Cinema Psicologia

Hitchcock: tra psicologia e thriller

on
December 22, 2018

Alfred Hitchcock nasce nel 1899 a Londra ed è sicuramente una, se non la prima, mente geniale in grado di introdurre nei suoi film un significato nascosto. I temi trattati in modo più o meno evidente sono delle innovazioni per quell’epoca: Hitchcock diventa un rivoluzionario che esprime attraverso la suspance concetti latenti che vanno a insinuarsi nell’animo dello spettatore conducendolo a un vero e proprio viaggio in sé stesso e a porsi delle domande, andare oltre al semplice “guardare un film”.

Naturalmente Hitchcock è conosciuto alla maggioranza per il suo film più famoso: Psycho. La sua produzione è, però, talmente vasta e diversificata che Psycho, per quanto film cult che non può mancare nel bagaglio di ogni cinefilo, andrebbe almeno accompagnato ad altri capolavori di Hitchcock. In questo articolo, oltre a Psycho, verrà citato ed analizzato un altro capolavoro dal punto di vista piscologico.

Rebecca (1940).

Rebecca la prima moglie è uno di quei film che non sempre chi è figlio degli anni ’90 riesce a comprendere. La storia inizia con una ragazza timida e impacciata, dama da compagnia di una ricca donna, Edyth Van Hopper, zitella e inacidita dagli anni. Nell’albergo in cui le due alloggiano arriva un uomo affascinante e ricco che, naturalmente, la Van Hopper conosce: si tratta di Maximilian De Winter, proprietario del Castello di Manderley, in Inghilterra.
La dama da compagnia e De Winter si conoscono, lei continua a essere imbranata e lui ha quel fare un po’ burbero, da uomo vissuto che la fa sentire protetta ma anche intimorita. Ad ogni modo, Max la chiede in sposa e lei non vi pensa due volte ad accettare.

Fin qui è la storia d’amore che di base intenerisce sempre, lei così goffa e lui al contrario attorniato da un’aria di mistero e fascino: siamo così introdotti nel classico clichè della povera che fa innamorare il “principe” e viene portata al suo castello. Qui cominciano i problemi.
Intanto è necessario sottolineare che il primo tema che emerge, proprio nella scena iniziale, è il sogno: Manderley appare con un alone di inquietudine intorno, ci si accorge subito del clima che si respirerà per tutto il film. Il castello, imponente, non è bello come quello delle principesse ma è cupo e con un sentiero intricato a cui arrivare e giunge allo spettatore un messaggio subliminale: per raggiungere la verità, bisogna passare attraverso diversi ostacoli.
La morte è il secondo concetto a cui andiamo incontro e lo troveremo anche in altri film di Hitchcock. Essa si lega al sentimento di solitudine e al concetto di perdita, i quali ancora oggi sono elementi di difficile definizione per la psicologia. Sin dall’inizio la morte aleggia nel film, la ragazza sospetta che De Winter si voglia suicidare buttandosi da una scogliera, in seguito lei affermerà di essere orfana e, suo malgrado, scoprirà che il signor De Winter è rimasto vedovo.Ciò che traspare dal film è la capacità di ogni personaggio di reagire alla morte: la giovane sembra addolorata, dispiaciuta, dalla morte del padre, capitata di recente; il signor De Winter appare invece scosso, quando si parla della dipartita della prima moglie il suo sguardo vaga, vuoto e intristito. Sopportare il lutto non è mai semplice ma, mentre la neosignora De Winter ha compiuto un processo di accettazione adeguato per quanto riguarda i propri genitori, tutti gli altri da Max De Winter fino ad arrivare ai personaggi meno importanti, quali la servitù di Manderley, sembra che questo processo non si sia affatto completato. Soffermiamoci un momento proprio sul lutto: esso influisce sul normale funzionamento mentale e può talvolta causare delle patologie, nei casi più gravi.
Sono state sviluppate diverse teorie sul lutto e sulla sua accettazione, una delle prime è quella di Freud che parla di “lavoro del lutto”, ossia un processo causato dalla perdita dell’ “oggetto” e che solo dopo un certo tempo potrà portare a un reinvestimento dell’energia verso nuovi oggetti. È un processo lungo perché l’individuo ricerca l’oggetto perduto: questa fase è evidente in Rebecca perché la sua sostituta, l’innocente dama di compagnia senza nome, la riporta in vita, in modo errato naturalmente. Il paragone continuo tra le due donne può essere legato proprio a questa fase di ricerca, in questo caso, totalmente fallimentare. Stessa cosa vale per l’assenza di
cambiamenti a Manderley: il fantasma di Rebecca è costantemente in quella casa, nelle federe dei cuscini con ricamate le sue iniziali, rimane persino nelle regole dettate dall’ormai defunta. Spesso la servitù, giocando sul fatto che la signora De Winter non abbia polso, le si rivolge facendole presente come avrebbe agito Rebecca.
Per Freud questi comportamenti permetterebbero di difendersi dal dolore della perdita attraverso un meccanismo difensivo chiamato “negazione”. Per Nancy McWilliams il diniego è uno dei meccanismi di difesa più difficili da cogliere e viene usato quando è presente un pericolo per il mantenimento della struttura psichica. Un’ulteriore fase, se tutto va bene, è quella relativa alla “riparazione” che permetterebbe di tenere dentro di sé la persona perduta attraverso l’introiezione, ossia un meccanismo di assimilazione dell’oggetto o di alcune sue qualità.

