Musica

I Today’s Inmates presentano “No man’s land”

on
December 22, 2018

Immaginate di essere nel bel mezzo del deserto, a bordo di una jeep impolverata, sotto il sole cocente, mentre tutt’intorno regna la desolazione. Questa è la sensazione che ho provato nell’ascoltare No Man’s Land, title track del primo album della band cuneese Today’s Inmates. La stessa atmosfera desertica che ritorna nell’ultima traccia, quasi a completare una cornice. Ciò che lega le canzoni dell’album, ci rivelano i Today’s Inmates, sono soprattutto le tematiche: «Riguardando indietro ai pezzi scritti in questi anni, i testi sembrano ruotare tutti attorno al tema della violenza, e alla lotta ai suoi effetti negativi. È un risultato piuttosto casuale ma fisiologico se pensiamo che, in effetti, l’ingiustizia e la guerra sono tematiche centrali in questo periodo, in cui siamo tutti spinti a trovare un nemico per forza, da biasimare ed incolpare di tutto ciò che va male sia nel nostro Paese, sia nella vita quotidiana».

Southern Hard’n’Heavy, così definiscono il proprio genere musicale. Ci troviamo nella terra di mezzo fra hard rock ed heavy metal, ma mai così lontano da influenze alternative. Il loro sound – come suggerisce “southern” – è soprattutto caratterizzato dalla capacità di evocare lucidamente atmosfere legate al territorio. «Il termine è nato da chi ci ha sentito suonare agli inizi, e crediamo sia abbastanza calzante. Sicuramente siamo amanti di atmosfere country e desertiche come quella ricreata in “No Man’s Land”, prima traccia del disco, ma siamo sempre alla ricerca di suoni e sfumature diverse. Per ogni pezzo, soprattutto ultimamente, cerchiamo di generare un “mood” specifico, in modo che ognuno di essi rappresenti, se vogliamo, una situazione o uno stato d’ animo ben definito» spiegano i Today’s Inmates. Sorprendente è infatti la maestria con la quale, in Black Forest Dance, la chitarra si trasforma in cornamusa, catapultandoci in quelle regioni inglesi di tradizione celtica. Certamente una delle perle dell’album, sebbene con questo pezzo la band abbia cercato di esplorare suoni nuovi, lontani dal proprio stile; un vero e proprio cocktail di ritmo ed energia, che, dopo un intro lento, scoppia in un chorus nel quale “cornamusa” e chitarra ritmica s’intrecciano sapientemente. A proposito del pezzo, ci raccontano: «In effetti il “mood” della canzone è nato, appunto, proprio dalla volontà di esplorare suoni un po’ diversi da quelli a cui siamo abituati. È stato un esperimento che si è rivelato divertente, e ha aperto nuove porte che non vediamo l’ ora di indagare nel prossimo lavoro».

A seguire due canzoni che lasciano il segno. La prima è Holy Wizard, caratterizzata da un groove accattivante e da una voce rude e sporca, perfettamente in armonia con il sound aggressivo e distorto. Un chorus orecchiabile e ritmato è invece ciò che rende War Paint una canzone quasi ipnotica. Particolarmente apprezzabile è il cantato, che qui si fa più melodico e seducente. Il finale lascia posto ad un azzeccato assolo di chitarra che ne richiama il riff centrale.

Un groove ritmato ed un breve accenno a quell’atmosfera desertica che già conosciamo, è ciò che caratterizza Law’s For Animal, meno incisiva rispetto alle precedenti, ma non per questo poco attraente. Buono anche l’assolo centrale, sebbene un pochetto corto. Wise Man è una di quelle tracce che mettono in secondo piano la voce, valorizzando lo strumentale. Malgrado questo intento, ciò che coinvolge l’ascoltatore è soprattutto un chorus a metà fra il melodico e l’urlato, supportato da echi e cori, che verso il finale lascia posto ad un assolo tutt’altro che banale. Segue Liar, una canzone che rimane in testa grazie al ritornello che ricorda un “coro da stadio”. Primal Land è un pezzo godibile, nel perfetto stile della band, ma non particolarmente memorabile. Lo stesso si può dire per Will You Kill, penultima traccia dell’album. Trovo invece When You Miss The Sun la perfetta chiusura per No Man’s Land. Qui, l’atmosfera nella quale ci immerge l’intro, è quella di un sole che, scomparendo dietro le dune, lascia il posto all’oscurità. Un cerchio che si chiude, insomma, partendo da una mattinata assolata nel deserto, finendo con il buio che dipinge di scuro la sabbia.

No Man’s Land è assolutamente un album che vale la pena di ascoltare. Se vi abbiamo incuriositi e volete saperne di più, ecco di seguito qualche altra domanda che abbiamo posto ai Today’s Inmates.

Ciao ragazzi, come state? Illustrateci la formazione dei Today’s Inmates e raccontateci come vi siete conosciuti.

Ciao! La formazione attuale, risultato di evoluzioni durante gli anni, vede Mattia Rebuffo alla voce e chitarra, Filippo Uberti alla chitarra, Edoardo Sciandra al basso e Matteo Borgna alla batteria.

Come tante band, la nostra è iniziata con un paio di ragazzini in saletta, con il desiderio di avere la propria band, proprio come “i ragazzi grandi”.

Con il tempo, il gruppo ha visto alcuni cambi di formazione, fino a giungere a quella attuale.

Quali sono state le reazioni di chi vi sta attorno nell’ascoltare il vostro primo album?

Siamo molto felici che amici e famiglie siano stati così di supporto lungo tutto il periodo di realizzazione. Una volta uscito, tutti quelli che già ci conoscevano e seguivano il progetto si sono attivati per aiutarci a promuovere il disco, e la risposta è stata sorprendente.

È stato, ed è tuttora, motivo di grande orgoglio vedere che anche gente abituata a generi diversi ha speso il tempo per congratularsi, o semplicemente per dare un parere.

Scegliere il nome della band è stato semplice? Come siete arrivati a Today’s Inmates?

Il nome è nato quando eravamo ragazzini, e nel tempo ha acquistato un diverso significato per ognuno di noi. L’ idea di base che sta dietro a “Today’s Inmates” e di rappresentare la condizione di giovani che si sono ritrovati a suonare in un ambiente in cui la musica è spesso poco coltivata ed incoraggiata.

Quali band vi sono state d’ispirazione per plasmare il vostro stile personale?

Siamo soliti pensare che uno dei fattori che influenzano il nostro processo di scrittura sia il fatto che ascoltiamo tutti generi un po’ diversi, ed è stato sempre così;

Alcune delle band che più hanno influenzato ciò che suoniamo sono: Alter Bridge, Black Stone Cherry, Tremonti, Dorje, Black Label Society, Velvet Revolver, Mastodon…

È stato impegnativo scrivere i testi delle canzoni in inglese? Si tratta semplicemente di una scelta stilistica oppure l’idea è quella di coinvolgere un pubblico più ampio?

In realtà quella dell’ inglese è stata una scelta naturale fin dall’inizio. Il genere è storicamente inglese ed americano, e non sentivamo la necessità di tradurlo in italiano. Inoltre, spesso e giustamente la musica italiana fa molto affidamento sul testo per comunicare, mentre tendiamo a mettere al primo posto la musica. Cerchiamo di comunicare più con l’ atmosfera creata dai pezzi che con le parole in modo diretto, sebbene nessuna di esse sia mai scritta a caso.

Se non sbaglio sulla copertina di No Man’s Land è raffigurato un gufo. Che cosa rappresenta?

Il gufo è un po’ un richiamo all’ ambito southern, un po’ una mascotte ironica in contrasto con le solite tigri ed aquile, e rispecchia anche lo spirito della nostra musica, che non vuole essere necessariamente sempre aggressiva, ma assume varie sfumature.

Quattro anni di lavoro, ma alla fine ne è valsa la pena sentito il risultato. Davvero un ottimo album! Vi saluto chiedendovi ancora dove potremo venire a sentirvi prossimamente.

Grazie molte dei complimenti!

Saremo headliner al Cerveza Fest di Ceva Venerdì 20 Luglio, suoneremo al Padiglione 14 di Torino ad Ottobre e ci potremo vedere alle altre date previste per l’ estate, che potete consultare qui: bit.ly/todaysinmates

Vi ringraziamo molto del vostro tempo e speriamo di vedervi ad uno dei prossimi concerti!

Linda Vassallo

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT