Curiosità

Picasso: un “Dipinto-Esorcismo” 

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December 21, 2018

“Quando andai al vecchio Trocadero, ne fui disgustato. Il mercatino delle pulci; l’odore. Ero da solo. Volevo andarmene, ma non lo feci. Rimasi. E rimasi. Compresi che si trattava di qualcosa di molto importante: mi stava davvero succedendo qualcosa. Le maschere non erano simili a nessun altro pezzo scultoreo. Per nulla. Erano oggetti magici… tutti i feticci erano usati per la stessa cosa. Erano armi […] Erano strumenti. Se diamo forma agli spiriti, diventiamo indipendenti. Gli spiriti, l’inconscio, le emozioni – sono tutte la stessa cosa.

Compresi. Compresi perché ero un pittore. Tutto solo in quell’orribile museo, con maschere, bambole costruite da pellerossa, manichini polverosi. Les Demoiselles d’Avignon devono essermi apparse proprio quel giorno, ma nient’affatto a causa delle loro forme; piuttosto, perché si trattava del mio primo dipinto-esorcismo – sì, assolutamente!” 

(Pablo Picasso, in Leighton, Patricia, “Re-ordering the Universe: Picasso and Anarchism, 1897-1914”, 1989, Princeton University Press, Princeton, p.87)

Un “dipinto-esorcismo”: ecco come l’artista definì la sua stessa creazione, con la quale diede vita ad una delle opere che più rivoluzionarono il corso della storia dell’arte. Per la ricorrenza della nascita di Pablo Picasso, nato a Malaga il 25 ottobre del 1881, sembra doveroso ricordare il singolare punto di partenza di una tale svolta.

Il contesto storico e culturale è quello delle Avanguardie Storiche dei primi anni del Novecento: in questo clima così effervescente e proiettato direttamente verso il futuro, Picasso venne paradossalmente affascinato da manufatti antichissimi, quali possono essere le maschere rituali africane e polinesiane dell’allora museo etnografico del Trocadero. Ciò che più colpì l’artista fu la totale assenza di ricerca naturalistica nella realizzazione delle maschere stesse, fatte di forme stilizzate e quasi astratte che suggeriscono l’idea di parti del corpo o di altri elementi. Come comprese l’artista, in una sorta di “illuminazione”, questa assenza non era dovuta ad un’inferiore capacità artistica, ma alla volontà ben precisa di quelle culture di dare forma a delle essenze, di presentarle (“renderle presenti”) attraverso delle immagini e di animarle tramite la danza e i rituali stessi, al fine di creare un’intima comunicazione tra gli esseri viventi e la terra.

Fu proprio questa (ri)scoperta del passato a gettare nuova luce sul presente e sul futuro, confermando dei processi di trasformazione che in quegli anni (intorno al 1906) erano già in atto: cosa doveva essere in fondo l’arte, se non questo? L’arte doveva liberarsi dal giogo della pura bellezza estetica – fondamento per eccellenza della creazione artistica del passato – e, allo stesso tempo, dal suo ruolo di mera copia del visibile. L’arte doveva essere essenzialmente comunicazione, “una forma di magia” che permettesse di dare forma all’invisibile per poterlo comprendere: “agli spiriti, all’inconscio, alle emozioni”, al mondo stesso, nella percezione sempre soggettiva che l’uomo dà di esso.

Martina Panizzutt

Bibliografia

– Acton, Mary, “Guardare l’arte contemporanea”, 2008, Einaudi, Torino, trad. Alessandro Bertinetto

– Bertelli, Carlo (a cura di), “La storia dell’arte. Novecento e oltre”, vol. 5, 2010, Pearson Italia, Milano-Torino

– Leighton, Patricia, “Re-ordering the Universe: Picasso and Anarchism, 1897-1914”, 1989, Princeton University Press, Princeton

Immagine:

– Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, olio su tela, 243.9 x 233.7 cm, MoMA, New York

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