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L’idiota intelligente

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December 22, 2018

Il cretino intelligente, come ci ha insegnato Sciascia, è chi agisce inseguendo valori (soprattutto personali) inalienabili con fanatismo e minacciando la collettività.

“Ebete intelligente” è, dal punto di vista della retorica linguistica, un ossimoro, cioè l’accostamento di un termine al suo contrario per antonomasia.
“L’estate fredda dei morti” (Ungaretti), “La morte di sconta vivendo” (Montale) sono esempi chiaramente oscuri (notate) di ossimori.
Ma non occorre la frequentazione assidua delle poesie ermetiche per indovinare come, “ordinaria straordinarietà”, “iniqua giustizia”, “lucida pazzia” e “obbligo flessibile”, siano mezzi linguistici formidabili nelle espressioni che valicano i sistemi ordinari di significazione.
La letteratura è pervasa di figure retoriche simili e, l’esempio più elevato, appare fra i versi dell’ultimo canto della Divina Commedia.

“vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio”

La contrapposizione dei termini nell’esprimere il concetto di “vergine madre” è evidente, ma gli opposti sono utilissimi a Dante per descrivere il dogma cristiano della verginità di Maria.

Ma se una legge è obbligatoria, come traspone flessibilità? In realtà non occorre scomodare il senso comune per capire come, ognuno di noi, può agire liberamente secondo norme ragionevoli e quindi facilmente rispettabili. In tal senso è possibile comportarsi in modo lucidamente folle.
Occorre una “squilibrata imparità” per far tornare i conti e bilanciare la parzialità, e una “giusta ineguaglianza” per soddisfare le esigenze della comunità e garantire solidità alle istituzioni.
È “aiuto dannoso” se si traghetta un centinaio di persone mettendo a disposizione due gommoni, ciascuno dei quali ne supporta una ventina.
Se invece incontri cinque clochard e doni a loro una banconota da cinquanta euro da dividersi in parti uguali, agisci secondo validi principi di solidarietà, ma dimostri una “crudele compassione”.
È “egoistica condivisione” soffocare nei debiti che dovrebbero essere pagati dai componenti della società, così come lo è trincerare le proprie frontiere in nome dell’accoglienza universale.
L’uso frequente delle antitesi ha creato concetti distanti dalle giustapposizioni e nuove realtà linguistiche.
L’ossimoro “ghiaccio bollente” lo dobbiamo ad Alfred Hitchcock (soprannome con cui definì la bellezza algida e sensuale di Grace Kelly) nell’indovinare i profili di attrici che, come il bruciore dei cubetti di ghiaccio tenuti in mano, evocano un calore gelato.
Poi ci sono gli illustri sconosciuti, il disgustoso piacere, il silenzio assordante, il paradiso infernale, il buio luminoso […].
Sono infiniti gli esempi possibili e, nel cinema, si potrebbe citare “Gli amanti del Pont-Neuf” (1991) di Leos Carax per notare la curiosa presenza del non-luogo al centro di Parigi: il ponte è uno spazio inesistente tra routine e immaginazione, tra avvera e sistema.
Basta osservare il dipinto “L’impero delle luci” di Renè Magritte (1954) per cogliere l’ossimoro tra l’intensa limpidità del cielo (azzurro e percorso da nuvole bianche) e il cupo buio notturno in cui è immersa una casa neoclassica (circondata da un bosco). Nell’ombra appare la luce solitaria di un lampione e, nel chiarore del cielo estivo, s’innalza un albero ombroso.
La luce è oscurata e, l’ombra, è luminosa.
Gli ossimori possono portare a delusioni poetiche, narrazioni talora noiose o rivelare tecniche letterarie di realtà irreali poste fra cielo e terra.

Carlo Alberto Ghigliotto

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