Blitzkrieg

8 Settembre 1943: la spartizione di un esercito

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December 22, 2018

Introduzione

L’8 settembre del 1943 fu un giorno tragico per storia del popolo italiano. Contro ogni preavviso uomini, donne, bambini e soldati si trovarono vittime di un nuovo ed orribile avversario. Un’entità invisibile, seppur in grado di imprimersi negli occhi di tutti, capace di piombare silenziosa su qualsiasi campo di battaglia e di uscire vincitrice da tutte le guerre: il Caos.

Dopo quel triste giorno le decisioni delle persone vennero mosse confusamente dalla paura, dal desiderio di sopravvivere e dal senso del dovere; essi diedero inizio ad una drammatica Guerra Civile capace di offrire soltanto vittime e devastazione.

Prima di descrivere i fatti di un passato che si porta ormai sulle spalle più di 70 anni, è doveroso spiegarvi che la natura di questo articolo è rigorosamente apolitica; come per ogni altra pubblicazione storica di Ignotus Magazine. Il mio intento è quello di favorire la diffusione di una cultura limpida e pura a 360°, priva di corruzioni politiche attuali o passate. Pertanto non aspettatevi, ma soprattutto non temete, alcun tipo di schieramento da parte mia tra le pagine che andrete a leggere. In questo momento l’unica arma che muove la mia penna è la passione per la storia, accompagnata e sostenuta dagli studi universitari quanto dalle parole del celebre storico francese Marc Bloch (1886 –1944), il quale sosteneva che la storia è “la più difficile di tutte le scienze perché si tratta della scienza degli uomini nel tempo”(1).

Precisato ciò, possiamo tornare a parlare dell’8 settembre 1943 e di come si sia tramutato in un giorno così importante per gli italiani e per il resto del mondo.

Antefatto

Per comprendere i fatti dell’8 settembre è necessario compiere qualche passo indietro, prendendo in considerazione che nel 1943 il conflitto stava assumendo una piega sempre più negativa per le forze dell’Asse (Germania – Italia – Giappone).

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Le forze italo-tedesche in Africa avevano subito la grave sconfitta di El Alamein (23 ottobre 1942 – 5 novembre 1942). Mentre i soldati tedeschi della Wehrmacht e delle Waffen SS combattevano sempre più tenacemente contro l’Armata Rossa, la quale resisteva compiendo sforzi e sacrifici altrettanto immani. Lo sguardo di tutti si era rivolto in particolare verso la città di Stalingrado(17 luglio 1942 – 2 febbraio 1943), dove la VI Armata del Generale Friedrich Paulus affrontava le insidie del freddo e dei tiratori russi.

Ad aprire le porte dell’Europa e dell’Italia agli Alleatifu la definitiva ritirata dell’Asse dall’Africa settentrionale, avvenuta nel marzo ’43. Inglesi e americani sbarcarono in Sicilia il 10 luglio(2) sferrando al nemico un colpo fatale, capace di indebolirlo e nel peggiore dei casi dividerlo.

I primi segni di cedimento giunsero dallo stesso Partito Nazionale Fascista (PNF), quando le componenti moderate(3) del regime si coalizzarono per raggiungere due obiettivi: affidare il comando dell’esercito al re Vittorio Emanuele III e portare l’Italia fuori dal conflitto.

Per riuscire in un simile intento occorreva però compiere un passo importante, se non suicida: deporre Benito Mussolini dal suo ruolo di Capo del Governo.

Lo “scacco matto” nei confronti del Duce venne effettuato la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, durante una riunione dello stesso Gran Consiglio del Fascismo. I primi punti all’ordine del giorno riguardarono l’andamento della guerra, dove Mussolini accusò il Generale tedesco Erwin Rommel, la Volpe del deserto, di essere il maggior responsabile delle disfatte militari subite. Affermazione suo malgrado inutile a coprirgli le spalle, dal momento che tutti nella sala conoscevano perfettamente la verità. Colui che si fece avanti per affidare il controllo dell’esercito nelle mani del Re fu il Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni Dino Grandi(4), il quale ottenne un consenso pari a 19 voti favorevoli, rispetto ai 7 contrari e ad uno solo astenuto.

