Psicologia

L’omicidio di Kitty Genovese: quando il non agire uccide

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December 20, 2018

13 Marzo 1964: ai più, questa data non riporta alla memoria nulla, sembrerebbe un giorno qualsiasi, eppure quella notte in una delle città più famose al mondo, New York, una donna urla. La donna in questione si chiama Kitty Genovese, ha ventotto anni e sta rientrando a casa, a Kew Gardens nel Queens, residenza della classe media della Grande Mela. Il suo grido squarcia il silenzio di una notte come tante altre e non passa inosservato: i suoi vicini si affacciano alle finestre e assistono al brutale omicidio che si sta compiendo sotto i loro sguardi per mano di Winston Moseley. L’aggressione dura circa trenta interminabili minuti: Moseley sferra due coltellate a Kitty, qualcuno però spaventa l’assassino e lo mette in fuga mentre la donna riesce a raggiungere un luogo apparentemente più sicuro. Tuttavia, alcuni minuti dopo, Moseley ritorna e, una volta individuata la vittima, la ferisce nuovamente e la violenta. Coloro che osservano non fanno nulla: si limitano a essere spettatori di quello spettacolo raccapricciante senza alzare un dito per aiutare Kitty, se non quando ormai è troppo tardi per salvarla. Kitty Genovese muore nel tragitto in ambulanza verso l’ospedale, sarebbe sopravvissuta se i soccorsi fossero stati chiamati in tempo.

L’omicidio di Kitty Genovese diventerà un simbolo della psicologia sociale perché descrive un comportamento che in questa circostanza troviamo inaccettabile ma al quale tutti, o quasi, abbiamo fatto ricorso. Difatti l’atteggiamento dei vicini di Kitty è stato chiamato “Effetto spettatore” ma anche “Effetto testimone” e, inoltre, “Sindrome di Kitty Genovese”. Questo effetto è legato alla presenza degli altri: più persone ci sono, meno si darà aiuto a qualcuno in difficoltà.
Latané e Darley, nel 1970, nella loro prima ricerca su questo costrutto indagano la difficoltà di una persona – spettatore di fronte a una situazione di emergenza e scoprono che la presenza altrui ha un ruolo fondamentale nella presa di decisione e sull’interpretazione che l’individuo dà alla situazione. I due autori lo ricollegano alla diffusione di responsabilità e sostengono che quando gli spettatori sono tanti la pressione a intervenire sia divisa tra loro, quando invece lo spettatore è uno ed è l’unico consapevole dell’emergenza, le responsabilità si focalizzano su di lui e sul suo intervento.

Naturalmente non si possono colpevolizzare totalmente i testimoni dell’omicidio di Kitty Genovese: in un momento come quello, è probabile che il terrore prenda il sopravvento e che la presenza di altri che stanno vedendo la medesima scena sia simile a una speranza, a una luce in fondo a quel tunnel di orrore, che permette a chi è momentaneamente paralizzato di pensare che sicuramente qualcun altro che non lo è chiamerà la polizia. Una persona che è testimone di una situazione critica, come, ad esempio un omicidio, può spaventarsi e attraversare un conflitto. La presenza delle altre persone può disattivare la norma sociale condivisa causando, in questo modo, il comportamento contrario, un’incapacità di agire che però è giustificata perché nessuno sta facendo nulla per riparare all’emergenza: ci si percepisce assolti moralmente perché “gli altri possono farlo al posto mio”.

Ci sono delle forze che portano ad agire come empatia, vicinanza e comprensione che ci permettono di sentire il dolore altrui e almeno di provare ad alleviare le sofferenze di chi è in pericolo ma non sempre queste capacità emergono nei momenti adatti.
Spesso in situazioni quotidiane, una persona agisce molto più facilmente: si pensi all’elemosina, tutti l’hanno fatta almeno una volta nella vita; oppure nel vedere una persona anziana che cade per strada, spesso molte persone si precipitano ad aiutarla.

Tuttavia se ci si trova in una situazione di emergenza, queste azioni non sono necessariamente ovvie né tantomeno naturali. Questo perché la situazione di emergenza è diversa da tutte le altre e ha delle caratteristiche, anche psicologiche, che influiscono sui nostri processi mentali e sulle nostre capacità d’azione. Una tra le più importanti, ad esempio, è la rarità dell’evento, il quale capita sempre “agli altri”, di cui leggiamo e sentiamo parlare per giorni dai mass media ma che certamente non capiterà a noi.Il problema si presenta quando ci troviamo di fronte a una di queste situazioni poiché spezzano la nostra routine quotidiana e ci mettono a nudo, come se dovessimo affrontare una sfida: se si decide di intervenire in quella situazione, si sarà in grado di gestirla adeguatamente? E se così non fosse bisogna tentare comunque oppure lasciar perdere? E se si lascia perdere e si viene giudicati per non aver fatto nulla, si potrà riottenere il ruolo sociale che si investiva in precedenza? E se invece si interviene e non si è in grado, come si affronterà la conferma di non essere stati capaci?Inoltre la situazione di emergenza richiede che tutte queste domande vengano poste a noi stessi molto velocemente poiché quella situazione necessita di un intervento immediato, veloce altrimenti peggiorerà, passerà da minaccia imminente a danno, magari permanente e tutto ciò porta inevitabilmente a una condizione di profondo stress.Latanè e Darley evidenziano che le persone devono attraversare alcune tappe prima di intervenire: in primo luogo è necessario che esse si accorgano di essere di fronte a una situazione critica che solo in un secondo luogo riuscirà ad essere associata a un’emergenza. Un’ulteriore tappa prevede la nascita di un sentimento di responsabilità personale e ciò è legato ad altri due punti fondamentali: comprendere di possedere le capacità necessarie per riuscire ad agire e, infine, arrivare a una scelta consapevole di aiuto.Arrivare all’ultima tappa non è così semplice, ci sono dei processi psicologici che intervengono sullo svolgersi di questa sequenza: uno è sicuramente la diffusione di responsabilità, cioè l’inclinazione a dividere soggettivamente la responsabilità ad aiutare tra il numero di persone (più il numero di persone è ampio, più la responsabilità a dare aiuto sarà diffusa). Un altro meccanismo è quello chiamato apprensione di valutazione, ossia la paura del giudizio degli altri se si compie l’azione. Infine, l’ultimo processo si chiama ignoranza pluralistica: le persone cercano di conformarsi all’opinione comune e consensuale invece che decidere di agire in base ai propri giudizi e alle proprie percezioni.

Una caratteristica fondamentale all’interno dei gruppi di persone è la coesione, ossia il grado di attrazione che i membri del gruppo provano l’uno per l’altro ed è un elemento che comporta la sensibilità verso le norme sociali, che tutti sperimentiamo quotidianamente: ad esempio il fatto che in Italia si guidi sulla corsia di destra è il risultato di una norma sociale appresa.
Una delle norme più importanti della nostra cultura è quella della responsabilità sociale che contempla l’idea che una persona ne aiuterà un’altra in difficoltà. La coesione tra le persone è quella che le porta a rispondere a una chiamata di aiuto è può essere un fattore che inverte l’effetto testimone ossia facendo agire il soggetto nonostante la gente.

Alcune aree di studio emerse più o meno recentemente hanno introdotto un termine che rende perfettamente l’idea di come ci si sente allorché ci troviamo in situazioni che richiedono un’analisi attenta e, nello stesso tempo, un’azione immediata: “social traps”, ossia “trappole sociali”. Il caso di Kitty Genovese sottolinea ad esempio una sorta di barriera individuale nei confronti del chiedere aiuto alla polizia, soprattutto per paura di dover, un giorno, testimoniare e rischiare di essere scoperti dall’assassino oppure dai suoi complici. Si può affermare quasi con certezza che ogni osservatore presente abbia percepito la necessità di chiamare la polizia per aiutare quella donna ma la speranza che qualcun altro facesse quella chiamata è stata più forte della norma sociale.

L’effetto spettatore si può spiegare anche attraverso altri due processi: partendo dal presupposto che una persona sola è più sicura ad intervenire rispetto a una persona all’interno di un gruppo: se all’interno del gruppo nessuno reagisce, lo spettatore sarà portato a non agire di conseguenza e di fronte alle reazioni degli altri spettatori, l’individuo potrebbe capire che in realtà era il suo giudizio a essere sbagliato perché era l’unico ad aver attribuito a quella situazione un’elevata criticità.

È necessario sottolineare anche il concetto di conformismo che è definito come un cambiamento adottato da una persona causato dalla pressione del gruppo. Il conformismo agisce attraverso due processi: l’influenza informativa, che avviene in una situazione incerta, quando non si è sicuri della realtà e dalle scelte da compiere: per questo ci basiamo sulle informazioni e sulle valutazioni degli altri per eliminare l’ambiguità e risolvere l’incertezza; il secondo processo è chiamato influenza normativa: la realtà oggettiva è secondaria rispetto al gruppo ed entra in gioco quando il gruppo ha molta influenza su di noi, percepiamo che può gratificarci o punirci. Ci confrontiamo con le aspettative positive degli altri, per ottenere approvazione sociale o per evitare disapprovazione sociale. Gli aspetti che favoriscono o inibiscono il conformismo sono diversi: la dimensione del gruppo (più è grande, più è probabile ci sia il conformismo); è fondamentale che ci sia unanimità: tutti i membri del gruppo devono convergere verso la stessa norma, se c’è un membro deviante il conformismo diminuisce notevolmente.

Perciò possiamo presumere che tutti questi elementi abbiano influenzato i comportamenti dei testimoni dell’omicidio di Kitty Genovese, non solo paura ma veri e propri processi psicologici che bloccano l’agire in situazioni di estrema criticità. Le persone contano molto sul giudizio degli altri, su ciò che gli altri pensano e, soprattutto, su come gli altri agiscono. La collettività è un elemento fondamentale dell’azione, la capacità dell’uomo di valutare una situazione dipende dal giudizio che emerge nel guardare gli altri e nel basarsi sui loro comportamenti persino in circostanze in cui sembra così ovvio e naturale intervenire in aiuto di un’altra persona. Quando si leggono le notizie di cronaca nera a volte siamo portati a puntare il dito verso coloro che non hanno fatto niente e quando, il loro aiuto avrebbe potuto salvare una vita, ma bisogna tenere conto anche di tutte quelle circostanze individuali che non sono immediatamente evidenti. È importante anche ammettere che basarsi sugli altri non è la miglior soluzione, non sempre almeno, poiché se la maggioranza si limita a osservare non è detto che il giudizio su quella determinata situazione sia quello giusto, essere spettatori e stare immobili non è sempre il modo adatto ad affrontare determinate situazioni ma, a volte, la nostra coscienza collettiva ha la meglio sulla coscienza personale, è la mente del gruppo a dare le direttive sul pensare ma si fa molta più fatica a fare conti con sé stessi e con ciò che non si è fatto rispetto al contrario.

​Alessandra Sansò

Bibliografia:

http://www.findingdulcinea.com/news/on-this-day/March-April-08/On-this-Day–NYC-Woman-Killed-as-Neighbors-Look-On.html

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Sitografia foto

https://www.newyorker.com/culture/richard-brody/kitty-genoveses-brother-reexamines-her-famous-murder

http://biliyomuydun.com/151521

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