Storia

Ernst Junger, dalle Tempeste d’acciaio all’Operaio

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December 21, 2018

Brevi cenni introduttivi

“Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, L’operaio. Dominio e forma.” Con questo titolo apparve, nel 1932, uno dei testi chiave per comprendere e scoprire uno degli intellettuali più discussi e più criticati del novecento.
Junger nacque ad Heidelberg, Germania, nel 1895. Prima di finire il liceo, la ricerca di azione e di avventura lo porteranno a scappare di casa per poter attraversare il confine francese ed arruolarsi nella legione straniera.
Dopo poco, il padre di Ernst riuscì a rintracciarlo e a riportarlo a casa. Arrivarono ad un compromesso: finiti gli studi avrebbero cercato un lavoro od un’attività che portasse avventura ad un cuore votato all’azione. Il ragazzo non dovette attendere molto.

La prima guerra mondiale si impose all’Europa, trasformando il continente in un campo di battaglia e di morte. Junger, che si arruolònvolontario già nel 1914, restò nelle trincee del fronte Occidentale fino alla fine del conflitto, guadagnandosi il grado di tenente. Per le azioni che lo contraddistinsero durante i lunghi quattro anni di guerra, venne decorato con la medaglia Pour le Mérite ovvero la più alta onorificenza tedesca. A guerra finita pubblicò nel 1920 “In Stahlgewittern” “Nelle tempeste d’acciaio”, il suo diario di guerra. Ebbe molto successo in Germania, una nazione sconfitta ma che molti tedeschi ritenevano di fatto invitta, quantomeno nello spirito. Junger descrive il mondo che ha visto con i suoi occhi senza molti filtri. Descrive i paesaggi sconvolti dai bombardamenti, la vita dei soldati, le personali incursioni nella terra di nessuno, gli assalti alla trincea nemica. Riporta le visioni di uomini dilaniati dalle granate, la loro decomposizione, gli odori, i rapporti costanti con la morte. Eccone un piccolo passo: “Un odore dolciastro e una massa uncinata alla rete dei fili spinati attirarono la mia attenzione. Saltai dalla trincea nella nebbia del mattino e mi trovai davanti al cadavere rattrappito di un soldato francese. La carne, che sembrava di pesce, decomposta, spiccava col suo color bianco verdastro nell’uniforme a brandelli. Nel voltarmi per tornare feci un salto all’indietro per l’orrore: proprio vicino a me una forma umana era appoggiata a un albero. Portava i cuoi lucidi dei francesi e aveva ancora sulle spalle lo zaino pieno, sormontato da una gavetta rotonda. Due orbite vuote e qualche ciuffo di capelli sul cranio bruno-nerastro mi rivelarono che non avevo a che fare con un uomo vivo”. (1)

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Ciò che distingue questo scritto da molte altre testimonianze è il carattere epico che lo scrittore imprime, narrando gli avvenimenti vissuti in prima persona. La guerra, secondo Junger, ha forgiato un uomo nuovo, capace di mettere fine alle contraddizioni borghesi e di riscattare la Germania dall’onta della sconfitta e dalle umiliazioni del trattato di Versailles. Saluta con entusiasmo uno spirito nuovo, nato in trincea e temprato dalla prova della Grande Guerra. Il libro ebbe risonanza soprattutto negli ambienti dei reduci e della destra tedesca, alimentando quel risentimento nei confronti delle nazioni vincitrici che solo una pace ben fatta poteva, forse, scongiurare.

Ulteriori approfondimenti sul significato che la guerra ebbe per Junger si possono trovare nel suo “La battaglia come esperienza interiore” (Stoccarda 1922). In questo testo lungo poco più di un centinaio di pagine Junger analizza l’esperienza di guerra del soldato, non la mera partecipazione passiva agli eventi. Racconta la sua esperienza attiva, passando dalle bevute in compagnia alla folle ebrezza provata durante l’assalto al nemico, dalle notti insonni passate a riflettere sul significato della guerra alla consapevolezza di scrivere pagine di storia partecipando a grandi azioni. Non nasconde gli orrori provati, infatti essi sono il volano con cui i soldati entrano in contatto con gli istinti primordiali a lungo sopiti: “Questa euforia sempre sia cara a colui che l’ha potuta provare nonostante l’orrore. Egli non ha sentito su di sé la sola violenza della materia. Si è spinto oltre: la sua è stata anche un’esperienza interiore.”(2)

Junger parla di uomini trasformati da questa esperienza, dal contatto con le forze elementari. La trasformazione si attua sopravvivendo, incamerando esperienza e facendone tesoro. La capacità di riconoscere la tipologia di un ordigno dal suono che ne annuncia l’arrivo imminente, può fare la differenza tra la vita e la morte.
Molti detrattori di Junger criticavano l’enfasi con cui lo scrittore inneggiava alla rigenerazione spirituale realizzatasi durante gli anni del conflitto. Rispetto ad altri testi sull’esperienza di guerra, come “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque o “Il fuoco” del francese Henri Barbusse, i testi di Junger appaiono in completa antitesi.
Essi infatti, legittimamente, condannano la guerra e ne riportano i lati disumani, raccontando le sofferenze immani che le generazioni di quell’epoca dovettero affrontare. Non vi è nulla da esaltare se lo straordinario attaccamento alla vita che permise a molti di sopravvivere.

La narrazione jungeriana invece si sofferma sulle conseguenze individuali e collettive che il conflitto mondiale ha generato, incitando all’azione ed invitando i reduci e tutti i nazionalisti tedeschi ad innalzare i vessilli di un nuovo e più potente regno. (3)

La guerra che il mondo borghese aveva scatenato si sarebbe rivelata l’evento che chiudeva un capitolo della storia e apriva gli orizzonti di una nuova era, con i suoi eroi e i suoi nemici. Secondo Junger la forza della tecnica, che aveva trasformato il conflitto in una Materialschlacht, guerra dei materiali, avrebbe trasformato il mondo plasmando l’uomo come un fabbro impone al ferro la forma desiderata. A differenza di molti intellettuali tedeschi, che rifiutavano la tecnica come mezzo e come valore per l’uomo, Junger innalza la tecnica al rango di una forza dotata
di volontà propria. Padrona incontrastata del XX secolo, dovrà essere controllata da uomini capaci di comprenderla e di sottometterla al proprio volere. Ecco che Junger ci proietta in un mondo mitico, visionario, che ha trovato i sui nuovi signori. L’individualismo borghese è al tramonto, si intravedono all’orizzonte gli stendardi dell’Operaio.

L’Operaio è un saggio, un’analisi dello stato mondo contemporaneo allo scrittore e delle sfide che lo aspettano; è dotato di una propria metafisica che si manifesta in primo luogo dal titolo: Der Arbeiter, il lavoratore, in italiano venne tradotto Operaio per conferirgli quell’aura di miticità che Junger volle attribuire alla figura presa in esame (anche se una delle traduzioni più felici e più complete sotto il profilo dell’interpretazione rimane «milite del lavoro» 4). Non si tratta assolutamente di un termine conducibile ad una classe sociale o ad una mansione specifica. Queste classificazioni sono, per Junger, riduttive, poiché cercano di imbrigliare il potenziale eversivo e rivoluzionario che la figura dell’operaio possiede.
L’Operaio è una Gestalt (forma) dotata di leggi e caratteristiche proprie, unica forma in grado di restare in equilibrio su di un mondo che ha perso le sue colonne portanti e la sola in grado di erigere nuovi monumenti al
proprio tempo attraverso il dominio della tecnica. La differenza tra l’individuo borghese e l’operaio non è soltanto d’epoca, ma di rango: «L’operaio è in rapporto con forze elementari di cui il borghese non ha mai avuto neppure il presentimento: neppure della loro pura e semplice esistenza». (5)

