Storia

Pellegrini e itinerari medievali negli Annales Stadenses, Capitolo II

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December 20, 2018

1.1 TIPOLOGIE DI VIAGGIO([1])

Relazioni di ambasciatori

La seconda metà del 1200 rappresenta un momento di rinnovamento per la letteratura odeporica. Nuovi interessi diedero avvio ai viaggi verso l’Oriente che suscitava nuove curiosità da parte degli occidentali. Iniziarono a crearsi contatti tra l’Europa cristiana e l’Asia mongolica. La campagna dell’esercito mongolo verso l’Europa iniziò nel 1236([2]).  A fermare l’avanzata dei Mongoli fu la morte del Gran Khan Ögödei nel 1241 poiché i principi mongoli dovettero ritornare in patria per partecipare all’elezione del succesore. Papa Innocenzo IV inaugurò una strategia di difesa durante il Concilio di Lione nel 1245,  il suo progetto prevedeva la stretta di un’alleanza tra tutti i principi cristiani contro i nuovi nemici. Essi avrebbero dovuto deviare sul mondo islamico l’aggressione mongola. Successivamente si sarebbe dovuta negoziare una pace con i Mongoli o convertirli al cristianesimo. Per portar a termine questo programma bisognava conoscere i loro territori, usi e costumi. Era dunque necessario inviare dei missionari-ambasciatori che avrebbero dovuto portare il saluto del papa, la parola del Cristo e che avrebbero appreso più informazioni possibili sulla cultura e sulle tradizioni delle popolazioni mongole([3]). Nel 1245 il Papa predispose due distinte ambascerie lungo due itinerari diversi: la “via meridionale” fu affidata al francescano Lorenzo del Portogallo, e la “via settentrionale” a Giovanni di Pian di Carpine. Lorenzo del Portogallo per una serie di ragioni non partì, vennero nominati  Andrea da Longjumeau e Ascelino da Cremona, due domenicani che iniziarono il loro viaggio da Lione. La via meridiondale, però,  non portò nessun esito.

Diversa invece fu la sorte di Giovanni di Pian di Carpine: egli partì il 16 aprile 1245, domenica di Pasqua, e in quattro mesi circa giunse in Mongolia, dove assistette all’incoronazione del Gran Khan Cuyuc al quale portò il saluto del Papa e una lettera del pontefice a cui Cuyuc rispose. Una volta che la delegazione ebbe la risposta del Grand Khan, ripartì per Lione. Nella risposta Cuyuc intimava al papa la sottomissione, per cui sul piano diplomatico la missione non aveva riportato buoni risultati, mentre dal punto di vista culturale il viaggio fu foriero di un grande successo poiché da quest’impresa Giovanni scrisse una relazione trasmessa con il titolo Historia Mongalorum, in due redazioni entrambe d’autore.([4]) La prima riporta otto capitoli mentre la seconda, la definitiva, è costituita da nove capitoli. Il primo capitolo descrive la posizione, le caratteristiche e il clima del territorio dei Mongoli; il secondo l’aspetto delle persone e le loro abitudini, abbigliamento e abitazioni; il terzo delle credenze religiose e dei culti, dei divieti, delle regole di comportamento e dei riti funebri; il quarto narra delle buone e cattive abitudini, dei cibi e dei costumi. Nel quinto capitolo vi è la storia dell’impero mongolo, del potere dell’imperatore e dei suoi vassalli; il sesto, settimo e ottavo parlano di questioni militari: esercito, armi, stratagemmi, alleanze e della condotta dei Mongoli verso i nemici e prigionieri. Il nono capitolo, infine, è un resoconto della spedizione in cui tratta dei territori attraversati, dei testimoni incontrati, della residenza dell’imperatore dei mongoli, è un vero e proprio itinerarium.