Tema che accomuna i film che saranno citati in questo articolo è la presenza di donne al centro delle storie. In Rebecca la prima moglie ne troviamo tre nonostante il fatto che solo due di esse appaiano effettivamente nel film, ciò accade perché la terza è Rebecca e la sua assenza è più profonda e segnante della sua presenza. Lei è a Manderley, in ogni stanza, vive come un fantasma attraverso i ricordi di tutti, amici e parenti, persino nei tovaglioli. La stanza di Rebecca, in una delle prime scene a Manderley, è chiusa e appartiene all’ala ovest dove nessuno, dalla sua morte, si reca più. Inoltre davanti alla porta imponente della stanza di Rebecca c’è un cane, di piccola taglia, non uno da guardia ma l’inquadratura rende comunque quella stanza simile a quella dell’Inferno custodita da Cerbero. Rebecca e la novella signora De Winter sono continuamente paragonate, anche se Rebecca era perfetta, lei sapeva come comportarsi nell’alta società di cui faceva parte, a renderlo ancora più evidente è la sua rubrica con nomi di persone illustri.
La protagonista è molto giovane e insicura, tuttavia dimostra sin da subito di essere una donna sensibile, che ama disegnare e che presenta una sottile ambivalenza: nonostante i suoi atteggiamenti siano goffi, dimostra una valida spavalderia quando, in uno dei primi incontri con il signor De Winter, lo disegna intento a osservare il mare. Questo comportamento emerge anche più avanti nel film quando tenta di cacciare dalla stanza la signora Van Hopper. A Manderley cambia tutto però: lei deve essere all’altezza di Rebecca, deve cercare di raggiungere i suoi livelli e tutti le hanno fatto capire che sono molto alti. Perciò tenta di essere la donna che gli altri vorrebbero, quella piccola parte di lei che cercava di imporsi e di essere autorevole viene sotterrata dal ricordo di Rebecca. Cerca una continua alleanza con la signora Danvers, la governante, che la inganna e la conduce addirittura a mostrarsi in modo ridicolo di fronte a tutti. Ci si sta riferendo naturalmente a una delle scene più belle dell’intero film: quella del ballo in maschera in cui la giovane riporta in vita, a sua insaputa, Rebecca, indossando un vestito utilizzato l’anno prima da lei. Dopo quest’episodio la giovane rischia addirittura il suicidio, fomentato dalla signora Danvers. La signora Danvers è una donna fredda che sin dal primo momento tenta di annientare la nuova arrivata che osa camminare e vivere nella casa della sua unica padrona. La cattiveria di questa donna, silenziosa e subdola, è anch’essa legata al lutto e alla sua totale mancanza d’identità perché attraverso lei, più di ogni altro, vive Rebecca.

