Filosofia Riflessioni Rubriche

Lector in fabula

on
December 25, 2018

In molti hanno detto che, in un romanzo, è necessario distinguere tra partecipazione narrativa ed emozione estetica, perché vi sono due livelli di lettura di un testo narrativo: un livello semantico (che mira a capire come andranno a finire le cose, cioè se i protagonisti si sposeranno o chi è l’assassino) ed uno estetico (che cerca di cogliere ed apprezzare tutti gli artifici mediante i quali il narratore ci rende partecipi di un gioco di attese e anticipazioni). Talora si ricerca la strategia testuale dell’intrigare mettendo tra parentesi il corso degli eventi narrati, per apprezzare il modo in cui essi vengono narrati. La partecipazione emotiva può verificarsi solo al primo livello.
Ma possiamo davvero dire che l’opposizione tra lettura semantica e quella estetica sia così netta?

Il fatto è che, salvo quando si scrive una riflessione critica su un romanzo, noi leggiamo oscillando dall’uno all’altro polo. E se possiamo spesso giustificare la nostra partecipazione emotiva grazie ad una fredda analisi dello stile linguistico e della forma narrativa, ciò non vuol dire che, in molti casi, non si partecipi come se la storia che ci viene narrata fosse realmente accaduta.

Ma ora pensiamo alla possibile morte della persona amata. La fantasticheria può durare alcuni minuti ma, alla fine, se ci chiediamo se l’amata o l’amato siano realmente morti, siamo in grado di dirci, con sollievo, che sono ancora vivi e vegeti.
Al contrario, se ci chiedono se Anna Karenina sia infine morta, noi risponderemmo che è “davvero morta” e non c’è nulla da fare. Inoltre noi soffriamo se immaginiamo di essere abbandonati dalla persona amata, fantasmi dei quali si nutre la gelosia, ma non soffriamo (se non per tenue e umana simpatia) quando l’abbandonato è un altro. Nessuno ha mai commesso suicidio perché il suo amico è stato abbandonato dall’amata. Mentre tante fanciulle romantiche si sono suicidate partecipando ai dolori del giovane Werther. Perché allora piangiamo sul fato di persone che non esistono nel nostro mondo e perché possiamo considerare un personaggio fittizio come un nostro simile? Dobbiamo pertanto affrontare il problema del modo d’essere dei personaggi fittizi. Esistono oggetti fisicamente esistenti, come questo dispositivo, le scarpe che indossi, la tua stessa persona, la città di Pordenone o il presidente Trump (questa nozione si estende anche agli oggetti che sono esistiti realmente nel passato, come Augusto e il presidente Kennedy). Invece nessuno vorrà concedere che, personaggi fittizi come l’Ispanico e Calandrino, siano oggetti realmente esistenti. Ma questo non significa che non siano oggetti in alcun senso. Basta adottare un’ontologia particolare (per gli esperti, alla Maylong) per ritenere che oggetto di pensiero sia ogni cosa che si possa pensare come fornita di certe proprietà e di cui l’esistenza fisica non sia una proprietà indispensabile. Avicenna aveva già detto che l’esistenza era solo una proprietà accidentale di una sostanza, un “accidens avvenies quidditate”. E così come rimane oggetto di pensiero l’unicorno, che eppure non esiste in natura, ci possono essere oggetti astratti, come il numero 17 o l’angolo retto. Ma Don Chisciotte è qualcosa come l’angolo retto? Per diventare materia di una riflessione ontologica, un oggetto deve essere considerato come indipendente da una mente umana.
Come accade all’angolo retto, che molti matematici e filosofi ritengono come una sorta di entità platonica.
Così che la proposizione “l’angolo retto ha 90°” dovrebbe rimanere veritiera anche se la specie umana sparisse, e anche per eventuali alieni venuti dallo spazio. Al contrario, che Don Chisciotte abbia combattuto contro i mulini a vento, dipende dalla competenza di infiniti lettori umani viventi e registrata in innumerevoli libri. Ma verrebbe scordato se la specie umana scomparisse assieme a tutti i libri di questo pianeta. È pur vero che si potrebbe obbiettare che l’angolo retto continuerebbe ad avere 90° una volta scomparsa la nostra specie o se, le menti venute dallo spazio, condividessero con noi una geometria euclidea. Ma non intendo prendere posizione sulla natura platonica degli oggetti matematici, nè vanto alcuna informazione sulle geometrie degli alieni. Assumo semplicemente l’idea che possiamo considerare probabile, sino a dimostrazione contraria, che il teorema di Pitagora sia vero, anche se attualmente nessuno vi stia pensando; mentre è certo che per attribuire qualche forma di esistenza ad Anna Karenina, abbiamo bisogno di una mente quasi umana capace di trasformare il testo di Tolstoj in qualche fenomeno mentale.

L’unica cosa che mi sento di sostenere è che ci sono persone che si commuovono all’idea che Anna si sia suicidata, mentre nessuno ha pianto sino alle lacrime scoprendo che in un triangolo rettangolo l’area del quadrato costruita sull’ipotenusa è equivalente alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui due cateti –tranne forse Pitagora, la prima volta […]-.
Pertanto, poiché il problema che stiamo discutendo è perché dei lettori si commuovono su dei personaggi fittizi, non assumerò un punto di vista ontologico, mi sento solo obbligato a considerare Anna Karenina, madam Moralì o Don Chisciotte, come oggetti dipendenti da una mente: ovvero oggetti di atti cognitivi mediante i quali riconosciamo che certe entità, contraddistinte da un nome, posseggano determinate proprietà. E dunque non intendo rispondere alla domanda “dove?”, in quale regione dell’universo esistono i personaggi fittizi, bensì alla questione “in che modo parliamo di essi come se vivessero in qualche regione dell’universo?”. Se i testi di finzione parlano di persone non esistenti e di eventi che non si sono mai verificati nel nostro mondo (e proprio per questo ci richiedono, come voleva Coleridge, una sospensione dell’incredulità, dal punto di vista di una teoria logica della verità) le asserzioni di un testo fittizio dovrebbero sempre riguardare ciò che è il caso, cioè ciò che non è.

Carlo Alberto Ghigliotto

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT