Arte

Tra ragione e fede: il convento di San Marco a Firenze

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December 21, 2018

Il Convento domenicano di San Marco a Firenze sta per essere chiuso definitivamente, dopo secoli e secoli di storia. A partire da luglio 2017 i frati hanno già iniziato a spostarsi in altre strutture della zona, tra cui Santa Maria Novella, a pochi passi dal convento. Le migliaia di firme della petizione non sono bastate per fermare un processo già stabilito nel 2013 e dettato principalmente da ragioni a carattere economico (1). Per la Provincia romana dell’Ordine domenicano (2), infatti, mantenere aperto il convento avrebbe costituito una spesa non più sostenibile. La chiesa e il museo fortunatamente rimarranno aperti e attivi, mentre la biblioteca, conosciuta nel Quattrocento come la “Greca”, poiché possedeva la più grande collezione di opere greche in Italia (3), diventerà un fondo della Biblioteca Laurenziana. Quello che mancherà sarà il cuore pulsante della struttura, il suo motore storico a livello spirituale e materiale: i frati.

Si sa, al giorno d’oggi tante altre istituzioni storiche sparse per l’Italia hanno già dovuto o sono destinate in futuro, ahimè, a chiudere i battenti. E se non è possibile, come spesso ci viene detto, frenare questa valanga di chiusure forzate (ma non tutti ci credono, state tranquilli), almeno bisogna assicurarsi che l’evento non passi inosservato, che l’atto “distruttivo” comporti sempre anche un’occasione di creatività, di creazione. Nel nostro piccolo, quindi, siamo chiamati semplicemente a ricordare, a riportare alla memoria le origini del convento e il valore della sua attività, soprattutto nel caso di San Marco, che non compare tendenzialmente tra le prime scelte dei turisti alle prese con l’immenso patrimonio della città.

Il Convento nella forma in cui lo si può ammirare oggi nacque dalla ristrutturazione e dall’ampliamento di un convento più antico, fondato nel 1299 dai monaci Benedettini Silvestrini e già dedicato a san Marco. Gli scavi condotti nel 1989 in seguito al crollo accidentale di parte del pavimento del noviziato hanno riportato alla luce i resti delle strutture duecentesche sottostanti, quelle costruite dai Silvestrini e adornate da splendide pitture murali a soggetto sacro e profano. Quest’ultime facevano in origine parte della decorazione delle volte del vecchio convento e sono oggi visibili grazie a dei fori praticati nella pavimentazione e ad un sistema di specchi. Un rinvenimento di questo tipo ha permesso di riconsiderare le condizioni del convento al momento del passaggio dai Silvestrini ai Domenicani, il quale non sarebbe stato quindi in rovina, come suggerito invece dalle fonti domenicane del tempo (4). Così, nel 1436 tramite una bolla papale la comunità religiosa originaria fu ufficialmente spostata a San Giorgio della Costa, per fare posto, a san Marco, al nuovo insediamento dei frati predicatori. Essi facevano parte di una comunità “riformata” proveniente dal convento di San Domenico di Fiesole e poterono beneficiare dell’ingente somma di denaro messa a disposizione da Cosimo il Vecchio de’ Medici per l’edificazione del nuovo complesso. Il progetto fu affidato a Michelozzo, architetto favorito dei Medici, il quale a partire dal 1437 restaurò la chiesa, prolungando la cappella maggiore con la costruzione di una nuova abside, e ristrutturò il convento ridistribuendone gli spazi interni e innalzando la grande biblioteca. Il risultato fu un complesso elevato su due piani e caratterizzato dalla distribuzione degli ambienti intorno a due chiostri quadrangolari contornati da portici a colonna. Al livello della strada, il lato sinistro del portico risulta adiacente al fianco destro della chiesa, mentre sul lato destro si apre il grande Refettorio e sul lato meridionale, dietro il muro di facciata, si trova l’Ospizio dei Pellegrini, ambiente oggi adibito alla conservazione e presentazione di numerosi dipinti su tavola realizzati da Beato Angelico per chiese e conventi di Firenze. Sul fondo, accanto alla Sala Capitolare, una scalinata conduce al primo piano, dove furono collocate le celle destinate ad ospitare i frati.

In cima alla scala, la grande Annunciazione del Beato Angelico accoglie oggi i visitatori come un tempo doveva accogliere i frati, lasciando il fiato sospeso per la sua semplice perfezione. Il chiostro nel quale Maria viene raggiunta dall’Angelo ricorda quello del convento, nel quale le donne erano chiamate a pregare dai frati.  Inoltre, in fondo alla struttura architettonica che inquadra la scena, si può scorgere una finestrella del tutto simile a quelle delle celle: il mistero divino dell’Incarnazione rivive nelle sale del convento.

 

Figura 1. Beato Angelico, Annunciazione, 1440-1450, 230×321 cm, affresco, Museo del Convento di San Marco, Firenze

Il linguaggio architettonico umanistico risulta intenzionalmente ridotto in funzione della spiritualità domenicana, che richiedeva uno stile di vita votato alla povertà assoluta. A metà del corridoio di destra si apre, al di là di un passaggio, la ricchissima biblioteca a pianta longitudinale e divisa in tre navate da una doppia file di colonne, come una basilica. Si tratta di una struttura che diventerà il modello per le biblioteche costruite in seguito, ideata anche con grande attenzione per la luce che, provenendo da finestre laterali, doveva illuminare l’ambiente producendo minimi effetti d’ombra. In origine, essa fu fatta costruire da Cosimo de’ Medici per custodire la grande collezione di manoscritti di Niccolò Niccoli, letterato e umanista fiorentino.

Parallelamente ai lavori di ristrutturazione del vecchio convento dei Silvestrini, che si protrassero fino al 1452, l’intera decorazione pittorica degli ambienti fu affidata a Fra’ Giovanni da Fiesole, più conosciuto come Beato Angelico (1395-1455):

“Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato

Guido, essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che

ottimo religioso, merita per l’una e per l’altra cagione che di lui sia

fatta onoratissima memoria. Costui, se bene arebbe potuto commodis-

simamente stare al secolo, et oltre quello che aveva, guadagnarsi ciò

che avesse voluto con quell’arti che ancor giovinetto benissimo fare

sapeva, volle nondimeno per sua sodisfazione e quiete, essendo di

natura posato e buono, e per salvare l’anima sua principalmente,

farsi relligioso dell’Ordine de’ Frati Predicatori; perciò che,

se bene in tutti gli stati si può servire a Dio, ad alcuni nondimeno

pare di poter meglio salvarsi ne’ monasterii che al secolo.” (5)

Frate domenicano originario di Val di Mugello, Beato Angelico faceva parte di quella stessa comunità che dal convento di Fiesole si spostò a San Marco; si formò come artista sotto l’esempio di Starnina e Lorenzo Monaco, entrambi legati ai modelli del Gotico internazionale, per poi rivolgersi alle nuove conquiste rinascimentali e proseguire nel solco tracciato da Masaccio. Nonostante il rapido aggiornamento dell’artista, la sua arte rimarrà sempre impregnata di quei valori estetici medievali che costituiscono l’unicità del suo stile. Così, la costruzione prospettica e geometrica degli spazi e l’attenzione al dato reale si fondono nelle sue opere con una concezione mistica e purificatrice della luce, con atmosfere sospese e preziosità ancora cortesi. Questo suo stile particolare deriva certamente anche dalla sua profonda partecipazione alla spiritualità domenicana, fondata sulla filosofia tomista, secondo la quale la ragione e l’adesione alla realtà della natura (dell’esistenza) costituisce la base necessaria per la comprensione del divino (dell’essenza) e, allo stesso tempo, la fede ha la capacità di colmare le lacune lasciate dalla ragione per la piena accettazione del mistero divino. La luce dipinta da Beato Angelico, “perennemente mattutina” (6), risulta così una luce che indaga il reale da vicino in funzione di un’elevazione simbolica e spirituale.

“…l’Angelico rappresenta, grosso modo, nel quadro delle correnti intellettuali della prima metà del Quattrocento, la filosofia tomista in opposizione alla filosofia neo-platonica personificata dall’Alberti. Ma egli stabilisce altresì la possibilità di mediazione tra le due espressioni. È lui che, tra il realismo di Donatello e le teorie di storicità dell’Alberti, ha creato il compromesso del naturalismo, aprendo così la via a un’arte che non è più una rappresentazione immobile, ma, al contrario, un discorso animato, un colloquio umano” (7)

A San Marco egli realizzò pale d’altare e affreschi sia per gli spazi collettivi del convento che per quelli privati delle celle, nelle quali rappresentò per ognuna un episodio delle Sacre Scritture in modo da ispirare le riflessioni e le preghiere dei frati. L’eccezionalità di questo progetto e della sua esecuzione rende il Convento di San Marco un posto unico nel suo genere.

Beato Angelico lavorò alla decorazione del convento per dieci anni, fino al 1447, quando fu chiamato a Roma da papa Niccolò V a decorare la sua cappella in Vaticano. Così, il resto della decorazione lasciata incompiuta fu completata da altri artisti che gravitavano al tempo intorno all’Angelico, tra cui Benozzo Gozzoli. Le celle da decorare erano in tutto 45, allineate ai due lati di tre corridoi. Per ciascuna era stato scelto un episodio del Nuovo Testamento, ripercorrendo, anche se in ordine sparso, la vita e la Passione di Cristo nei suoi momenti salienti, quegli stessi episodi che popolavano la vita contemplativa dei frati dell’Ordine, ispirandoli nella vita di tutti i giorni come esempi morali o favorendo la meditazione sul mistero divino in essi celato.

Figura 2. Planimetria del primo piano del convento. fonte:http://www.travelingintuscany.com/arte/fraangelico/conventodisanmarco.htm

Così, percorrendo i corridoi del secondo piano del convento e affacciandosi di volta in volta all’interno delle piccole celle laterali, ci si trova di fronte a come piccole apparizioni, delle visioni fatte di pigmenti e leganti, in cui a Cristo, alla Vergine, ai santi si accostano san Domenico e altre figure celebri di frati predicatori. Spesso questi ultimi sono anch’essi in meditazione di fronte ai misteri sacri, quasi come a indicare la via al frate in carne ed ossa della cella: questo è il caso, ad esempio, della scena del Cristo Deriso, in cui il tema sacro della mortificazione di Gesù è posto sul fondo della composizione, su di un piano rialzato e di fronte ad un pannello verde, indicando chiaramente il carattere effimero di quell’immagine. Ai piedi di questa visione, seduti su di un gradino si trovano la Vergine, a sinistra, e san Domenico a destra, i quali non guardano la scena alle loro spalle, ma sono rivolti al contrario verso l’esterno della composizione, o meglio, verso il loro interno, col capo chino. Maria accenna un sentimento di dolore, sfiorandosi il volto con la mano sinistra, mentre san Domenico è rappresentato pensoso, mentre legge le Sacre Scritture:“porta sempre con sé il vangelo di Matteo e le lettere di San Paolo, nonostante le conosca a memoria”: così viene tramandata la figura di san Domenico all’interno della comunità domenicana. (8)

Figura 3. Beato Angelico, Cristo Deriso, 1438-1440, 195×159, affresco, Museo del convento di San Marco, Firenze

I gesti delle due figure si contrappongono come in un riflesso speculare e la loro apparente indifferenza per quello che sta avvenendo alle loro spalle conferma che la scena di Cristo è concepita al pari di un’immagine mentale, prodotta nella testa dei due personaggi e non realmente presente dietro di loro. È un’immagine estremamente chiara e semplice, che deve suggerire allo spettatore una riflessione ben precisa sulle sofferenze patite da Cristo per salvare l’uomo da se stesso.

Le scene dipinte nelle celle sono di solito posizionate accanto ad una piccola finestrella da cui entra la luce e ci si può immaginare che ben poco altro riempisse quelle minuscole stanze al tempo di Beato Angelico; i frati domenicani, infatti, erano votati all’assoluta povertà, seguendo l’esempio massimo del fondatore del loro ordine, il quale, secondo la storia della vita del santo, dormiva “quasi sempre per terra o su una tavola” (9) e non disponeva nemmeno di una cella personale come gli altri frati. L’austerità del loro stile di vita era dettato dalla necessità di liberarsi di tutte le distrazioni terrene, materiali, al fine di dedicarsi completamente alla contemplazione divina. Addirittura i primi frati, al momento della fondazione dell’ordine, erano legati unicamente da un voto di ubbidienza verso la persona di san Domenico, senza fare riferimento ad una chiesa in particolare, se non temporaneamente. Questa indipendenza permetteva loro di spostarsi continuamente, come dei perenni pellegrini, in base ai bisogni dell’evangelizzazione.