Psycho. (1960)

Marion è giovane e bella, lavora a Phoenix in un’agenzia immobiliare e ha una relazione con Sam. All’agenzia di Marion si presenta un ricco cliente e quando il capo incarica la ragazza di portare quarantamila dollari in banca lei ne approfitta e scappa con i soldi sognando una vita differente.
In una notte di pioggia Marion arriva al Bates Motel, dopo aver immaginato le reazioni del suo capo, di sua sorella e del suo adorato Sam; per fortuna al motel c’è Norman Bates che fa due chiacchiere con lei. Norman le prepara la cena e le racconta dei suoi hobby e della vita che conduce con sua mamma, nella casa vicino al motel.
Dopodiché Marion decide di andare a fare una doccia e viene brutalmente uccisa a coltellate dalla madre di Norman; quest’ultimo, figlio devoto, pulisce la scena del crimine e si occupa di far sparire macchina, bagagli e corpo della donna.
Nel frattempo la scomparsa di Marion insospettisce sua sorella e Sam, i quali decidono, con l’aiuto del detective Arbogast di cercare la ragazza in tutti i motel della zona. Quando il detective arriva al Bates Motel, Norman è molto incerto, sostiene di non aver mai visto la ragazza ma quando Arbogast insiste, Norman confessa che la ragazza aveva preso una camera la settimana prima.
Arbogast non totalmente convinto dalla storia di Norman decide di parlare anche con la vecchia e malata madre del ragazzo nonostante quest’ultimo gli dica che non ci sia bisogno di prendere in considerazione le opinioni di un’anziana. Arbogast riesce a entrare in casa e anche lui subisce i colpi letali della madre di Norman, la donna lo accoltella proprio quando lui è sul punto di entrare nella sua stanza.
Sam e Lila, sorella di Marion, ancora più insospettiti dal silenzio improvviso di Arbogast decidono di andare al Bates Motel ma prima chiedono alcune informazioni allo sceriffo della città, il quale comunica loro che la madre di Norman è morta circa dieci anni prima. Increduli ma non demotivati, Lila e Sam si recano al Bates Motel e si fingono una coppia qualunque: mentre Sam distrae Norman, Lila si intrufola nella casa, cerca la madre di Norman dovunque finché non arriva in cantina e fa una macabra scoperta. La madre di Norman è uno scheletro ed è lui che ne fa le veci travestendosi e compiendo omicidi. Psycho è sicuramente il capolavoro di Hitchcock e nonostante siano passati quasi sessant’anni dalla sua uscita riesce ancora a dare quel senso di inquietudine e angoscia mentre lo si guarda. Infatti lo spettatore non si sente a proprio agio mentre guarda questo film. Anche qui, come in Rebecca, troviamo il gioco di luci e ombre che rende i luoghi macabri anche quando è giorno.
La casa dei Bates è imponente e fa da guardia al motel ai suoi piedi, come una madre con il proprio figlio. Ed è proprio di questo che parla la storia in sé, di un rapporto madre – figlio molto particolare, ma andiamo con ordine.

Nonostante il titolo del film, Norman Bates è tutto eccetto uno psicopatico. Norman è uno di quei personaggi che intrigano e, nello stesso momento fanno tenerezza. Norman è di aspetto gradevole, impacciato, incerto, mentre parla con Marion balbetta addirittura. È molto gentile, le prepara la cena, parla con lei e sembra molto comprensivo, sembra quasi capire che la ragazza stia scappando da qualcosa e che si sia cacciata nei guai. Norman è un ragazzo affettuoso che parla bene di sua madre, una donna che ha “un problema di nervi”, come sostiene lui stesso, dopo la morte del suo ultimo compagno non si è più ripresa. Norman parla a lungo con Marion, le confessa dettagli della propria vita che forse la maggior parte delle persone non direbbe alla prima persona che incontra e così anche lo spettatore viene a sapere che il padre di Norman è mancato quando lui era piccolo e che, in seguito, la madre ha incontrato un nuovo compagno che però è morto in un modo particolare anche se non viene svelato quale. Norman è, quindi, una persona con un passato travagliato ma che appare come tranquillo e intimidito, forse dalla bellezza e dal carattere schivo di Marion, la quale da l’impressione di essere un po’ ammaliata e un po’ impaurita da lui.

Quando però Marion suggerisce a Norman di mettere la madre “in uno di quei posti”, Norman si infuria, non è accettabile per lui mettere la madre in un manicomio.
Giungiamo così alla famosa scena della doccia che ha sconvolto moltissime persone ed è una scena con un carico emotivo non indifferente, anche adesso che i film hanno gli effetti speciali, quella rimane una delle scene più famose del cinema. Ciò che colpisce è che nonostante le coltellate non viene data importanza alle ferite o al sangue, la scena rimane pulita, sembra quasi che non si sia compiuto un omicidio (ben diverso dalle scene delle serie televisive di oggi) in quel bagno bianco, creando un contrasto evidente.
Tuttavia Norman non è psicopatico. Hervey M. Cleckley fu il primo a indagare la psicopatia e dai suoi studi nacque anche un saggio “The Mask Of Sanity”, tuttavia è la Psychopathy Checklist di Hare che, negli anni Settanta, incorpora molti criteri definiti grazie a quelli evidenziati da Cleckley. Infatti Hare sottolinea criteri comportamentali come aggressività, delinquenza e impulsività e tratti di personalità come mancanza di rimorso, fascino, grandiosità, tendenza a mentire. Perciò la descrizione dello psicopatico non combacia proprio con il nostro Norman.
Un’altra caratteristica importante da sottolineare è che sia Cleckley sia Hare affermano che tendenzialmente lo psicopatico non è violento, ossia non commette omicidi o reati che comportano crimini gravi.
Le caratteristiche della psicopatia sono neurobiologiche, emozionali e cognitive. Queste tre aree sono ovviamente condizionate l’una dall’altra, infatti alcuni studi hanno evidenziato che livelli di psicopatia sono associati a ridotte dimensioni dell’amigdala che è anche l’area delegata alle emozioni. Alcuni items della PCL – R, ossia la PCL rivisitata, sono la loquacità e il fascino superficiale, un senso grandioso di sé, menzogna patologica, assenza di rimorso, tendenza a mentire e a truffare, essere incapace di provare emozioni, mancanza di empatia, comportamento sessuale promiscuo, impulsività e irresponsabilità.
Questi elementi non sono compatibili con Norman che appare invece impacciato più che sicuro di sé e, inoltre, non è impulsivo e nemmeno irresponsabile. Naturalmente se si parla di Norman si deve parlare anche di sua madre.
Ciò che traspare dal film è una donna bigotta, egocentrica e tirannica che non è stata totalmente in grado di occuparsi di Norman. La morte del padre sconvolge il bambino e la madre, dopo aver conosciuto il nuovo compagno, rinnega il proprio figlio.
Donald Winnicott (1896 – 1971) afferma che ad un certo punto la relazione madre – bambino cambi (come è normale che sia) e il bambino deve accettare di non poter più effettuare su di lei un controllo onnipotente e appare l’angoscia di separazione che è legata alla conoscenza, da parte del bambino, della rabbia e di frustrazione. Rabbia e frustrazione si manifestano perché avviene il riconoscimento dell’esistenza di un mondo esterno: il bambino ha paura di fronte a qualcosa di esterno o, come lo definisce Winnicott, un “Non – Sé”.
In questo modo la mamma diventa una “madre oggetto” e una “madre ambiente”: la prima soddisfa i bisogni del lattante, con la seconda si intende la madre come persona, che protegge il bambino e si occupa attivamente di lui.
Forse ciò che la madre di Norman non è stata in grado di gestire è proprio quest’ultima funzione di preparazione del bambino di fronte all’ambiente: non è avvenuta un’adeguata separazione.
Così Norman, ferito e sostituito, avvelena sia la madre sia il compagno: “il matricidio è il crimine più insopportabile di tutti per il figlio che lo commette”, afferma lo psichiatra alla fine del film.
Norman però si rende conto di ciò che ha fatto e prova un senso di colpa così profondo che lo attanaglierà per tutta la vita. Nel pensiero di Melanie Klein (1882 – 1960) il primo oggetto desiderato e, al contempo, odiato è la madre. Il bambino ama la mamma nel momento in cui essa soddisfa i suoi bisogni e quindi lo fa sentire amato e gratificato. Il senso di colpa, quindi, nasce perché compaiono delle fantasie che però non possono essere soddisfatte dalla mamma in quel momento, ciò causa aggressività e il bambino sente di odiare la mamma. Quando però si rende conto che la mamma è buona vuole solo “ripararla” ed è qui che nasce il senso di colpa. I sentimenti di colpa possono essere un incentivo verso la creatività, l’amore e il lavoro.
Norman tenta di sradicare il delitto dalla propria mente e prova a mantenere l’illusione della madre in vita. La realtà è intollerabile, invadente e ingestibile: il fatto che Norman si travesta e che parli come sua madre, usando la sua voce, è il tentativo di trasformarsi in lei, di riportarla in vita. Infatti l’omicidio di Marion viene compiuto dalla madre e l’illusione di non averla uccisa, si compie.

