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Destinazione ignota

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December 25, 2018

Giovanni era un ragazzone buono e simpatico, un po’ bonaccione. Conosciuto da tutti come Batta, si era invaghito di Rosetta, la fidanzata del fratello maggiore Paolo. Anche se gli ronzava sempre intorno, non aveva mai espresso i propri sentimenti per paura delle ripercussioni. Nel quartiere savonese di Marmorassi li conoscevano tutti, e avevano molta stima del fratello di Batta.

Purtroppo però, Paolo venne chiamato per il sevizio militare e Rosetta rimase così sola. Batta non esitò un attimo e, superata la prima fase di imbarazzo, iniziò a corteggiarla. La Rosetta non si fece pregare due volte, e in breve tempo, la giovane coppia decise di sposarsi. Ovviamente la cosa non passò inosservata nel quartiere, ma i due non ci diedero molto peso. Quando suo fratello ritornò a casa, non se la prese con Batta. Anzi, vedendoli così felici e contenti, fu felice anche lui. Questa sua reazione, così pacata, stupì un po’ tutti.
Una sera, mentre prendeva un bicchiere di vino alla società, qualcuno gli fece notare la storia di Rosetta e Batta, ma lui tagliò subito il discorso esclamando << Se si accontenta dei miei avanzi, sono felice per lui!>>. Dopo quella volta nessuno chise più niente.
Rosetta rimase presto incinta di Giovanni. Il ragazzo doveva dunque darsi da fare: trovare un lavoro per mantenere la nuova famiglia. Non poteva più permettersi di ciondolare tutto il giorno.
Ma Batta, anche se di buon cuore, non era molto sveglio e dovette affidarsi a Paolo. Lui lavorava come capo elettricista all’ILVA di Savona, e cercò di far trovare  un posto anche per lui. Non ebbe molte difficoltà: l’economia della fabbrica andava bene e c’era sempre del lavoro.

In breve tempo Batta si fece conoscere da tutti. Cercava sempre di portare allegria in ogni reparto dove andava a fare i lavori. Suo fratello invece era molto più serio. Spesso e volentieri rimbeccava il fratello minore per la poca serietà che ci metteva durante il turno. Anche se sapeva che lo avrebbe rallentato, aveva optato per prenderselo come apprendista e portarselo dietro in qualsiasi reparto. Un po’ per insegnargli il lavoro, un po’ per controllarlo.
Ma la guerra arrivò a Savona. E le risate cessarono anche per Giovanni. Durante tutto il 1943, i bombardamenti avevano causato ingenti danni agli edifici e avevano provocato molti morti. Le vie e la stessa vita della città non erano più le stesse. I rifugi anti aereo erano diventati delle vere e proprie seconde case. Interi quartieri vennero spazzati via in pochi minuti. Piazze e palazzi  non esistevano più.
Per fortuna la casa di Batta non era stata colpita.  Essendo in un quartiere periferico,  non venne presa di mira dai bombardamenti. E, fortuna ancora più grande, la fabbrica dell’Ilva era rimasta in piedi. Sembrava una scena surreale. Lo stabilimento si stagliava impetuoso tra il porto e la fortezza del Priamar. Tutt’intorno, macerie di case bombardate. La ciminiera sovrastava tutto e continuava a fumare giorno e notte.
La produzione non si fermava mai e, con l’incremento dello sforzo bellico al fronte, la produzione era addirittura aumentata.
Essendo operai, Batta e suo fratello non vennero chiamati per la leva; con le loro tute blu servivano l’esercito italiano nella stessa maniera dei ragazzi al fronte.
Però la situazione stava diventando insostenibile anche per gli stessi operai.  Per via dei vari blocchi nei porti, i viveri di prima necessità avevano iniziato a scarseggiare.  La fame era diventata compagna costante delle loro vite e le promesse fatte dai pezzi grossi dell’azienda,  ma mai mantenute, non facevano che accrescere quel senso di malessere che aleggiava nell’aria dei reparti. I cambiamenti tanto promessi, non erano mai arrivati. Non si riusciva ad intravedere un aumento nello stipendio e comprare anche solo che un pezzo di pane era diventato quasi impossibile. Gli alimenti avevano toccato cifre da capogiro. I negozi erano vuoti. Si salvava solo chi era riuscito nel tempo a mantenere un pezzettino di orto tra le varie case.
Produrre per i tedeschi non aiutava certo a tirare su il morale, ma era l’unico modo per portare in tavola del cibo la sera. Molti dei lavoratori avevano parenti e amici che, o erano dovuti partire per il fronte, o si erano rifugiani sulle montagne per cercare di contrastare quel regime che stava distruggendo la nazione. Mario, un collega di reparto di Batta, aveva suo fratello Luca sulle montagne di Cuneo. Era scappato per non essere chiamato al fronte. Non si avevano più sue notizie da diversi mesi ormai. Ma Mario sapeva che suo fratello non si sarebbe fatto ammazzare così facilmente.
Ogni tanto venivano degli uomini in divisa in reparto, a chiedere di Luca, ma  Mario rispondeva sempre in modo vago. Non poteva rischiare di essere portato in qualche stanzino e torturato  per dare informazioni sul fratello e sui compagni. Preferiva giurare il falso che condannare tutto il gruppo.
Se c’erano ragazzi come Mario, ce ne’erano altrettanti come Fausto. Un omone degli altiforni, che si era incollato addosso la camicia nera. Lui era un tutt’uno coi fascisti. Se vedeva o sentiva qualcosa di sospetto, non perdeva tempo e andava a riferire tutto. Batta andava d’accordo con entrambi all’interno della fabbrica. Cercava di non schierarsi con nessuno dei due fronti. Un po’ perchè non se ne capiva molto di politica, un po’ perchè suo fratello gli aveva consigliato di starsene fuori. A lui doveva importare solo di lavorare, finire il turno e tornarsene a casa.

<< Batta! Hai sentito? >> Chiese un giorno il suo collega di turno, Massimiliano.

<< Cosa?>> Giovanni non seguiva molto le cronache locali, voleva vivere in pace. Ma più che vivere, in quel periodo sperava di sopravvivere.

<< Vogliono fare uno sciopero!>> Massimiliano abbassò il tono della voce per non farsi sentire da orecchie indiscrete. Batta non era mai venuto ad una riunione segreta, ma sapeva che ci si poteva fidare di lui.

<< Uno sciopero? >> chiese Giovanni, cercando di non mostrare troppo interesse. Sapeva benissimo che le cose sarebbero potute andare di male in peggio se si fosse realmente fatto uno sciopero. Aveva sentito delle voci negli spogliatoi, ma nulla di più.

Ma quelle voci si facevano sempre più forti dopo la manifestazione dei colleghi della Scarpa & Magnano e iniziarono a girare per i reparti e gli spogliatoi volantini e manifesti che invitavano i compagni dell’Ilva ad unirsi per uno sciopero generale dello stabilimento. Batta, appena si trovò con uno di questi pezzi di carta tra le mani, lo lesse attentamente, per poi buttarlo subito dopo. Non voleva rischiare di passare per un provocatore.
Da un lato, era d’accordo con lo sciopero, ma dall’altro, si sentiva in dovere di continuare a lavorare per portare a casa il pane per la famiglia. Rosetta era di nuovo incinta. Anche se la cosa lo insospettì un poco, non poteva permettersi di perdere il lavoro. Delle vite dipendevano da lui. E poi, se avesse scioperato, cosa sarebbe successo? I tedeschi non erano gente che scherzava tanto. Non poteva rischiare di lasciare la sua famiglia senza cibo. Da diversi mesi comunque, per lo stabilimento venivano affissi manifesti ufficiali, in cui veniva dichiarato <<lo sciopero è sabotaggio>>. Segno che qualcosa era arrivato alle orecchie sbagliate. Il malumore era ormai un fatto comune tra tutti, e ognugno  si stava preparando al peggio.

La mattina del 1° marzo 1944, Batta si recava al lavoro col il fratello. Poteva sembrare una mattinata come tante altre, ma in cuor suo sapeva che non era così. Involontariamente, aveva salutato sua moglie con più enfasi del solito. Lei rimase molto sorpresa per questo ma non ebbe nemmeno il tempo di chiedergli come mai che lui si era già avviato verso la fabbrica. Il pancione si intravedeva da sotto la veste.
Savona era particolarmente silenziosa quella mattina. Ogni tanto, macerie di palazzi bombardati sbucavano dalle vie secondarie.
I rifugi antiaerei si riconoscevano subito, e Batta li conosceva tutti a memoria.

Nei giorni precedenti, aveva notato un aumento della distribuzione dei volantini clandestini. Gruppi sempre più numerosi si riunivano in segreto a parlottare di qualcosa.
Quando quella mattina Batta e suo fratello entrarono in reparto, la tensione era tagliente. Stava per succede qualcosa di grosso. Batta lo poteva leggere benissimo negli occhi dei suoi colleghi.
Difatti, poco dopo l’inizio del turno, come guidati da un’unica voce, in quasi tutti i reparti dell’Ilva la produzione cessò ma nessuno abbandonò il suo posto. Batta ci pensò qualche minuto prima di decidere di incrociare le braccia, spinto dagli sguardi dei ragazzi affianco a lui

Ecco, persò, ci siamo. Lo sciopero è cominciato.

Paolo si era allontanato per recuperare la cassetta dei ferri, e quando arrivò  vide suo fratello a braccia incrociate. Andò su tutte le furie e, prendendolo per il colletto, lo spinse contro uno dei macchinari. Paolo sapeva cosa stava rischiando il fratello con quel comportamento e non aveva certo l’intenzione di finire ammanettato e portato chissà dove.
Nemmeno il tempo di inveire contro il fratello più piccolo che lo stabilimento si trasformò in un formicaio,  riempendosi di tedeschi, bersaglieri e G.N.R.
Urla, ordini gridati in lingue diverse e soldati che correvano da tutte le parti.
Batta aveva paura. Lo sapeva che sarebbe finita male. Si malediceva per essersi fatto trascinare.
Liberatosi dalla presa del fratello, si guardò intorno nella speranza di incrociare qualche sguardo di supporto, ma in tutti gli occhi non lesse altro che preoccupazione e paura. Anche se i militari correvano su e giù per i reparti, nessun operario si mosse dalla sua postazione, nessuna macchina tornò in funzione.
Suo fratello, capita la situazione, non si fece prendere dal panico, raggruppò tutti gli attrezzi da lavoro e cercò di nascondersi tra i macchinari.

<< Forza Batta! Seguimi!>> Cercò invano di farsi seguire dal fratello. Batta non riuscì a seguirlo. Era come paralizzato. E poi, all’improvviso, due tedeschi lo presero per le spalle e lo lanciarono in mezzo alla sala. Con lo sguardo cercò invano suo fratello, nascosto nel buio.
In poco tempo, oltre un centinaio di scioperandi e lavoratori vennero raggruppati nelle sale più grandi. Molti erano giovani, giovanissimi.
Nella confusione, qualcuno riuscì anche a scappare. Ma Batta non era il tipo da cogliere gli attimi e rimase in piedi nella sala. Eseguì gli ordini che gli erano stati gridati; all’improvviso, senza una ragione apparente, si ritrovò con una canna di un fucile tedesco puntata sul petto.

