Musica

Recensione “Enjoy the Void”

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December 22, 2018

Enjoy the Void è un progetto alternative rock ideato nei primi mesi del 2014 dalla mente del calabrese Sergio Bertolino, autore, compositore, cantante e tastierista, ma nato ufficialmente a Sapri nel 2015. Insieme a Sergio, a formare la band sono Tony Guerrieri al basso, Francesco Magaldi alla batteria, i chitarristi Lucio Filizola e Giuseppe Bruno ed il fonico Giovanni Caruso.

Enjoy-the-Void-band-555x359.jpgL’ascolto di Enjoy the Void, omonimo album d’esordio della band campana, si è rivelato una continua sorpresa. Traccia dopo traccia, infatti, ci ritroviamo immersi in atmosfere diverse e difficilmente prevedibili, caratterizzate da un sound generato dall’intreccio di molteplici generi: dal rock, all’elettronica, passando per il jazz, il pop ed il funk. Un eclettismo di fondo, questo, che non ha precluso alla band la creazione di un sound personale, un marchio di fabbrica riconoscibile in ogni pezzo dell’album. A risuonare è un clima inglese dall’impronta fortemente new wave. Non a caso  gran parte del materiale confluito nell’album ha preso forma durante il soggiorno di Sergio Bertolino a Manchester. «La più grande ambizione degli Enjoy the Void è elaborare uno stile personale, originale, che può richiamare tante cose, senza però assomigliare a nulla» spiega lo stesso Bertolino.

Con The Most Sublime, traccia d’apertura, a presentarci il sound degli Enjoy the Void sono un  ritmo lento ed una voce che si adatta perfettamente alla melodia ed è sostenuta da raffinate parti di chitarra solista. L’aura romantica che percorre l’intera canzone è immediatamente spezzata dall’attacco di Nanaqui, pezzo più energico, caratterizzato da un riff elettrico che ci trasporta in un’atmosfera, si potrebbe dire, spaziale. A seguire Our Garden, una lenta ballad  in cui il piano e la voce impregnano il pezzo di quel retrogusto malinconico che ne fa una perfetta canzone d’amore. Doubt attacca subito dopo. Qui il ritmo è “funkeggiante” e le sonorità sono nuovamente elettroniche, mentre linea di basso è limpidamente presente. Sprazzi di xilofono e cori sono il condimento di una traccia che si rivela tra le più  ricercate dell’album. In The Usual Blues, tra spunti elettronici e cori, a risaltare sono una voce che a tratti si fa più sporca ed un groove quasi ipnotico.

Tracce come Something strange e A Prayer mettono particolarmente in risalto i richiami a band come Kasabian e Oasis, quest’ultimi tra l’altro fondatisi a Manchester. Lo stile di quest’ultime, infatti, oscilla tra l’alternative e l’indie rock, con sonorità prettamente ‘britanniche’ che risultano essere poco tipiche nel panorama underground italiano. Night è un breve intermezzo di quasi due minuti che ci traghetta verso la fine dell’album ed è seguita da Don’t tell me no, che sembra abbandonare momentaneamente le sonorità fresche e godibili delle tracce precedenti per assumere uno stile un po’ jazz e blues, ma anche hard rock sul modello dei Led Zeppelin. Stay away è la traccia più corta assieme alla già citata Night e se volessimo continuare a cercare un riferimento nel panorama della musica britannica, in questo caso ho avuto l’impressione di ascoltare una demo dei Muse, soprattutto per la componente elettronica tipica del trio di Devon. L’album si chiude con Song for the forgotten one e questa volta tra i gruppi che hanno ispirato la band potremmo citare anche i Depeche mode, per confermare ulteriormente il grande debito nei confronti della musica inglese.

Insomma, non possiamo nominare gli Enjoy the void senza collegarli subito al sound britannico presente e passato. Nonostante l’obiettivo della band sia quello di creare un sound personale, i richiami ad altri gruppi sono frequenti ed evidenti, ma l’album nel complesso risulta ben riuscito e molto scorrevole all’ascolto.

Linda Vassallo – Roberta Rustico

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