Dopo vent’anni di Regime, era giunta dunque la fine di Benito Mussolini e con esso del Partito Fascista, dal momento che l’ uno non poteva vivere senza l’altro. Mussolini infatti non era soltanto il Capo del Governo, ma anche il capo del Partito Fascista e il suo ruolo di Duce non era assolutamente ereditabile per due motivi: era una qualifica personale dello stesso Mussolini e nessuno sarebbe mai stato in grado di tenere unito il partito fascista come aveva fatto per vent’anni il mito vivente(5) del Duce.

2.jpgUn aspetto molto curioso di questo episodio riguarda la reazione dello stesso Mussolini che, pur essendo consapevole del complotto ordito contro la sua persona, accolse un simile evento con una calma inaspettata. Il tempo per reagire non gli era certo mancato. Il potere si concentrava ancora nelle sue mani e con un suo semplice ordine avrebbe potuto far arrestare i congiurati intorno a lui, ma la strada che scelse di percorrere fu totalmente diversa. Lasciò che la seduta del 24-25 Luglio avesse luogo e nel corso di quest’ultima si limitò a precisare che la proposta di Grandi avrebbe potuto mettere in crisi il regime.

Questi atteggiamenti rimasero insiti in Mussolini anche dopo il resoconto della seduta. I fatti del 25 luglio vengono ben descritti da Diego Meldi nella sua opera “La Repubblica di Salò”, dove dice che “Tutti descrivono un Duce fiducioso[…]. Mussolini si recò a Palazzo Venezia come di consueto e sbrigò le sue correnti. Chiese però al re di anticipare alle ore 17 di quello stesso giorno, domenica, la consueta udienza settimanale del lunedì. E alle 17 andò dal re a villa Savoia, apparentemente tranquillo, vittima sacrificale di una guerra ormai quasi perduta”(6).
Non conoscendo le esatte previsioni di Mussolini diventa difficile sostenere che l’incontro si sia svolto come sperava.

Non conoscendo le esatte previsioni di Mussolini diventa difficile sostenere che l’incontro si sia svolto come sperava. Poteva contare sulla lealtà del re, che gli avrebbe permesso di rimanere al potere, come aspettarsi di ricevere il ben servito in seguito alla drammatica direzione presa dalla guerra in cui aveva coinvolto l’Italia.

Dare una risposta a questi dubbi è al momento impossibile, perché non dispongo di fonti al riguardo e non intendo lanciarmi in supposizioni capaci di sollevare soltanto teorie complottiste. Quello di cui possiamo essere certi è che quel fatidico incontro segnò definitivamente il destino di Mussolini e degli italiani.

Una volta giunto davanti a Vittorio Emanuele III, questi parlò senza troppi giri di parole e comunicò al Duce che da quel momento il ruolo di Capo del Governo (e con esso il peso di dover badare all’Italia in guerra), sarebbe pesato sulle spalle del maresciallo Pietro Badoglio(7). L’ormai ex Duce venne messo agli arresti dai carabinieri e condotto verso la prigionia a bordo di un’ambulanza.

Prime fratture​

Con la caduta di Mussolini la nazione venne sopraffatta da un turbinio di emozioni contrastanti e confuse. I più si lasciarono trasportare da un sincero senso di gioia e tirarono un sospiro di sollievo credendo che la dipartita del fascismo significasse anche la fine della guerra(8). Molti manifestanti iniziarono a liberare strade e città dai “sacri” simboli del regime, ma solo pochi di questi potevano definirsi realmente  “antifascisti”. Quelli verranno allo scoperto, numerosi, in una fase successiva, tanto che i movimenti operai, riaffiorando, si preoccuparono di rivolgere i loro scioperi e le loro proteste contro il nuovo governo monarchico-conservatore(9). Con la scomparsa delle loro istituzioni i fascisti passarono inizialmente in secondo piano, senza essere identificati come i primi nemici da affrontare e sconfiggere.

