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24 Ottobre 1929: Il Giovedì Nero

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December 26, 2018

Durante la campagna elettorale del 1928 Herbert Hoover, futuro presidente degli Stati Uniti (1929-33), afferma che il paese è ad un passo dallo sconfiggere la povertà. Effettivamente le sue parole erano giustificate dall’andamento positivo degli indicatori economici degli anni ’20, ma nella realtà la situazione stava per assumere contorni tutt’altro che rosei.
Già da un paio di anni alcuni segnali avevano “avvertito” gli addetti ai lavori della fine del periodo di espansione e l’inizio di una fase di recessione; per esempio a partire dal 1926 vi fu un brusco crollo dei prezzi di terreni edificabili in Florida, il cui valore era stato gonfiato dalle speculazioni; l’anno seguente era decisamente visibile un netto rallentamento dell’edilizia, che fino ad allora aveva goduto di una grossa fetta del boom degli anni ’20; altro segnale può essere individuato nella stagnazione dei nuovi settori che nell’ultimo decennio avevano dominato il mercato, ovvero quello dell’automobile, quello dell’elettricità e dei nuovi elettrodomestici. A questo va ad aggiungersi che le autorità monetarie aumentarono la quantità di denaro in circolazione e ridussero i tassi di interesse, incoraggiando così gli acquisti a credito (e i pagamenti rateali), gli investimenti in azione e la speculazione borsistica. Così facendo il prezzo delle azioni si impennò in modo del tutto separato dalla reale crescita del fatturato delle aziende. Come se non bastasse ad un aumento dei prezzi non seguì un conseguente aumento dei salari, il che diede ulteriore carne al fuoco alla sperequazione della ricchezza nazionale; l’unico palliativo adottato fu l’acquisto rateizzato dei vari beni di consumo. La speculazione fu un’altra delle cause della depressione in quanto le azioni venivano acquistate a “margine”, ovvero il compratore non le pagava ma aspettava che salissero di valore per poi rivenderle. In questo modo il valore di quelle azioni saliva per la grossa richiesta di quelle stesse azioni. Alcuni operatori ed investitori che si erano resi conto che la borsa stava perdendo contatto con la realtà iniziarono a liquidare le azioni in loro possesso, la caduta della borsa dell’ottobre del ‘29 ne fu una conseguenza, anche se la ragione più immediata fu il ritiro di capitali da New York per essere reinvestiti a Londra, dove il tasso di interesse aveva appena subito un grosso rialzo. In poco tempo il tutto si trasformò una corsa alla vendita (tutti vendevano e nessuno comprava) condita da una cera dose di panico: durante il “giovedì nero” furono scambiati 13 milioni di titolo, cinque giorni dopo 16 milioni. In pochi giorni le azioni divennero carta straccia, chi aveva investito i risparmi si trovò senza un soldo. Le conseguenze, immediate e non, furono catastrofiche: nel corso dei quattro anni successivi il Pil diminuì fino alla contrazione del 13,4% nel 1933 (rispetto al 1929), la ricchezza nazionale si ridusse di un terzo; un quarto dei lavoratori perse il lavoro; gli stipendi furono ridimensionati; quasi cinquemila banche fallirono, mandando in fumo i risparmi di circa 9 milioni di persone (vennero “bruciati” più di 2 miliardi di dollari); il valore delle azioni scese del 80%. Centinaia di migliaia di americani provarono sulla loro pelle povertà e fame. Spesso ci si spostava abusivamente da una parte all’altra della nazione per trovare un’occupazione momentanea, quasi un milione di persone viveva in una sorta di baraccopoli dopo aver ricevuto lo sfratto a causa dei mancati pagamenti di affitto. La crisi fu aggravata e totale nei suoi contraccolpi internazionali. ​

Nell’Europa del dopoguerra, impegnata nella ricostruzione delle varie economie, gli Usa giocarono un ruolo cruciale con il piano Dawes, esteso anche alla Germania. Circa 1 miliardo di dollari arrivo in Europa, il 90% di questi soldi venne utilizzato per acquistare prodotti americani, sostenendo quindi la prosperità e le esportazioni negli Usa, che a loro volta compravano dal resto del mondo il minimo indispensabile. Questa situazione fu aggravata dopo il 1929, a causa del rincaro sui dazi doganali imposte dall’amministrazione statunitense, questo di tradusse in una riduzione dei prestiti ai paesi europei, che per proteggere le proprie economie emularono le politiche protezionistiche d’oltreoceano, facendo crollare le esportazioni americane. La crisi raggiunse il suo apice nel quinquennio 1929-33, le conseguenze che ne scaturirono segnarono profondamente gli avvenimenti che dei decenni seguenti in tutto il mondo, sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale, che da quello politico. Era il 24-10-1929 e nelle sale Wall Street si assisteva al “giovedì nero”, il crollo della borsa.

Nicolò Zanardi

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1 Comment
  1. Reply

    Lavina

    March 15, 2019

    Hi there! Such a nice short article, thank you!

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