nei disordini o nelle distruzioni causate, o nel dolore costante e operante delle persone stesse coinvolte e dei loro congiunti, o nell’esempio che è stato dato o nelle motivazioni innescate… ma rimane presente anche nella stessa persona che ha agito, nell’effetto che la sua azione ha prodotto sul suo carattere, negli indurimenti e nelle perversioni che ne risultano… Essere passato non significa mai divenire nulla, ogni iniquità commessa è ancora presente, e ciò vale non solo per le grandi azioni, ma anche per le piccole, per ogni impresa fondata sulla disonestà, per ogni promessa infrante, per ogni parola sudicia: tutto rimane. E quel che più conta, con un carattere particolare: sotto forma di colpa». (4)

Ciò che è maggiormente propedeutico al momento del perdono, per Guardini, è il pentimento: nell’atto del pentimento risiede la genuina forza di volontà di ricreare qualcosa di nuovo. Si nota qui una forte assonanza col pensiero della Arendt, la quale si è occupata anche di un’altra condizione generica che definisce l’esistenza umana: la natalità. Con l’evento della natalità l’uomo compie il suo ingresso su questo mondo e, grazie alla libera facoltà di agire, è capace di immettere nel mondo continuamente e potenzialmente altre novità.

La tematica del nuovo è centrale in questo contesto, soprattutto nell’evento stesso del perdono secondo Guardini: il perdono è forza di cominciamento, sia per colui che è stato offeso e decide di perdonare, sia per l’offensore che viene perdonato.

Determinante, perciò, è la relazione che si instaura, e che deve essere instaurata, fra le due parti che agiscono nell’atto del perdonare e dell’essere perdonati: «[…] tra chi ha commesso il torto e chi l’ha subito sussiste una solidarietà, un legame molto misterioso ma immediatamente avvertibile. I due si coappartengono[…]». (5)

Si può notare il carattere relazionale del concetto di perdono, che si fonda principalmente, per tornare al pensiero arendtiano, sulla pluralità umana, sul fatto che l’uomo vive insieme agli altri, senza i quali non sussisterebbe il perdono in sé.

La pluralità e la relazione, caratteri propri anche della facoltà d’azione, permettono l’atto di perdonare, col fine ultimo di liberare l’uomo dalle conseguenze indesiderate che possono scaturire da un unico gesto, bloccandolo e negandogli la possibilità di agire nuovamente, di ricreare qualcosa di inaspettato. Ciò che vi è di più originale nel pensiero della Arendt riguardo alla facoltà di perdonare è l’aver saputo individuare il fatto che «[…] l’atto del perdonare non può mai essere previsto; è la sola reazione che agisca in maniera inaspettata e quindi ha in sé, pur essendo una reazione, qualcosa del carattere originale dell’azione. Perdonare, in altre parole, è la sola reazione, che non si limita a re-agire, ma che agisce in maniera nuova e inaspettata». (6)

In quest’intuizione troviamo l’analogia più stretta fra la facoltà dell’azione e la facoltà di perdonare.

Si può notare, senza molte difficoltà, quanto sia poco osservato e vissuto il fenomeno del perdono, nonostante sia uno dei valori e delle potenzialità più alte che l’uomo possiede. Questo concetto viene così ad essere, da una parte, un modello corrispondente della facoltà di agire, che ci permette dunque di capirne meglio i caratteri e le determinazioni, e dall’altra diviene l’emblema della soluzione stessa dell’aporia dell’irreversibilità propria dell’agire. In altre parole, il concetto di perdono può essere visto come uno specchio dell’azione umana, che consente di analizzarne meglio i dettagli i di coglierne i problemi, trovandone al contempo una risoluzione.

La rappresentazione del perdono mostra, seppur con delle evidenti domande ancora in sospeso, quanto sia fondamentale per la vita dell’uomo come singolo e come collettività poter sperare in una riconciliazione, che forse è il carattere più distintivo nel fondo della questione: come riportato precedentemente, il perdono è quella possibilità di ridefinirsi nella reciproca relazione che, in seguito ad esiti negativi, risulta ormai compromessa.

Le riflessioni che possono sorgere sul tema sono moltissime; vista la necessità di sinteticità, vorrei esporre ancora un’ultima tematica a riguardo come conclusione. Pensando al fenomeno del perdonare, può nascere immediatamente una prospettiva particolare sul tema: il perdono di se stessi.

Avvicinandosi alla pratica del perdono, si fa riferimento alle proprie esperienze personali, e procedendo in questo modo è frequente arrivare al momento in cui ci si preoccupi della possibilità di “perdonarsi personalmente”. È una comune preoccupazione chiedersi se sia possibile perdonarsi da sé, per porre rimedio a dei gesti irreversibili che ci hanno “contaminati” nel corso del tempo, al fine di liberarcene.

Le cause di questo procedimento di pensiero sono da ricercare in vari motivi, anzitutto nel fatto che spesso, nei nostri giorni, vi è l’illusione di poter essere “individui autarchici”. La concezione del singolo come autarchico, ossia che basta a se stesso, ha le sue radici principalmente nell’etica cinica e successivamente in quella dello stoicismo antico.

Riportata all’attualità, questa concezione è purtroppo ancora presente in larga misura e porta ad ingannare se stessi con la convinzione di non aver bisogno di nessun altro al di fuori di sé. Nel momento storico-culturale attuale, è innegabile la difficoltà di fare i conti coi propri bisogni, con la propria volontà, con se stessi.

Da qui, soprattutto, deriva la domanda: “Come, in quale modo, posso arrivare a perdonare la mia persona per l’atto ingiusto che ho compiuto in passato?”. Come detto, questa domanda subentra spontaneamente nel nostro pensiero e, per certi versi, può essere perfino una domanda lecita.

Alla luce, però, di tutto quello che è stato esposto finora, appare chiaramente il fatto che questo interrogativo perde inequivocabilmente il suo significato più autentico.

Avendo precedentemente esposto le condizioni fondamentali dell’esistenza umana, fra le quali emerge con preminenza la condizione della pluralità umana, si deve arrivare ad ammettere che il singolo non può bastare a se stesso, ma che ha intrinsecamente il bisogno di percepire un’alterità, di vivere insieme ad altri: «[…] nessuno può perdonare se stesso o sentirsi legato da una promessa fatta solo a se stesso; perdonare e promettere nella solitudine o nell’isolamento è atto privo di realtà, nient’altro che una parte recitata davanti a se stessi». (7)

La Arendt coglie questo punto, affermando che si tratta di una sorta di recita con se stessi, priva di significato, poiché non avviene nella condizione della pluralità.

Questa sua osservazione trova una spiegazione per il fatto che, fra la percezione che abbiamo di noi stessi e come invece appariamo agli altri, vi è una discrepanza incolmabile. La percezione del proprio io e del proprio pensiero, è duale e non globale, assume una conformazione unitaria quando ci manifestiamo ad altri, i quali sono in grado di vederci e percepirci in un modo completamente diverso da quanto noi riusciamo a fare da soli.

Tenendo presente questa constatazione, l’atto di perdonare presuppone necessariamente il fatto di cogliere l’essenza della persona da perdonare, il suo chi in senso complessivo, per riuscire a distinguere con chiarezza ciò che determina la persona in quanto tale e ciò che invece è l’insieme delle sue qualità aggiunte che possano descriverla, ma non definirla unitariamente.

Nell’ipotetico perdono di sé stessi, l’inganno ed il desiderio di poter essere individui autosufficienti, che non necessitano di nessuno, prendono il sopravvento su tutte le altre facoltà, rendendo ancor più difficile questa pratica e la volontà di ammettere di essere genuinamente dipendenti dagli altri; qui risiede un’altra motivazione per cui l’atto di perdonare sembra essere così impensabile ed impraticabile, richiedendo nella maggior parte dei casi un tempo consistente prima che si realizzi l’intenzione di attuare concretamente questa pratica.