Ovviamente la disfatta del regime non venne accolta da tutti nello stesso modo. Quelli ancora fedeli al Duce e al fascismo erano numerosi, sia dentro che fuori il territorio nazionale e possiamo conoscere le sensazioni di quest’ultimi considerando due episodi ben distinti tra loro.

Il primo è stato estratto dal memoriale di Giuseppe Spina “Diario di Guerra di un Sedicenne (1944-1945)”. Al tempo Spina era un ragazzo di 15 anni, entrato da poco negli avanguardisti alpini della G.I.L. del 10° Gruppo “Fabio Filzi”. La grande notizia giunse alle sue orecchie la mattina del 26 luglio, quando fu: “svegliato da un forte brusio, poi un vociare scomposto. Guardai dalla finestra. Gruppi di giovani passavano urlando. Non potei capire cosa dissero. Ma vi era qualcosa di oscuro, di ambiguo, inquietante. […] Entrò in quell’istante mio padre, eccitato, affannato.

-E’ caduto il Duce. Tu stai tranquillo. Non uscire.- E se ne andò.

Mi spuntarono le lacrime negli occhi.

In un baleno indossai la mia divisa di avanguardista alpino.

Volevo scendere in strada, sfidare i manifestanti. Guardarli negli occhi. Cercare se in loro c’erano tracce dei fascisti di ieri; guardare se quelle mani conservavano il segno degli innumerevoli applausi.

Pensai al male che potevo fare ai miei genitori con un gesto sconsiderato e, avvilito, mi sedetti sul letto.

[…] In quel momento non potevo cogliere […] che il Fascismo crollava per la stessa volontà delle sue più alte gerarchie, ucciso dalla sconfitta militare, dalla stanchezza generale, dal desiderio vivo… non di libertà… ma di pace, di una pace qualsiasi, acquistata a qualunque prezzo(10).”

Il secondo episodio invece si svolse molto lontano dall’Italia e per l’esattezza nelle prigioni dove erano stati rinchiusi numerosi soldati caduti in mano agli Alleati(11). All’interno dei campi di prigionia americani, inglesi e francesi c’erano circa seicentomila italiani, mentre altri centomila erano segregati nei gulag sovietici.

Di questi, i prigionieri in mano anglo-americana erano distribuiti in campi di concentramento(12) disseminati per l’Egitto, l’Algeria, la Palestina, il Kenya, il Sudafrica, l’India, gli Stati Uniti e le Hawaii.

Quando i carcerieri informarono i nostri soldati dell’arresto del Duce le prime reazioni furono di sgomento, di gioia e di rabbia. Sensazioni incentivate anche dall’apprendere che la guerra sarebbe andata avanti e che l’Italia intendeva rimanere al fianco dell’alleato tedesco: questo era ritenuto giusto da molti prigionieri, fascisti o meno che fossero.

Tuttavia tra i prigionieri cominciarono a farsi vive delle spaccature, intente a porre da un lato gli uomini fedeli alla monarchia e dall’altro quelli ancora legati al fascismo. Le fazioni che andarono a formarsi furono tre: fascisti, badogliani, attendeisti(13) (ossia coloro che non comprendendo la situazione cercarono di non schierarsi con nessuno).

Fascisti e Badogliani erano determinati a far valere i loro rispettivi giuramenti. Rapporti di amicizia e cameratismo cominciarono a disgregarsi. Anche gli uomini che sarebbero dovuti rimanere uniti e aiutarsi a vicenda, data la loro condizioni di prigionieri, cominciarono a covare risentimento verso chi, fino a qualche giorno prima, aveva imbracciato le armi insieme a loro in nome dell’Italia. L’unico punto su cui concordavano erano la continuazione della guerra contro i nemici anglo-americani, ma presto la coltre di caos che si stava levando avrebbe colpito loro e tutto il popolo italiano col devastante sopraggiungere dell’8 Settembre.