Al tempo di Beato Angelico le cose erano fortemente cambiate; la Chiesa era in lotta e anche all’interno dell’Ordine si sentiva il bisogno di ritornare alle origini, alla purezza iniziale dell’istituzione, corrotta dal prestigio che essa stessa aveva raggiunto nel corso del tempo. I primi tentativi di riforma emersero già agli inizi del Trecento, ma i primi risultati si ebbero solo verso la fine del secolo attraverso l’attività di Raimondo da Capua, maestro generale dell’Ordine nel 1380, il quale diede un impulso decisivo alla restaurazione dell’ “Osservanza della regola”. Egli comprese che in quel clima di forti tensioni sarebbe stato impossibile, o quantomeno controproducente, imporre la riforma all’intera comunità e per questo motivo istituì un sistema di nuovi conventi dedicati al puro rispetto della disciplina e destinati solo a quei frati che avessero deciso volontariamente di farne parte. Il primo convento di “regolare osservanza” fu quello di Colmar, creato nel 1389, e in seguito ne vennero creati altri, prima in Germania e poi in Italia, di cui il primo fu quello di San Domenico a Venezia, del 1391. Questi nuovi conventi erano specialmente pensati per formare i giovani frati, affinché si dedicassero fin da subito alle pratiche della disciplina regolare. Per questo motivo fu istituito un “maestro degli studenti”, che non seguisse i novizi negli studi – una figura del genere esisteva già – ma che si occupasse dei loro progressi spirituali. L’Ordine domenicano doveva tornare alla sua vocazione originaria e principale di Ordine contemplativo, dedicato, cioè, allo studio, alla preghiera e alla meditazione. Queste attività erano considerate basi irrinunciabili per una buona predicazione, missione del tutto complementare a quella della contemplazione. Nei conventi doveva regnare il silenzio per permettere alla dottrina di “scendere come pioggia” nel “cuore semplice” del frate (10) e per permettere alle immagini delle miniature e degli affreschi di fondersi con le immagini mentali derivate dallo studio dei testi sacri e dalla preghiera. I soggetti principali delle rappresentazioni pittoriche nei conventi domenicani, nonché destinatari delle preghiere dei frati, erano il Cristo Crocefisso e Maria, “prima contemplatrice” e sede della sapienza; inoltre, anche i santi dell’Ordine sono spesso rappresentati, in quanto esempio da seguire: ricorrono, ad esempio, le figure di San Pietro martire, riconoscibile dal taglio sanguinante sulla testa (simbolo del suo martirio), Santa Caterina da Siena e, ovviamente, San Domenico.

Anche la costruzione del convento di San Marco a Firenze si inserisce in questo particolare contesto storico: alla base della fondazione del convento si trova Antonino Pierozzi, grande promotore della riforma e vicario generale dei conventi riformati italiani tra il 1437 e il 1445, esattamente gli anni della decorazione delle sale del convento. L’opera del Beato Angelico per San Marco va dunque letta in questa prospettiva: una guida privilegiata fatta di immagini semplici ma allo stesso tempo simboliche e cariche di profonda spiritualità, fatte per re-indirizzare i frati verso una rinnovata purezza attraverso la potenza evocatrice dell’arte.

“dalle linee sobrie dell’architettura di Michelozzo, dagli affreschi luminosi e sereni di Beato Angelico esce una pace che invade l’anima di chi entra in San Marco. In nessun altro luogo siamo avvolti da tanta luce di grazia come in questo convento, vero angolo di Paradiso, dove l’arte e la fede sono unite per dare agli uomini un senso di vita soprannaturale e di mistica pace.” (11)

Martina Panizzutt

Note

  1. http://www.ilgiornale.it/news/cronache/chiude-convento-savonarola-e-pira-12mila-firme-non-bastano/, ultima consultazione 10 agosto 2018

  2. storicamente si definisce “romana” tutta l’area di influenza italiana dell’Ordine

  3. Richa, Giuseppe, Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, 1754-1762, Viviani, Firenze, vol. VI, lezione XII, p. 117

  4. https://quellidelmuseodisanmarco.blog/2016/10/28/chiostro-dei-silvestrini-una-scomoda-eredita/, ultima consultazione 11 agosto 2018

  5. Vasari, Le Vite, 1550, Firenze, vol. 3, vita di Fra’ Giovanni da Fiesole, http://vasari.sns.it/cgi-bin/vasari/Vasari-all?code_f=print_page&work=le_vite&volume_n=3&page_n=273

  6. https://restaurars.altervista.org/il-beato-angelico-la-sacra-luce-della-pittura/, ultima consultazione 12 agosto 2018

  7. Giulio Carlo Argan, Fra Angelico, 1955, citato in https://restaurars.altervista.org/il-beato-angelico-la-sacra-luce-della-pittura/, ultima consultazione 12 agosto 2018

  8. D’Amato, Alfonso O.P., L’ordine dei frati predicatori, 1983, Bologna, p. 47

  9. D’Amato, Alfonso O.P., L’ordine dei frati predicatori, 1983, Bologna, p. 43

  10. D’Amato, Alfonso O.P., L’ordine dei frati predicatori, 1983, Bologna, p. 51

  11. Giovanni Urbani, “Beato Angelico”, Mondadori 1957, p. 6

Bibliografia

  • Richa, Giuseppe, Notizie istoriche delle chiese fiorentine divise ne’ suoi quartieri, 1754-1762, Viviani, Firenze

  • D’Amato, Alfonso O.P., L’ordine dei frati predicatori, 1983, Bologna

  • Giovanni Urbani, “Beato Angelico”, Mondadori 1957

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