Le forze di cui parla Junger sono elementi primordiali che si manifestano nella realtà attraverso l’uomo e ne plasmano la forma. Il dominio borghese fondato sulla ragione e sul progresso come bastioni in difesa del proprio mondo, ha escluso il contatto con tali forze poiché catalogate nell’assurdo e nell’irrazionale. Quando i primi esponenti del mondo operaio fecero la propria comparsa nel mondo, la borghesia riuscì a domare questa irruzione, cercando il modo di inserirla nelle definizioni e inquadrarla in uno schieramento parlamentare, e quindi su un campo di battaglia a lei favorevole. Le tensioni e i fragili equilibri sociali si frantumarono proprio con lo scoppio del conflitto. Ma è lo stesso conflitto a svelare la vera natura del mondo e delle sue forze: la tecnica simbolo del progresso e del benessere borghese si rileva invece una potenza distruttiva in grado di annientare qualsiasi fortificazione. Solo chi è in grado di domarla, di soggiogare la violenza distruttrice ed adattarsi alle nuove condizioni, potrà vivere una vita piena e ricca di certezze. Il significato specificatamente moderno della guerra è per Junger una trasformazione del conflitto in energia creatrice, di una guerra come di un «gigantesco processo lavorativo». Nuovi armamenti, nuove tecnologie, nuovi tipi di eserciti, di trasporto di distribuzione si sviluppavano durante gli scontri, l’esercito del lavoro si era messo in marcia: “Questa mobilitazione assoluta di energia potenziale, che ha trasformato in vulcaniche fucine gli stati industriali belligeranti, segna nel modo più impressionante l’avvento di un’epoca del lavoro…E’ compito della mobilitazione sviluppare una tale massa d’energia. Mediante la mobilitazione totale, la grande corrente energetica della guerra sarà trasmessa, come il risultato di un’unica manovra del quadro di controllo, alla rete della vita moderna, in tutte le sue ramificazioni e circuiti.” (6)

La figura del soldato, trasferendosi dal campo di battaglia alla vita civile, porta con sé quell’organizzazione militare indispensabile per una superiorità che porti ad un nuovo dominio. La Germania, sconfitta, potrà rialzarsi solo con l’avvento di un nuovo paradigma: “«E’ nostra convinzione che l’ascesa dell’operaio sia sinonimo di una nuova ascesa
della Germania»”. (7)
Junger descrive la forma borghese come perennemente in posizione difensiva, trincerata nelle sue sicurezze ed escludendo il pericolo dalla propria esistenza. L’operaio invece ha l’aspirazione ad un nuovo tipo di
libertà, una forma che ha nell’assalto e nel sacrificio i valori di riferimento. Ma non solo. Junger contrappone l’individuo borghese al “tipo” operaio. Il tipo si distingue dall’individuo per la sua “sostituibilità”, il che dona
all’operaio qualità quasi meccaniche. Una prova si ritrova nella capacità del fante di sostituire un compagno caduto in prima linea: egli prende il suo posto, continuando ad eseguire il compito assegnato a quel settore.
La qualità viene mantenuta in tempo di pace mediante un addestramento e una capacità di lavoro che consentono lo stesso grado di efficienza al di fuori delle capacità individuali. Il tipo, per Junger, non è altro che un’altra conferma che la forma dell’operaio si sta materializzando e diffondendo, omologandosi ai dettami della tecnica. Essa infatti, causa e allo stesso tempo conseguenza di tali mutamenti, esige una precisione che solo un addestramento uniformato può garantire. Ciò che Junger immagina è l’avvento di un nuovo stato globale che si erga sulle ceneri degli stati parlamentari borghesi, che si impossessi dell’imperio che gli appartiene e che indichi una nuova strada al genere umano. La guerra ha dato il via alla mobilitazione di uomini e mezzi come mai era accaduto prima, impegnando tutte le energie a disposizione degli stati coinvolti.
Junger tenta, in sostanza, di trasferire il modello di organizzazione militare alla vita civile. La tecnica e la sua espansione sono per Junger uno dei segni che preannunciano l’avvento dei nuovi dominatori, coloro
che con essa hanno un rapporto diretto, intimo e pieno. Più volte, nel corso del saggio, ribadisce che la tecnica non è altro che la forma dell’operaio che mobilita e rivoluziona il mondo. Le trasformazioni che accompagneranno l’avvento del nuovo mondo e della nuova umanità verranno caratterizzate da nuove istituzioni e da nuovi principi: le
costituzioni verranno abrogate e sostituite dal piano di lavoro nazionale. I duci che guideranno le schiere chiamate al servizio saranno i primi a marciare, i primi a servire e sempre in prima linea. I primi operai insomma. La pienezza di valori che riempie e dona completezza alla forma dell’operaio è il lavoro. I dilemmi della modernità troveranno
risposta proprio nel lavoro, ma in modo diverso rispetto alla definizione borghese. Non si tratta di una prestazione remunerata, ma di un fatto, prima ancora che economico, morale: “Il senso del lavoro sta nel creare quella pienezza di valori necessaria alla nazione. Il lavoro è un fatto morale, non una prestazione meccanica che si possa misurare con il sistema di Taylor o con il denaro.” (8)
Qui Junger critica fortemente il sistema capitalista borghese che riconosce nel lavoro, come in qualsiasi altro settore per esempio l’arte, solo una fonte generatrice di guadagni. La sfera economica, che il modello borghese ha innalzato a supremo arbitro della vita, deve essere ricollocata come uno degli aspetti del potere statale. Uno stato nuovo,
autoritario, retto da spiriti nati con la vocazione del comando.