8 Settembre 1943

Se il 25 luglio equivalse ad un tuono preceduto da un lampo, l’8 settembre si rivelò un fulmine a ciel sereno.

Ad agosto le massime autorità anglo-americane, Churchill e Roosvelt, avevano autorizzato il generale Eisenhower(14) ad aprire “trattative segretissime(15)” col maresciallo Badoglio, il quale si dimostrò ben disposto a firmare la pace col nemico nonostante quanto detto in un suo precedente proclama: “La guerra continua al fianco dell’alleato tedesco(16)”.

Firmato cinque giorni prima, l’armistizio venne annunciato definitivamente l’8 settembre e per ragioni che inizialmente potremmo definire comprensibili. Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio temevano la drastica reazione dei tedeschi di fronte al loro voltafaccia. La Grande Germania disponeva già di 10 divisioni sul suolo italiano e altre 3 giunsero di rinforzo dopo l’arresto di Mussolini. Tuttavia, gli Alleati non esitarono a rivolgere contro le due alte cariche italiane la giusta pressione, continuando a bombardare il suolo italiano pur di raggiungere il loro scopo di dividere le forze dell’Asse.

Per conoscere la versione originale del discorso di Badoglio, oltre a leggerlo su libri e documenti, potete ascoltarlo tramite Youtube mentre annuncia che: “Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Gen. Eisenhower, comandante i capo delle forze anglo-americane. La richiesta è stata accolta, conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

Dunque era fatta: la guerra contro gli anglo-americani, per gli italiani, era finita. Il Re e il suo Capo del governo avevano dato alla nazione quel che voleva, ma le conseguenze furono numerose e costarono caro.

Le feste e le gioie del popolo vennero sedate ancora una volta dal Caos. Tornando a soffermarci un attimo sui prigionieri di guerra italiani, detenuti dagli anglo-americani, questi si trovarono preda di nuove fratture interne. Molti erano ancora ostili agli anglo-americani, che vedevano come un nemico, mentre altri seguirono il volere del re e di Badoglio mostrandosi disponibili a collaborare(17) con gli Alleati per affrontare i tedeschi. Citando Arrigo Petacco: “i nostri prigionieri finirono per dividersi tra cooperatori e non cooperatori” i quali però non furono più fortunati nè degli uni, nè degli altri “neanche la promessa di un precoce rimpatrio fatta ai cooperatori fu mantenuta. Anzi, il loro rientro verrà ritardato perché, come vedremo, le loro braccia e le loro capacità lavorative a costo zero li rendevano economicamente molto più preziosi dei non cooperatori”(18). A ledere maggiormente il senso di unione e fraternità tra i nostri soldati prigionieri fu un elemento non irrilevante, quale la mancanza di ordini più precisi da parte del Capo del Governo, che era impegnato ad abbandonare la capitale(19) per recarsi a Brindisi insieme alla famiglia reale.

In origine era il caos

I prigionieri in mano anglo-americana tuttavia non furono i soli a trovarsi abbandonati. Nel suo annuncio Badoglio aveva detto che: ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Un ordine apparentemente chiaro quanto ambiguo, dal momento che non teneva conto delle centinaia di migliaia di soldati schierati al fronte, con ancora accanto quei camerati tedeschi che fino ad un giorno prima avevano combattuto al loro fianco in Grecia, Africa e Russia.

Di fatto, come temuto, la risposta della Germania non tardò ad arrivare. Le tre divisioni inviate nella penisola, dopo l’arresto di Mussolini, servirono proprio a favorire la conquista dell’Italia dopo la sua dipartita, ormai riconosciuta come imminente.