Prima di concludere bisogna sottolineare il primo personaggio femminile che incontriamo: Marion Crane. Marion non è la classica donna degli anni Sessanta: intrattiene una relazione sessuale con Sam, con il quale non è sicura di potersi sposare poiché i problemi finanziari di entrambi scoraggiano i suoi sogni e le sue speranze. Marion dimostra di essere una donna che non riesce a lasciar andare i suoi desideri e compie un gesto estremo e impulsivo, quando si trova di fronte all’occasione di poter costruirsi un futuro non vi pensa due volte. Tuttavia anche in lei troviamo un profondo senso di colpa che le fa anche immaginare che cosa avrebbero potuto pensare gli altri. Si trova a pensare al suo capo, alla sua collega, a sua sorella e a Sam e a come avrebbero reagito sapendo che era una ladra, una sciocca che aveva sperato di poter ricominciare e cambiare vita. Marion è molto sola, non ha nessuno a parte la sorella che però interviene probabilmente troppo tardi e che non capisce totalmente il suo imbarazzo, che lo stesso Sam non è in grado di comprendere.

Hitchcock sottolinea, attraverso i suoi film, il ruolo delle madri descrivendole non come l’idea che la società ha della mamma, ma come donne distruttive per i loro figli: tali elementi emergono anche in altri film, come ne “Gli uccelli”.
Gli uomini, al contrario, hanno bisogno delle donne: Max De Winter dimostra che il suo fascino iniziale è solo una maschera, un velo che indossa di fronte a tutti passando per colui che è affranto per la morte della prima moglie e che solo alla fine può confessare alla nuova signora De Winter di aver odiato Rebecca. Norman appare debole e succube della mamma, la vede come la donna che l’ha amato e nello stesso modo la vede come quella che l’ha anche messo in secondo piano rispetto al suo nuovo compagno.

In conclusione, Hitchcock è stato in grado di porre la suspense al centro dei suoi film senza la necessità di utilizzare sangue o mostri. Il suo uso di luci e ombre, di case buie e di “vedo – non vedo”: benché non ci siano effetti speciali particolari, c’è un profondo senso di inquietudine.
Hitchcock evidenzia l’importanza dell’esistenza e dell’accettazione della malattia mentale e a quanto fosse importante, soprattutto all’epoca. Hitchcock è stato in grado di mettere in primo piano tematiche forti e di svilupparlo all’interno di storie di quotidianità, ha messo in luce elementi della personalità e del carattere dei personaggi in modo che lo spettatore si sentisse spaventato e al contempo intrigato dimostrando che quei personaggi potessero somigliare a noi stessi.

Alessandra Sansò

Bibliografia

Factor Structure of the Psychopathic Personality Inventory: Validity and Implications for Clinical Assessment, Stephen D. Benning, Christopher J. Patrick, Brian M. Hicks, Daniel M. Blonigen, and Robert F. Krueger

Il lutto: dai miti agli interventi di facilitazione dell’accettazione. Claudia Perdighe, Francesco Mancini (2010) Europe’s Journal of Psychology 3/2009, pp. 56-81 www.ejop.org

Hitchcock’s Conscious Use of Freud’s Unconscious Constantine Sandis Oxford Brookes University and NYU in London

Utilità diagnostica del disturbo antisociale e psicopatico di personalità. Proposte e revisioni del DSM – V, Romy Greco, Ignazio Grattagliamo

Melanie Klein, Joan Riviere, “Amore, odio e riparazione”, Casa editrice Astrolabio

Sitografia Immagini

http://www.loppure.it/rebecca-la-prima-moglie-daphne-du-maurier/

https://movieplayer.it/foto/joan-fontaine-in-una-scena-di-rebecca-la-prima-moglie_114162/

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Laurence_Olivier_Joan_Fontaine_Rebecca.JPG

https://sillyfunda.wordpress.com/2014/02/06/review-synopsis-psycho-1960/

https://www.gettyimages.ch/detail/nachrichtenfoto/in-the-shower-scene-from-the-film-psycho-marion-crane-nachrichtenfoto/517331430#/in-the-shower-scene-from-the-film-psycho-marion-crane-screams-in-as-picture-id517331430

http://www.horrorpilot.com/bates-motel/

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT