Storia

L’età Elisabettiana1558-03, un’età di cambiamenti

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December 20, 2018

«La grandezza della Gran Bretagna con la sua immensità di traffici, della potenza e della quantità di territori, soggetti all’Impero che la Corona Britannicaattualmente possiede per effetto delle imperiture fatiche di uomini come Drake, Raleigh, Frobisher, Hudson, Penn ed altri, è stata scritta anche grazie alla moltitudine di esploratori, navigatori e pirati, che in quest’epoca attraversarono l’Atlantico per la gloria della sovrana inglese e della patria»(1).  È con queste parole che Daniel Defoe ci introduce brevemente nelle sue opinioni e nei suoi studi riguardanti l’età elisabettiana. Sebbene il noto scrittore sia vissuto ed abbia operato circa un secolo dopo tale epoca egli stesso conferma che questo periodo fu fondamentale per raggiungere la grandezza dell’Impero Britannico. La quale venne garantita anche grazie alla moltitudine di navigatori, pirati, corsari ed esploratori che operarono durante il regno di Elisabetta I.

Fu un’età fondamentale per la storia inglese perché proprio in quel periodo ebbe inizio la scalata che portò la Gran Bretagna a  non essere più una potenza di secondo rango, ma la dominatrice di un quinto delle terre emerse.

Immagine 1: Elisabetta I 

All’alba dell’età elisabettina l’Inghilterra non vantava alcun ruolo significativo sullo scacchiere delle potenze europee. La scena politica internazionale, in Europa, era dominata da entità continentali come la Spagna,  la Francia e l’Impero Asburgico.

La Francia, invece, aveva già raggiunto l’unità nazionale con la conclusione della guerra dei cent’anni (1453), creando anche una sorta di “coscienza nazionale”, trasformando il conflitto secolare in una guerra di “liberazione nazionale” contro gli invasori inglesi. Dopo di che si era tramutata nell’antagonista delle Guerre d’Italia (1494-1559) contro l’Impero degli Asburgo.

L’Impero aveva raggiunto la sua massima espansione con Carlo V, il quale però aveva mancato due suoi importanti obiettivi: “guidare la cristianità” mantenendola unita «nella giustizia e nella fede»(2)(Ago e Vidotto pag 55) e ottenere una vittoria definitiva contro la Francia di Francesco I; iniziò così una lenta discesa che terminò un secolo più tardi con la Guerra dei trent’anni e la definitiva eclissi dell’Impero stesso.

Questo fatto permise ai ranger di rimanere attivi e continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel corso dell’inverno 1756-57 (ma poi anche nel corso dei restanti anni di guerra), mentre le truppe regolari si trovavano nei loro quartieri invernali in attesa della stagione propizia per riprendere le operazioni.(1)

Immagine 2: Rappresentazione dello scenario europeo

In questo panorama politico generale l’Inghilterra non rappresentava di certo un leone ruggente. La corona inglese non aveva né le strutture fiscali, né un esercito di funzionari che le garantissero entrate costanti, come invece aveva laSpagna, trovandosi così mancante di un esercito e di una flotta con cui poter competere contro lo strapotere spagnolo. L’economia del paese era piuttosto arretrata, per non parlare delle scarse risorse che poteva vantare l’isola. Uno dei pochi punti di forza storici in tal senso era la lana, che veniva esportata allo stato grezzo per essere lavorata altrove; questo settore conobbe la nascita di industrie tessili all’inizio XIV secolo, le quali erano in grado di competere con quelle continentali producendo vesti e tessuti. La produzione tessile fu accelerata nel corso del XVI secolo, con la fabbricazione ed esportazione massiccia di panni inglesi, che sicuramente erano meno pregiati di quelli italiani e di quelli fiamminghi, ma avevano una grandissima diffusione grazie al loro prezzo, inferiore rispetto a quelli continentali, anche grazie al fatto che in questo secolo le manifatture italiane entrarono in crisi.

La conseguenza della crescita dell’industria tessile fu un mutamento delle condizioni di coltivazione e produzione agricola: grandi estensioni di territorio coltivato furono destinate al pascolo per l’allevamento ovino, con la conseguente necessità di riorganizzare e razionalizzare la produzione nelle porzioni di terra adibite alla coltivazione. Nello stesso tempo altre forme di industria osarono entrare in competizione con quelle europee: la ricchezza di materia prima determinò lo sviluppo dell’industria del ferro e della produzione legata a tale settore, cominciando da quella militare, con la produzione di cannoni in ferro su larga scala. Inoltre i cannoni britannici furono resi ancora più competitivi grazie ad un miglioramento tecnologico, ovvero la scanalatura, che permise una maggiore precisione. Tale perfezionamento rese in età elisabettiana i cannonieri britannici i più micidiali d’Europa per quasi un secolo, motivo non ultimo questo di innumerevoli successi inglesi sia per terra che per mare(2).

Lo sviluppo industriale portò inevitabilmente al progresso delle condizioni economiche, con aumenti delle importazioni, rendendo migliore il tenore di vita del paese. A questo fenomeno diedero il loro contributo numerose maestranze provenienti da altri paesi come Francia e Paesi Bassi, sia attratti dalla possibilità di nuovi guadagni, sia per sfuggire alle persecuzioni religiose; molti artigiani e lavoratori manuali si spostarono oltremanica trasferendovi anche l’industria del vetro, della seta e dell’orologeria. Il paese fu cosi portato naturalmente all’espansione oltremare, conseguenza del fatto che non solo i suoi mercati si allargarono, ma anche i suoi mercanti diventarono sempre più ricchi, portando così ad avere più capitali destinati all’investimento. In questo modo vennero fondate compagnie commerciali che si assumevano il rischio di spingersi in terre lontane, alla ricerca di nuove opportunità di mercato. Due chiari esempi sono la fondazione delle compagnie mercantili: la Compagnia della Moscovia e la Compagnia del Levante; la prima fondata nel 1555 riuscì a monopolizzare i traffici con un paese enorme come la Russia(3); la seconda fondata nel 1584 quando gli inglesi varcarono stabilmente lo stretto di Gibilterra, per recarsi nei porti del mediterraneo europeo e del vicino Oriente, sfruttando il conflitto tra spagnoli e turchi.

 

Questo continuo aumento di traffici e scambi delle merci comportò lo sviluppo della marina mercantile e degli stessi porti britannici, che divennero presto i migliori d’Europa scavalcando i porti baltici perché non rischiavano mai di rimanere bloccati dai ghiacci; invece rispetto ai porti spagnoli e francesi permettevano una maggiore circolazione dei prodotti, perché non limitati da vincoli di natura religiosa ed economica tipici dei paesi cattolici. Fu naturale che in queste condizioni di crescita la corona inglese non riconoscesse il trattato di Tordesillas, che dal 1494 aveva diviso il mondo in due zone di influenza: spagnola e portoghese. L’Inghilterra reclamava il diritto di varcare i mari per colonizzare e commerciare nelle Indie Occidentali e nelle Indie Orientali, non riconoscendo di fatto il monopolio iberico autorizzato da Papa Alessandro VI. Da qui deriva la tendenza degli esploratori inglesi di andarsene alla ricerca di nuove terre e di fondare colonie in America del Nord (con consenso regio): nel 1583 Humphery Gilbert cercò di stabilire un insediamento inglese sulle coste di Terranova(4), nel 1585 invece fu la volta di Walter Raleigh, che tentò di creare un avamposto britannico in Virginia (in onore alla regina Elisabetta). Entrambi gli esperimenti naufragarono, ma la determinazione inglese nel cercare di affermare la propria presenza nel nuovo mondo non venne meno, estendendola e consolidandola nei secoli successivi.

Immagine 3: La corte di Elisabetta I 

Con una simile tendenza all’espansione fu dunque naturale o meglio “consequenziale”, arrivare ad un contrasto con la Spagna, la quale vedeva lesi i suoi interessi proprio nella sua sfera d’influenza. Non vanno neanche sottovalutate le questioni dinastiche né quelle religiose. Elisabetta Tudor era figlia di Enrico VIII ed Anna Bolena (di origine irlandese); i cattolici consideravano la sua successione illegittima, in quanto frutto di matrimonio tra scomunicati in stato di bigamia. Malgrado questo l’ascesa al trono di Elisabetta fu spalleggiata proprio dal re di Spagna Filippo II. Pur essendo stato sposato con la precedente regina Maria Tudor (la sanguinaria) per un breve periodo di tempo (1554-58), alla prematura morte di Maria Filippo perse i suoi diritti sul trono inglese e le carte furono rimescolate. Malgrado la sua fede protestante, il re di Spagna caldeggiò la successione di Elisabetta in quanto, se questa fosse stata deposta, al suo posto sarebbe stata messa sul trono Maria Stuarda regina di Scozia, che era sì cattolica, ma sposata con il re di Francia Francesco II; in questo modo si sarebbe creato un blocco cattolico anti-spagnolo in grado di competere proprio con la Spagna per quanto riguarda il monopolio della difesa della fede e per i diritti concessi dal papato, come quella spartizione del mondo in due sfere di influenza tanto invidiata da altri stati europei. Il sovrano spagnolo era talmente preoccupato da questa eventualità che chiese la mano di Elisabetta, la quale giocando d’astuzia fu brava nel tenere sulla corda il suo pretendente, senza mai in realtà accondiscendere alle sue richieste.

La riforma religiosa è di capillare importanza, perché permette di capire le trasformazioni sociali nei suoi equilibri e nelle sue gerarchie. Dopo la rottura dei legami con Roma la corona, adesso a capo della Chiesa inglese, non solo abolì il trasferimento delle rendite ecclesiastiche e negò la competenza del papa nelle nomine e nei benefici, ma incamerò anche tutti i possedimenti che la Chiesa di Roma aveva in Inghilterra(7). Vendendo poi tutte queste nuove terre a quella nuova élite non nobile ma ricca, venne a delinearsi un terremoto sociale che troverà il suo compimento solo nel secolo successivo con le rivoluzioni inglesi: le vecchie èlite che da più di un millennio tenevano in pugno l’occidente, attraverso una serie di privilegi ed ingiustizie che ha avuto il suo epicentro nel feudalesimo, furono costrette ad un ridimensionamento ed a una trasformazione complessiva che le costrinse a rinegoziare i rapporti con le nuove èlite emergenti.

Un altro aspetto fondamentale, che spesso si trascura, è l’identità nazionale.

Sebbene la guerra dei cent’anni abbia creato proprio una coscienza nazionale all’interno della popolazione d’oltremanica, l’età elisabettiana è fondamentale anche per tale processo. Questo è testimoniato da un’opera di Daniel Defoe “La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh”, che basandosi sulla raccolta dei diari di viaggio del noto navigatore inglese scrive questo pamphlet  nel 1719 (posteriore all’età presa in esame e quindi con un occhio retrospettivo, ma comunque corretto dal punto di vista del lavoro di uno storico), a fine propagandistico, per esaltare la grandezza di sua maestà e dell’Inghilterra intera.

Certamente una guerra, come quella anglo-spagnola (1588-04) combattuta proprio dalla regina Elisabetta,  è il momento ideale per la nascita della coscienza nazionale di un paese, specialmente quando vi è un corpo esterno che attacca ed invade quella stessa nazione. I suoi abitanti vengono colti, anche per propaganda, da un sentimento di unione comune col fine di ricacciare gli invasori fuori dalla loro terra. In questo senso vengono certamente presi come riferimento anche i grandi navigatori, i pirati, i corsari e gli esploratori. Personalità forti che compiono grandi imprese in nome della nazione per cui operano e quindi universalmente riconosciuti dagli abitanti come eroi e così facendo vengono innalzati a simbolo della nazione, attorno al quale la popolazione si riunisce in nome delle grandi imprese nella speranza di emulare la gloria ed il successo della gente di mare, che non solo ha reso importante il nome inglese in tutto il mondo, ma ha anche inconsciamente dato il via all’era del dominio britannico dei mari e degli oceani.

Immagine 5: Maria Stuarda

 

Nicolò Zanardi

Note

(1) D. Defoe, La vita e le imprese di Sir Walter Raleigh, a cura di Linda de Michelis, Palermo 1993, pp. 12

(2) R. Ago – V. Vidotto, Storia Moderna, Roma-Bari, 2010, pp.55

(2)  F. Troncarelli, Francis Drake. La pirateria inglese nell’età Elisabettiana, Roma 2002, p 16.

(3) P. Bushkovitch, Breve storia della Russia dalle origini a Putin, Torino 2013, pp. 61

(4) J.H. Elliott., Imperi dell’Atlantico. America britannica e America spagnola. 1492-1830, Torino 2010, pp.36-37

(5) R. Ago – V. Vidotto, Storia Moderna, Roma-Bari, 2010, pp.91

(6) F. Troncarelli, Francis Drake. La Pirateria inglese nell’età di Elisabetta, Roma 2002, p. 24

(7) R. Ago – V. Vidotto, Storia Moderna, Roma-Bari, 2010, pp.47

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