L’attacco fu ben congegnato e incontrò una scarsa resistenza, dal momento che l’esercito italiano si trovava senza una guida, privo di ordini e preda del disordine. I soli che riuscirono a resistere, rallentando l’avanzata tedesca nei dintorni di Roma, furono i granatieri della divisione Ariete e Piave supportati da alcuni gruppi di civili(20). Lo scontro principale ebbe luogo a Porta San Paolo(21), ma l’invasione tedesca riuscì a concludersi entro il 12 settembre. L’Italia assunse una nuova funzione nella strategia germanica, diventando quello che potremmo definire uno “stato cuscinetto”, utile a tenere il più lontano possibile gli Alleati dal suolo tedesco(22).

Dopo l’annuncio dell’armistizio Badoglio si trovò con un esercito allo sbando, circa 600.000(23) soldati vennero resi prigionieri dai tedeschi e inviati in Germania. Certi riuscirono a fuggire e tornare a casa, altri cercando di eseguire i vaghi ordini dell’8 settembre si ribellarono contro i tedeschi, dai quali vennero sopraffatti e giustiziati: il caso più conosciuto è quello di Cefalonia(24). Coloro che scelsero di opporsi ai tedeschi, sia che fossero militari o civili, si radunarono creando i primi ranghi della resistenza, la quale richiedeva tempo per essere organizzata e pronta alla guerriglia(25).

Ad incrementare la divisione del popolo italiano, che si espandeva frastagliata e profonda, sarebbe giunta la nascita della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I). La realizzazione di quest’ultima fu resa possibile dalla liberazione di Mussolini, avvenuta il 12 settembre per mano dei tedeschi.

Degli italiani fatti prigionieri e inviati in Germania 12000 entreranno a far parte della R.S.I, permettendo la realizzazione delle divisioni: Monterosa, San Marco, Italia, Littorio. Il resto dei prigionieri, quelli che rifiutavano di arruolarsi nel nuovo esercito fascista, vennero “utilizzati” dai tedeschi, sempre più interessati a procurarsi manodopera, proprio come la loro controparte anglo-americana con i nostri cooperatori. Il 20 di Settembre(26) venne poi costituita la GNR(Guardia Nazionale Repubblicana),  ma non aggiungerò nulla di più al riguardo perché tengo ora a concentrarmi sugli eventi appena successivi all’8 settembre.

Come avrete notato il popolo italiano era drasticamente diviso e questo dopo che i suoi “padri fondatori” avevano sputato sangue in ben tre guerre d’Indipendenza pur di renderlo un’entità unica e coesa. Dei combattenti alcuni rimasero fedeli alla monarchia, altri entrarono nella resistenza (la quale è ricca al suo interno di altre sfaccettature), diversi mantennero fede al fascismo, ma numerosi si unirono volenterosi a quelle schiere che sognavano di fare una cosa sola: difendere l’onore d’Italia.

Decima marinai!​

Con la sua “badogliata”(27) il maresciallo Badoglio aveva dichiarato improvvisamente guerra alla Germania Nazional Socialista, recando così un gravissimo disonore al proprio paese e al proprio popolo, adesso malvisto tanto dai tedeschi quanto dai suoi nuovi compagni d’armi. Trovando indicibile un simile comportamento molti giovani, uomini e soldati si unirono alle schiere della Decima Flottiglia Mas (XMAS), reparto speciale addestrato nell’impiego di mezzi d’assalto della Marina.

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A comandarla presso La Spezia era il Principe Junio Valerio Borghese, che, ricevendo la notizia dell’Armistizio, non permise ai suoi uomini di sbandarsi e lasciarsi prendere dal panico.

Un esempio di questa condotta lo troviamo nei Nuotatori Paracadutisti di base a Tarquinia (reparto anfibio che combinava le specialità dei subacquei e dei sommozzatori con quelle dei paracadutisti). Privi di ordini e certezze si ritirarono tra le montagne. “Il contatto con i tedeschi venne preso da Ceccacci (il S. Tenente di Vascello Rodolfo Ceccacci era il comandante degli NP di Tarquinia(28)) che concordò il libero ritorno alle loro case per tutti gli NP. Tutte le armi e le munizioni furono nascoste nei boschi. Ceccacci, il 18 settembre, diede a tutti una licenza illimitata, con l’intesa che, se vi fossero state novità, i contatti tra loro sarebbero stati ripresi(29)”.

Passò soltanto qualche giorno prima che gli ufficiali degli NP del Nord(30) decidessero di rimanere al fianco di Borghese, il quale stava dando forma a quei battaglioni con cui avrebbe proseguito la guerra contro gli Alleati al fianco dei tedeschi.

Il primo battaglione composto da un migliaio di uomini fu il “Maestrale”, poi nominato “Barbarigo” nel gennaio del 1944. Sempre nei primi mesi del ’44 venne costituito il Battaglione Lupo, che si distinse combattendo tra le sponde del fiume Senio. Seguirono poi altri battaglioni come il Sagittario, il Valanga (guastatori alpini), il Fulmine (bersaglieri) e altri di cui parleremo in altre pubblicazioni. Molto interessante è la storia del btg. Longobardo, costituito a “Bordeaux con giovani volontari francesi, figli di italiani emigrati in Francia. Molti non parlavano neppure italiano ma vollero arruolarsi per “riscattare l’onore dell’Italia. […] Giunti a venezia vennero aggregati prima al Btg: Barbarigo e, dopo una settimana, al Btg. Fulmine con il nome di 3° Compagnia Volontari di Francia. Soltanto alcuni uomini, desiderosi di poter subito combattere, si arruoleranno nelle SS italiane(31)”.

A comporre i battaglioni della X MAS erano soprattutto molti giovani, che si arruolarono volontariamente perché fermi e decisi a voler fare una sola cosa: riscattare l’Onore d’Italia. Per aver conferma di questo potete leggere le testimonianze di molti soldati della Decima, come quelle del Marò Emilio Maluta (su Youtube si trovano alcune sue interviste), oppure degli autori sotto citati nella bibliografia.

Conclusioni

Munita di spirito (apolitico) e determinazione, la X Mas mancò soltanto di unità navali efficienti.

Mentre il Regio Esercito si trovò abbandonato, la Regia Marina venne consegnata agli anglo-americani per impedire che finisse nelle mani dei tedeschi; quest’ultimi però riuscirono far sentire ancora una volta la loro risposta. Fu infatti durante il trasferimento verso l’isola di Malta(32), luogo della consegna, che si assistette all’affondamento della Corazzata Roma, nave orgoglio della marina italiana, colpita all’interno del fumaiolo da una bomba razzo radioguidata Ruhrstahl 1400(33). Dei 2000 uomini dell’equipaggio se ne persero circa 1400, ma come si sarà ormai notato il costo in vite umane dell’8 settembre fu molto più alto.

Per concludere, mi scuso per aver realizzato una pubblicazione che oserei definire “frettolosa”. Le cose da dire sul’8 settembre e le sue conseguenze sono numerose e difficili da affrontare in uno spazio così ristretto. Spero soltanto di avervi mostrato qualcosa di interessate e possibilmente nuovo, con cui ho voluto introdurre un discorso più ampio che affronterò molto presto, ma per il momento non anticipo nulla di più.

Emanuele Bacigalupo

Note:

(1)W. Panciera – A. Zannini, Didattica della storia, Manuale per la formazione degli insegnanti, Mondadori, Milano, 2013, p2.

(2) G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 440.

(3) Rientrano tra le componenti moderate del regime Fascista: industriali, militari, gerarchi dell’ala monarco-conservatrice)

(4)D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, Gruppo Editoriale srl Santarcangelo di Romagna (RN), 2008, p. 5

(5)E. Gentile, Fascismo, Laterza & Figli, Roma-Bari, 2002, pp. 164-165-166

(6)D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 9.

(7)M. Gilbert, La Grande Storia della Seconda Guerra Mondiale, Oscar Mondadori, Milano, 1990, p.516.

(8) G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, p. 441.

(9) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 11.

(10) G. Spina, Diario di guerra di un Sedicenne (1944-1945),Fondazione della R.S.I. – Istituto Storico, 2012, pp. 21-22.

(11) A. Petacco, Quelli che dissero No, 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, Mondadori, Milano, 2011, p.3.

(12) Per fornirvi una corretta definizione del termine “campi di concentramento” vi riporto un estratto dell’enciclopedia Treccani: utilizzati agli inizi del Novecento come prigioni di guerra per recludervi militari o civili dei paesi nemici, i campi di concentramento sono stati poi usati dai regimi totalitari per rinchiudervi coloro che, per ragioni razziali o politiche erano considerati nemici da eliminare. In questa versione i campi di concentramento sono divenuti campi di lavoro, dove la disumanità del trattamento conduceva spesso alla morte, o campi di sterminio, dove si procedeva alla sistematica uccisione dei prigionieri.

Per ulteriori approfondimenti: http://www.treccani.it/enciclopedia/campo-di-concentramento_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

(13) A. Petacco, Quelli che dissero No, 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, p.62.

(14) M. Gilbert, La Grande Storia della Seconda Guerra Mondiale, p.524.

(15) G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, p. 441.

(16) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 14.

(17)A. Petacco, Quelli che dissero No, 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, p. 67.

(18) A. Petacco, Quelli che dissero No, 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, pp. 4-5-6.

(19) era il 9 settembre.

(20) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 16.

(21) G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, p. 441.

(22) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, pp. 16-17.

(23) A. Petacco, Quelli che dissero No, 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, p. 3.

(24) G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, p. 441.

(25) Guerriglia: Particolare tattica di guerra, condotta, con specifica conoscenza delle condizioni ambientali, da parte di formazioni di limitata entità, per lo più irregolari, contro le truppe regolari dello stesso stato o di uno stato estero, allo scopo di abbattere il regime costituito o protestare contro di esso, o anche di liberare il paese dallo straniero che lo occupa; si sviluppa con imboscate, attentati, sabotaggi, attacchi di sorpresa e conseguenti brevi scontri, generalmente effettuati in zone montane, boscose o impervie, che sono particolarmente favorevoli allo spostamento rapido di piccole formazioni […]. Definizione disponibile su: http://www.treccani.it/vocabolario/guerriglia/

(26) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 29.

(27) “to Badogliate”: Termine di invenzione Alleata per indicare un tradimento grave.

(28)https://www.associazionedecimaflottigliamas.it/ultime-notizie/14-comunicazioni/202-ing-rodolfo-ceccacci.html

(29) A. Zarotti, I Nuotatori Paracadutisti, Edizioni Auriga, Milano, p. 27.

(30) “NP del Nord”: oltre agli NP di Tarquinia vi erano anche quelli dislocati in Sardegna, che entrarono però in combattimento sotto le dipendenze degli anglo-americani. Per approfondimenti potete consultare il sito: http://www.decima-mas.net/apps/index.php?pid=82.

(31) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 261.

(32) D. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, p. 261.

(33)M. Gasparini, Seconda Guerra Mondiale, immagini dal fronte, dalla Maginot a Hiroshima, Capricorno, Torino, 2015, p. 55.

Bibliografia:

1. Meldi (a cura di), La Repubblica di Salò, Gruppo Editoriale srl Santarcangelo di Romagna (RN), 2008.

2. Sabbatucci G. – Vidotto V., Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2008.

3. G. Spina, Diario di guerra di un Sedicenne (1944-1945),Fondazione della R.S.I. – Istituto Storico, 2012.

4. Gentile E., Fascismo, Laterza & Figli, Roma-Bari, 2002.

5. W. Panciera – A. Zannini, Didattica della storia, Manuale per la formazione degli insegnanti, ondadori, Milano, 2013.

6. M. Gasparini, Seconda Guerra Mondiale, immagini dal fronte, dalla Maginot a Hiroshima, Capricorno, Torino, 2015.

7. A. Zarotti, I Nuotatori Paracadutisti, Edizioni Auriga, Milano.

8. M. Gilbert, La Grande Storia della Seconda Guerra Mondiale, Oscar Mondadori, Milano, 1990.

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