Successivamente, venne formata una colonna e gli operai vennero condotti ella sede della Questura di Savona. Non si poterono nemmeno togliere i vestiti del lavoro. Si fermarono nel grande piazzale al centro della struttura di mattoni. Tutt’intorno, uomini in divisa e armati di mitra.
Un militare italiano reggeva una lista di nomi. Scorse il dito lungo il foglio e gridò: << Suetta Giovanni Battista!>>
Batta esitò. Un brivido gli corse lungo la schiena. Ma dopo pochi secondi fece un passo avanti, staccandosi così dalla fila. Venne strattonato e condotto all’interno dell’edificio. Dopo vari giri tra corridoi e stanze, lo buttarono dentro  un piccolo stanzino. Non capiva perchè presero proprio lui. Un militare lo perquisì da cima a fondo. Ringraziò se stesso di non aver tenuto nessun volantino nelle tasche della tuta.
Ad attenderlo in un’altra stanza, seduto su una scrivania lucida, un militare fascista. La testa pelata luccicava proprio come gli stivali neri. Il militare alzò gli occhi e per un breve istante incontrarono quelli di Batta.
Poi, con un brusco cenno del capo, ordinò ai suoi di far sedere l’operaio.
Venne interrogato sullo sciopero. Prima in modo cordiale, poi con un fare sempre più insistente, gli chiesero chi aveva organizzato il tutto, chi stampava e distribuiva i volantini.  Ma Batta non ne sapeva niente. Provò a ripeterlo più volte, cercando comunque di non mettere nei guai nessuno. Sapeva qualche nome, ma non voleva parlare. Non voleva mettersi in difficoltà con nessuno. Cercò di convinverli che lui era solo andato a lavorare come tutti i giorni. Ma ovviamente nessuno gli credette. Il tempo sembrava non passare mai. Il fascista iniziò ad avere un atteggiamento aggressivo. Stava perdendo la pazienza. All’ennessino non so nulla, ve lo giuro  una mano pesante e callosa pionbò sul volto di Batta. Un rigolo di sangue iniziò a scendergli dal labbro ed andò a macchiare la tuta ancora sporca del lavoro.
Venne risbattuto in fila. Nessuno ebbe il coraggio di guardarlo in viso. Presero poi altri operai per l’interrogatorio. Il tempo sembrava non passare mai.
Finalmente, finiti gli interrogatori, gli scioperandi vennero condotti in Corso Ricci, nella caserma della 34° Legione delle Camicie Nere.
La colonna entrò all’interno del cortile. Giovanni, essendo tra i primi, si accorse subito di un camion militare proprio al centro. Dei soldati li stavano aspettando.
Era confuso. La guancia gli doleva ancora, ma guardandosi intorno capì che con lui c’erano andati leggeri.
Non sapeva cosa sarebbe successo, chissà se sarebbe riuscito a tornare a casa. La sera era ormai scesa. Sperava che qualcuno fosse andato ad avvisare sua moglie dell’arresto. Non faceva altro che pensare a lei. E suo fratello? Con tutto quel caos se ne era dimenticato. Non l’aveva visto nella colonna. Forse era riuscito a salvarsi almeno lui.
Intanto intorno al camion iniziò del movimento e questo portò Giovanni alla realtà della situazione.
Dal retro del camion spuntò una mitragliatrice, puntata proprio sul gruppo di prigionieri.
Un giovane in divisa dettò le condizioni. Se lo sciopero non fosse cessato all’istante, la mitragliatrice avrebbe fatto fuoco.
I tedeschi ci trovavano un certo gusto a diversirsi con questi operai smagriti. Ridevano nel vedere il terrore della morte in quegli occhi.
Ma Batta non era divertito. Alla vista di quell’arma, iniziò a sudare copiosamente, nonostante la serata non fosse particolarmente calda. Un rigagnolo di sudore gli corse lungo tutta la schiena, formando una chiazza in fondo alla tuta del lavoro. Nessuno ebbe il coraggio di guardare il suo vicino, impietrito davanti a quell’arma micidiale. Un solo gesto, una sola parola e potevano morirne a decine in pochi secondi.

Ma non accadde nulla.

La mitragliatrice venne scaricata dal furgone e si iniziò il carico dei prigionieri. Ovviamente lo spazio non era sufficiente ad ospitare tutti, ma questo non importava ai militari.
Batta cercò di indietreggiare e venne fatto salire quando il mezzo era pieno per metà. Riuscì a trovarsi un piccolo spazio vicino al portellone, mentre dal fondo si iniziarono a sentire dei lamenti. L’aria stava iniziando a mancare. Alcuni, per la paura provocata dalla mitragliatrice, avevano lasciato andare gli intestiti e l’odore riempiva tutto il vano. Ma nessuno ci fece caso.
Da un lato erano sollevati dall’essere ancora vivi, ma sapevano che non avrebbero fatto ritorno a casa tanto presto.
Gli operai dell’Ilva, assieme ad altri prigionieri furono condotti all’istituto “Merello” di Spotorno e nel carcere di “S. Agostino”.
Furono tenuti lì per due lunghissimi giorni. Vennero trattati come bestie, tra insulti, minacce di morte e percosse.
Batta non ne poteva più. Aveva le labbra spaccate dalla troppa sete e un occhio livido per le botte ricevute. Ma più si guardava intorno, più capiva che c’era chi stava peggio di lui.
I giovani passarono quei due giorni a piangere. Si pentirono amaramente di aver preso parte allo sciopero. Poi c’era chi, lontano da orecchie indiscrete, continuava ad inneggiare alla causa, incitava a resistere, a non sottomettersi alla mano dura dei padroni e dei militari.
Batta ammirava questi elementi. Ma in fondo sapeva bene che, più che incitare gli altri, cercavano di farsi forza loro stessi.
Ogni tanto veniva una guardia, apriva una cella e portava via un operaio. Questo, ritornava solo dopo non si sa quanto tempo, conciato peggio di prima. C’era chi provava a chiedere dove l’avessero portato, ma i più cadevano in un profondo mutismo.
Finalmente quell’inferno cessò e vennero condotti a Genova, a Villa Di Negro.
Nel passare di nuovo attraverso Savona, Batta osservò tutto con attenzione. Pensò alla sua famiglia, a sua moglie, al piccolo Flavio e al piccolo che doveva ancora nascere. Ai suoi genitori e a suo fratello. Ma nessuna lacrima gli rigò il viso. Si era convinto che non sarebbe più riuscito a tornare a casa.
Arrivati a destinazione, vennero nuovamente messi in fila. Spogliati di ogni cosa, furono visitati da un gruppo di uomini in camice bianco.
E’ risaputo che i tedeschi sono maniaci dell’ordine e, conclusa la visita, vennero nuovamente formati due gruppi: gli abili e i riformati.
Batta fu inserito tra i secondi.
Uniti ad altri operai del Piemonte e della Lombardia, circa sessantasette operai dell’Ilva, tra cui Batta, furono caricati su dei carri bestiame. La prima sosta fu a San Vittore, per poi ripartire per Bergamo. Il viaggio era estenuante. Batta non aveva mai patito così tanto la fame e la sete. Rinpiangeva casa sua, il suo posto in fabbrica; eh si, anche quello gli mancava. Gli mancava la minestra calda alla sera, il tozzo di pane raffermo che la moglie gli fasciava nel fazzoletto per il pranzo. Gli mancavano i rimproveri del fratello, il sorriso del figlioletto. Non avrebbe mai visto gli occhi del  nuovo arrivato. Pur sapendo che non era figlio suo, lo avrebbe amato comunque. << Se nasce femmina >>, aveva detto un giorno a Rosetta, <<…chiamiamola Mirella >>
Arrivati a Bergamo, gli animi erano gelati. Alcuni iniziavano a discutere sulla meta finale. Sapevano benissimo che quelle erano soltanto delle soste intermedie. Batta cercava di respirare più aria pulita che poteva durante quelle fermate. La tuta era ormai logora ed emava un odore nauseabondo, ma dentro quel carro c’erano odori ben peggiori. Le inibizioni cessarono di esistere. Durante l’interminabile viaggio, Batta ogni tanto provava a chiudere gli occhi, ma dormire era praticamente impossibile. Il rumore del treno era assordante.
Finalmente, dopo un tempo che era parso infinito, le porte del treno si aprirono.
Dopo quasi venti giorni di viaggio, tra interrogatori, violenze e privazioni, gli operai dell’Ilva di Savona giunsero nell’inferno sulla terra. Quel 20 marzo 1944 a Mauthausen nevicava.
Faceva freddo, e il gruppo era ancora più infreddolito per le privazioni del viaggio. Gli operai piemontesi e lombardi erano abituati alla neve, ma Batta no. Era una cosa che soffriva. Cresciuto in una città di mare, era abituato all’odore di salsedine, al sole che  brucia il viso ed al rumore delle onde. Odiava la neve.
I tedeschi li riunirono nel pazziale principale e li lasciarono li fino a sera. Non una voce si levò per protestare quell’attesa. Erano come afflitti, denudati dalla loro stessa anima.
Al calar del sole, dai tedeschi arrivò l’ordine di andarsene nelle baracche a loro assegnate. Un militare urlava numeri e nomi mentre un prigioniero italiano che aveva la sfortuna di parlare un poco di tedesco aveva il brutto compito di tradurlo. A Savona, giorni dopo il grande sciopero del primo marzo, non si parlava d’altro che di quel gruppo di operai che i tedeschi portarono via.
Rosetta non aveva più visto il marito rincasare, tantè che si era spinta perfino alla fabbrica per chiedere sue notizie. Non aveva il coraggio di chiedere a Paolo. E anche l’uomo, dal canto suo, non aveva il coraggio di avvicinarsi a Rosetta e dirle la verità. Aveva abbandonato suo fratello, l’aveva condannato.
Arrivata davanti alla portineria con Flavio al fianco, venne fermata da un soldato armato che le intimò di girare alla larga da quella zona.

<< Sto solo cercando mio marito. Lavora qui…Si chiama Giova…>>

<< Basta! Se ne vada!>> urlò il militare e, piazzandosi a gambe larghe davanti all’ingresso, sbarrò la strada alla donna.

Rosetta indietreggiò ma voleva comunque avere notizie di suo marito. Riprovò diverse volte, sottolieando anche il fatto che si era recata lì a piedi da Marmorassi con un bimbo in grembo. Ma il gendarme fù impassibile. Col calcio del fucile  la spinse via. Negli occhi si leggeva una  tale rabbia che Rosetta rimase come pietrificata.
La scena fu vista dalla portinaia, che conoceva benissimo Rosetta, Paolo e ancor di più Giovanni.
La donna, nonostante l’avvertimento del militare, cercò in tutti i modi di raggiungere la povera mamma.
<< Rosetta, Rosetta cara…Hanno portato via il tuo Giovanni.>> Rosetta non ci credeva. Non potevano aver portato via suo marito.
<< Dove? Dove l’hanno portato?>>
<<Non lo so…vai a chiedere alla Caserma..magari loro ti sapranno dare delle risposte…>>

Rosetta era frastornata, ma voleva a tutti i costi scoprire dove avevano portato il suo Giovanni. Col piccolo Flavio per mano, arrivò davanti alla caserma. La scena che le si presentò davanti fù straziante: altre madri e mogli coi bambini  cercavano spiegazioni sulla destinazione dei loro cari. Erano tutti operai dell’Ilva. Rosetta riconobbe alcune donne e si unì a loro. Insieme, pensò, forse avrebbero avuto più fortuna.
Finalmente, dopo ore di attesa, di suppliche e di preghiere, alle donne venne consegnato un certificato. Con tono freddo e distaccato, in una frase scritta a macchina era racchiusa la destinazione dei loro amati.
Accanto al nome, a chiare lettere era scritto “partito per destinazione ignota”.
Il mondo era come crollato su se stesso. Rosetta ritornò a casa stringendo al petto quel foglio di carte, ultimo ricordo di suo marito.  Sapeva benissimo che non sarebbe mai più tornato, che non l’avrebbe più riabbracciata.
Rimasta sola, dovette arrangiarsi come meglio poteva. Iniziò a gestire la società di Marmorassi. La piccola Mirella era ormai nata, bella e sana. Non aveva avuto il coraggio di dire a suo marito che quella bambina nata da poco, non era figlia sua. Ma probabilmente lui lo sapeva già. Flavio aiutava la mamma come meglio poteva. Era un bambino sveglio e gentile. Ma Rosetta molti lavori non riusciva proprio a farli da sola. Ogni tanto arrivava Luigino a darle una mano, ma anche lui aveva il suo lavoro e la sua famiglia da mantenere.
Un giorno, mentre era intenta a scaricare delle damigliane di vino nel retro del negozio, arrivò Paolo. Dal giorno della retata, non l’aveva più visto. Non era riuscita nemmeno a fargli vedere la piccola Mirella. Tramite una vicina, il cognato le lasciava sempre qualcosa per sostenere i bambini. Ma doveva fare tutto di nascosto, la moglie di Paolo lo controllava a vista. E con Rosetta non scorreva buon sangue. Era dimagrito e aveva due grosse occhiaie. I due si guardarono a lungo. L’uomo iniziò a portare dentro le damigiane senza dire una parola. A Rosetta scese una lacrima.
Un giorno, alla stazione di Savona arrivò un treno. Scesero otto uomini  gravemente denutriti e menomali. Erano gli uomini dell’Ilva, sopravvisuti all’inferno del lager di Mauthausen. Tra questi, Batta non c’era.
Dopo aver riabbracciato i propri cari, i superstiti si recarono dai cari di chi non aveva fatto ritorno. Alla porta di Rosetta bussò Mario. Non sapeva come dirle la verità e alla fine, decise di ometterla. Le disse che Batta non era sopravvisuto a quella vita di stenti, soprusi e fatiche. Ma la verità era un’altra.
Giovanni “Batta” non aveva trovato la forza per resistere. Sapeva che la moglie era rimasta incinta di un altro uomo. Tutti nel quartiere sapevano la vera natura della moglie. Suo fratello era stato più furbo di lui. Doveva capirlo dal fatto che non aveva mosso un dito quando gli aveva soffiato la fidanzata. E durante la retata si era nascosto, riuscendo a tornare a casa. Lui no. Non era mai stato molto furbo.

In quel campo coperto di neve, Batta non riuscì a trovare la forza per reagire a tutto quello che era costretto a sopportare. Decise dunque di farla finita. Diede le sue razioni di cibo a dei ragazzi giovani, tanto a lui non servivano più. Non era un ambiente dove si facevano molte domande. Dentro al campo nessuno giudicava. Morì poco tempo dopo, tra il filo spinato coperto di neve.
Le motivazioni base dello sciopero del 1 marzo 1944 non furono mai raggiunte, ma l’atto in sè ebbe un significato diverso. Diede coraggio alla popolazione savonese di ribellarsi, di contrastare quel regime che portava fame e vedove.
Lo sciopero dell’ Ilva non si concluse con una sconfitta, ma diede il via alla liberazione di Savona.
Oggi, una lapide ai piedi della Fortezza del Priamar di Savona ricorda quei 67 operai deportati. Ogni tanto, qualcuno vi deposita una rosa rossa.

Giovanni Battista Suetta era il mio pro zio. E questo racconto si basa sulla sua storia.

di Beatrice Citron

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