Il mondo immaginato e descritto da Junger non è il paradiso dei lavoratori, anzi, tutt’altro. La mobilitazione di uomini e risorse comporta sacrifici ancora maggiori che nel mondo borghese. Il concetto stesso di sacrifico viene completamente rivisto e presentato come uno dei principi più importanti del mondo jungeriano: “«L’uomo trova la sua felicità più profonda nel sacrificarsi, e l’arte suprema del comando consiste nell’additare scopi degni del suo sacrificio»” (9)

boccioni-carica-di-lancieri.jpgLibertà come diritto al lavoro, sacrifico come felicità, il comando come arte suprema, questi sono i pilastri che Junger individua nella sua analisi dei processi storici pronti ad investire l’Europa e il mondo. Come ben sappiamo le cose presero una piega ben differente da ciò che lo scrittore di Heidelberg pensava: circa un anno dopo il potere verrà assunto da Hitler e dal partito nazionalsocialista, cancellando qualsiasi speranza all’avvento di un mondo operaio. Lo stesso scrittore, che molti erroneamente individuarono come un sostenitore del regime, rischiò la sua vita per la pubblicazione nel 1939 del romanzo “Sulle scogliere di marmo“, dove si ipotizzava il tirannicidio.

Non nascondiamoci, L’operaio di Junger è un saggio che a volte risulta ripetitivo e noioso oltre che ormai (ripetiamo, 1932) obsoleto in moltissime sezioni. Ma ciò che lo rende ancora oggi affascinante e degno di essere letto e discusso è il suo apparato metafisico. Junger appartiene alla schiera di chi ha davvero immaginato e sostenuto un cambio radicale di rotta del suo paese e dell’umanità. Sia essa condivisibile o meno, a noi non interessa. Ciò che rimane è uno scrittore dalle incredibili doti letterarie e con una capacità di osservazione fuori dal comune, che ha restituito al genere epico una vitalità che sembrava ormai perduta per sempre.

Giovanni Belnome

Bibliografia

(1) Ernst Junger, Nelle tempeste d’acciaio, pag 29, Ugo Guanda editore, Milano 2015

(2) Ernst Junger, La battaglia come esperienza interiore, pag 11-12 Piano B, 2014 Prato.

(3)Stefan Breuer, La rivoluzione conservatrice, Doninzelli editore, Roma 1995, pag 23
(4) Definizione di Delio Cantimori, Ernst Junger L’operaio,Ugo Guanda editore, Parma,2010, introduzione pag
VI
(5) Ernst Junger L’operaio, Ugo Guanda editore, Parma,2010, introduzione

(6) Herf, Modernismo reazionario, tecnologia, cultura e olitica nella Germania di Weimar e del terzo Reich
(7) Ibidem.

(8) Ernst Junger, Op cit

(9) Herf, Modernismo reazionario pag 150

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