Qualche anno dopo un altro francescano, Guglielmo di Rubruk, percorse la stessa strada di Giovanni. Egli intraprese il viaggio nel giugno del 1253 e ritornò due anni dopo.  Egli voleva istruire i capi tatari e convertirli al cristianesimo o, almeno, portare la parola di Dio ai prigionieri che erano presso la corte mongola. Passò sei mesi a Karakorum, nella corte del Gran Khan. Quando, Guglielmo avrebbe voluto ritornare in patria, venne nominato lector del convento di Acri così non potè più partire, per questo decise di mettere per iscritto la sua relazione di viaggio in una lunghissima lettera che venne poi consegnata al re di Francia. La sua relazione è nota come Itinerarium; è divisa in trentotto capitoli ed è un vero e proprio libro di avventura con dati geografici, etnologici e linguistici.([5]) Alla morte del  Grand Khan Möngke, il nuovo Khan Qubilai trasferì la sede imperiale a Khanbaliq (Pechino) ed è qui che nel 1294 arrivò, come legato del papa Niccolò IV, il francescano Giovanni da Montecorvino. Egli venne ricevuto dal successore di Qubilai, e tutto ciò che sappiamo della sua missione deriva direttamente da sue tre lettere indirizzate a Papa Niccolò IV nel 1307, sappiamo inoltre che fece costruire la prima chiesa vescovile cattolica dell’Estremo Oriente. La prima lettera venne scritta, probabilmente tra il 1292-1293 ed è una relazione geografica sull’India.([6]) Le altre due lettere sono un resoconto della sua opera di evangelizzazione, scritte una nel 1305 e l’altra nel 1306. Queste lettere permettono di conoscere i fatti precedenti alla fondazione della prima diocesi latina nell’impero mongolo. Giovanni afferma come la Tartaria fosse aperta all’evangelizzazione. Il Papa Clemente alla notizia di ciò lo fece consacrare arcivescovo di Pechino.

Un ultimo esempio di viaggio che possiamo citare nell’ambito delle Relazioni di ambasciatori è quello di Odorico da Pordenone, il suo fu un viaggio privato che gli offrì il materiale per comporre la Relatio o Itinerarium. È un semplice diario di un viaggiatore che descrive ogni cosa vista. È il primo viaggiatore che inserisce nel testo elementi fantastici.([7])

VIAGGI IMMAGINARI E I MIRABILIA

Alla letteratura di viaggio si possono ascrivere testi che raccontano viaggi  compiuti con la fantasia. Sono viaggi immaginari nei quali si intersecano armoniosamente visiones e mirabilia. Era l’Oriente la terra preferita  per l’ambientazione di questi racconti: il continente misterioso e senza confini, la terra delle meraviglie e dei mostri, dove si trovava, come già specificato, il Paradiso Terrestre. L’idea di un Oriente straordinario e meraviglioso, popolato da creature mostruose e pervaso di fenomeni che affascinavano in modo irresistibile l’immaginario dell’Occidente europeo, era già presente non solo negli autori classici latini come Virgilio (Georgiche II 118-125), Plinio il Vecchio (Naturalis historia VII 1-4, 6-37; VIII 21, 72-76), Aulo Gellio (Noctes Atticae IX, 4). “Il medioevo non inventa, bensì riproduce, glossa, interpreta, amplifica, contamina; e dalla fine dell’antichità è difficilissimo incontrare mirabilia del tutto nuovi. L’ occidente medievale conosce solo quelli creati dai Greci; ne conosce anzi di meno, perché quelli che non furono tradotti in latino rimasero sconosciuti”([8]).

Come afferma Isidoro di Siviglia si tratta di una terra irraggiungibile e “a difesa di luoghi dove scorrono fiumi di latte e di pietre preziose, dove i frutti sono eternamente maturi, dove non c’è povertà né malattia, dove le montagne sono di cristallo o d’oro puro, a difesa di questo paese di cuccagna, di questo mondo utopico, che è in realtà un mondo alla rovescia, si schierano esseri mostruosi e ripugnanti, che rientrano nella stessa logica di quel mondo alla rovescia, simboli del male che si oppone al bene, ma anche prodotti di paure e di sensi di colpa dell’inconscio collettivo”([9])

Nei secoli alto medievali si verifica una ricca produzione letteraria riconducibile al romanzo di Alessandro, detto dello Pseudo Callistene, la cui redazione è collocabile dal III secolo a.C. fino al 200 d.C([10]). Verso la metà del X secolo l’Arciprete Leone redige la versione latina più diffusa nell’Europa medievale del romanzo di Alessandro, l’Historia de Preliis, e, nell’ambito delle opere che si rifanno in vario modo alla storia del mito di Alessandro Magno, si colloca uno dei testi più significativi della letteratura mirabilis: l’Epistula Alexandri ad Aristotelem magistrum suum de situ et mirabilibus Indiae. Si tratta di una lettera scritta “a tavolino” che, inserita nelle versioni del romanzo di Alessandro, ebbe una diffusione autonoma e comparve in opere che nel corso del Medioevo godettero di uno straordinario successo, come lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvis e il Chronicon di Ottone di Frisinga. In quest’ultimo testo compare sulla scena un curioso personaggio: un cristiano, un prete, e nello stesso tempo un re di immense terre. Questo fantomatico personaggio di nome Gianni, verso la fine del XII secolo, scrisse una lettera fittizia, la cui prima citazione diretta si trova nella Chronica di Alberico delle Tre fontante, indirazzata all’imperatore di Bisanzio Manuele I Comneno, a Federico Barbarossa, a papa Alessandro III e ad altri regnanti europei. La Lettera del Prete Gianni, offre un testo di fascino straordinario non solo perché riesce ad ammaliare il suo lettore con i suoi mirabolanti racconti, ma soprattutto perché presenta il proprio autore “coinvolto negli eventi del tempo storico a cui appartiene”([11]). Al di là delle motivazioni che hanno spinto l’autore, forse un chierico, alla redazione della Lettera, ciò che qui interessa è sottolineare la sintesi di elementi biblici e di derivazione isidoriana che, ancora nel XII secolo, conferiscono al testo un sapore esotico e una dimensione favolosa. Il Prete Gianni descrive accuratamente le qualità del proprio regno in questi termini:

Terra nostra melle fluit lacte habundat. In aliqua terra nostra nulla venena nocent nec garrula rana coaxat, scorpio nullus ibi, nec serpens serpit in herba. Venenata animalia non possunt habitare in eo loco nec aliquos laedere. Inter paganos per quandam provinciam nostram transit fluvius, qui vocatur Ydonus. Fluvius iste de paradiso progrediens expandit sinus suos per universam provinciam illam diversis meatibus, et ibi inveniuntur naturales lapides, smaragdi, saphiri, carbunculi, topazii, crisoliti, onichini, berilli, ametisti, sardii et plures preciosi lapides. Ibidem nascitur herba, quae vocatur assidios, cuius radicem si quis super se portaverit, spiritum immundum effugat et cogit eum dicere, quis sit et unde sit et nomen eius. Quare immundi spiritus in terra illa neminem audent invadere. In alia quodam provincia nostra universum piper nascitur et colligitur, quod in frumentum et in annonam et corium et pannos commutator. Est autem terra illa nemorosa ad modum salicti, plena per omnia serpentibus. Sed cum piper maturescit, accendunt nemora et serpentes fugientes intrant cavernas suas, et tunc excutitur piper de arbusculis et desiccatum coquitur, sed qualiter coquator, nullus extraneus scire permittitur. (Lettera del Prete Gianni, p. 56 e p.58).

Anche l’Olimpo rientra nei confini del regno del Prete Gianni. Nella descrizione del regno si può leggere anche un elenco di animali prodigiosi:

In terra nostra oriuntur et nutriuntur elephantes, dromedarii, cameli, ypotami, cocodrilli, methagallinarii, cametheternis, thinsiretae, pantherare, onagri,leones albi et rubei, ursi albi, merulae albae, cicades mutae, grifones, tigres, lamiae, hienae, boves agrestes, sagittarii, homines agrestes, homines cornuti, fauni, satiri et mulieres eiusdem generis, pigmei, cenocephali, gygantes, quorum altitudo est quadraginta cubitorum, monoculi, cyclopes et avis, quae vocatur fenix, et fere omne genus animalium, quae sub caelo sunt.(Lettera del Prete Gianni, p. 54).

L’elemento stupefacente investe non solo l’ambito naturale, ma anche le costruzioni e l’architettura degli edifici. L’intento del Prete Gianni è infatti quello di riprodurre il mirum in modo che natura e artificio si specchiano l’una nell’altro.

Il Prete Gianni compare in diverse opere della letteratura italiana dalla novellistica in volgare fino ad Ariosto e la sua figura è costantemente presente nei testi che si inseriscono nell’eterogeneo filone della letteratura odeporica.

Camilla Bigatti

Note

[1] Per quanto riguarda le informazioni contenute in questo articolo mi sono basata sugli articoli di Clara Fossati,   “Silvae”, 7, 2006; di Enrico Menestò, “Relazioni di viaggi e ambasciatori” in Lo spazio letterario nel Medioevo Latino, Salerno editrice.

[2] Cfr. J. Richard, Orient et Occident au Moyen Age: contacts et relation (XIIe-XVe  siècles), London, Variorum Reprints, 1976, e D. Sinor, Inner Asia and its Contacts with Medieval Europe, London, Variorum Reprints, 1977.

[3] Su questa iniziativa papale è stato scrito molto. Si vedano Soranzo, Il papato, pp. 77-125; Bigalli I Tartari e l’Apocalisse, pp. 50-69; Richard La Papauté, pp. 65-73; L. Petech, I francescani nell’Asia centrale e orientale nel XIII e XIV secolo, in Espansione del francescanesimo tra Occidente e Oriente nel secolo XIII. Atti del VI Convegno internazionale della Società internazionale di Studi francescani (Assisi, 12-14 ottobre 1978), Assisi,  Società internazionale di Studi francescani, 1979, pp. 213-40; K. E. Luprian, Die Beziehungen der Päpste zu islamischen und mongolishen Herrschern im 13. Jahrhundert anhand ihres Briefwechsels, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1981, pp. 41-45, 48-56.

[4] Per le edizioni dell’Historia Mongalorum cfr. E. Menestò, Prolegomena, ibid., pp. 217-20. si veda anche Johannes de Plano Carpine, in Repertorium fontium medii aevi, vol. VI pp. 392-93; F. Sorelli, Per regioni diverse: fra Giovanni da Pian di Carpine, in I compagni di Francesco e la prima generazione minoritica. Atti del XIX Convegno internazionale della Società internazionale di Studi francescani e del Centro interuniversitario di Studi francescani (Assisi, 17-19 ottobre 1991), Spoleto, CISAM, 1992, pp. 259-84.

[5] Per i manoscritti, le edizioni e la bibliografia dell’Itinerarium cfr. Guilelmus de Rubruquis, in Repertorium fontium medii aevi, vol. V pp. 317-19.

[6] Lettera edita dal Van Den Wyngaert, in Sinica Franciscana, vol I pp. 340-45.

[7] Su Odorico  da Pordenone e sul suo viaggio la bibliografia è assai amplia. Vanno segnalati: F. Sorelli, Il mondo orientale nell’attività e negli scritti di due francescani del Santo: Fidenzio da Padova e Odorico da Pordenone, in Storia e cultura al Santo di Padova fra XIII e il XX secolo, a cura di A. Poppi, Vicenza, Neri Pozza, 1976, pp. 255-64; Odorico da Pordenone e la Cina. Atti del convegno storico internzionale (Pordenone, 28-29 maggio 1982), a cura di G. Melis, Pordenone, Edizione Concordia Sette, 1983; C. Schmitt, L’epopea francescana nell’Impero Mongolo nei secoli XIII-XIV, in Venezia e l’Oriente. Atti del XXV corso internazionale di Alta Cultura (Venezia 27 agosto-17 settembre 1983), Firenze, Olschki, 1987, pp. 379-408; L. Monaco, Introduzione, in Memoriale Toscano. Viaggio in India e Cina (1318-1330) di Odorico da Pordenone, a cura di L. Monaco, pref. di J. Guérin Dalla Mese, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1990, pp. 19-79; Odorico da Pordenone, Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum, a cura di A. Marchisio, Firenze, Sismel, 2016; P. Jackson, The Mongols and the West (1221-1410), Harlow 2005; P. Chiesa, Una forma redazionale sconosciuta della “Relatio” latina di Odorico da Pordenone, in “Itineraria”, 2 (2003), pp. 137-163.

[8] G. Orlandi, Temi e correnti nelle leggende di viaggio dell’occidente alto-medievale, in Popoli e paesi nella cultura altomedievale, 23-29 aprile 1981, II, Atti della XXIX Settimana di studio del Centro italiano di studi sull’alto Medioevo, Spoleto, CISAM, 1983,  p. 529.

[9] S. Pittaluga, L’oriente meraviglioso fra racconti di viaggi e di ambasciatori, in Atti  della VII giornata archeologica. Viaggi e commerci nell’antichità, Genova, D.AR.FI.CL.ET., 1995, pp. 85-106 (in partic. p. 93).

[10] A. Ausfeld, Der griechische Alexanderroman, Lipsia, 1907; W. Kroll, Pseudo-Kallisthenes, Berlino, 1926.

[11] La lettera del prete Gianni, a cura di G. Zaganelli, Luni Editrice, 1990, p. 12.

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