Il perdono è l’attività umana che più rispecchia la facoltà di agire, per l’insieme di denotazioni già esposte, ed in ultimo per la dipendenza stretta dalla condizione ontologica della pluralità.

Le due esperienze che possono suscitare il perdono, sono il rispetto e l’amore; in queste due situazioni, la persona è posta di fronte ad un’alterità con la quale rapportarsi per instaurare una relazione. Soprattutto, nell’esperienza tangibile dell’amore, la persona è soggetta ad un’epifania, una rivelazione che permette di eliminare dal pensiero la possibilità di bastare a se stessi, per prendere invece atto di avere bisogno della presenza di altre alterità, simili o dissimili dalla propria, per creare una relazione di solidarietà.

È la solidarietà, o l’umanità in senso generico propria di quell’uomo realmente umano, che rende possibile in ultima analisi il perdono.

Infine, l’ultimo spunto di riflessione può essere individuato in un sentimento che va di pari passo con l’esperienza dell’amore, in ognuna delle sue accezioni, ed anche del più semplice rispetto: la fedeltà.

Questo sentimento è stato determinante nel pensiero della Arendt per proseguire in una vita che le ha posto di fronte molti ostacoli, i quali sono stati sorpassati con l’estremo coraggio che la caratterizza, unito appunto alla fedeltà verso ciò che le apparteneva più propriamente, verso ciò che ha preso vita grazie ad un nuovo inizio scelto deliberatamente.

Il sentimento di fedeltà è insito nel perdono, in quanto ciò che può spingere a perdonare è il fatto di tenere a mente (fedelmente) un momento passato durante il quale abbiamo agito spontaneamente, immettendo una novità nel mondo; è a quel momento iniziale che dobbiamo volerci mantenere fedeli, per rispetto e per amore di ciò a cui abbiamo dato vita per mezzo delle nostre azioni libere.

Tramite la caratteristica di creazione della facoltà di agire, introduciamo potenzialmente in modo continuo qualcosa di nuovo nella realtà.

Agendo liberamente, diamo inizio anche a delle relazioni, quelle stesse relazioni che possono essere compromesse a seguito di un atto ingiusto e che non per questo diventano irrilevanti, ma che necessitano della messa in pratica del perdono.

Per perdonare, ammesso che sia possibile, il sentimento di fedeltà risulta cruciale e determinante: in fin dei conti, la fedeltà è un altro di quei “correttivi” alle aporie proprie dell’azione umana, che risulta essere tanto straordinaria quanto caotica.

Per liberarci da tutte le conseguenze irreversibili delle nostre azioni, ossia per concretizzare una redenzione personale, bisogna iniziare col comprendere la mutevolezza della vita: in questa vita temporalmente condizionata, ci è dato di sapere l’inizio e di mettere in conto la sua fine; tutto quello che succede nel mezzo è una progressiva trasformazione, del mondo in comune e di se stessi.

Il potere umano che per definizione è smisurato più di ogni altro è l’agire; il perdono vi si accosta, per risolvere significativamente i danni inevitabili delle azioni. Comprendere appieno queste due facoltà equivale a realizzare nel mondo la potenzialità umana, spesso sminuita e messa da parte, di ricreare continuamente nuove possibilità, nuovi inizi, per spezzare, di tanto in tanto, il progressivo scorrere necessario della vita: «[…] e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare». (8)

Sara Balletto

Note:

  1. Bompiani, Enciclopedia filosofica, volume IX, Bompiani, Milano 2006, p. 8503.

  2. Cfr. ivi, pp. 8503-8504.

  3. Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2016, p.173.

  4. Romano Guardini, Etica, Lezioni all’Università di Monaco, Morcelliana, Brescia 2001, p. 428.

  5. Ivi, p. 443.

  6. Arendt, op. cit., p. 178.

  7. Ivi, p. 175.

  8. Ivi, p. 182.

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