Storia

L’Armata Invincibile

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December 26, 2018

La storia dell’Invincibile Armada non è soltanto uno scontro tra la flotta inglese e quella spagnola al largo delle coste della Manica nell’estate del 1588. Le sue radici e la sua esistenza sono molto più profonde di un semplice conflitto militare tra due potenze navali nell’Europa del XVI secolo.

Come spesso accade alla base di un conflitto in età moderna, vi è una questione dinastica da risolvere. Alla morte di Enrico VIII, nel 1547, la corona inglese passò a suo figlio Edoardo (il primogenito maschio dopo aver avuto due figlie da due mogli diverse, Caterina d’Aragona la prima e Anna Bolena la seconda), il quale però morì privo di eredi nel 1553,  portando così all’incoronazione della figlia di Enrico VIII nata dalla sua prima moglie Caterina d‘Aragona, Maria: colei che sarebbe passata alla storia come Bloody Mary.

Differentemente da suo padre, la nuova regina era intenzionata a portare il regno inglese di nuovo nell’ovile della chiesa cattolica. A dimostrazione di tale intenzione e per rafforzare la sua posizione in tal senso sposò Filippo II, anche per il fatto che la stessa madre della regina era la zia del padre dell’imperatore spagnolo, ed il matrimonio consolidò i già forti legami tra le due potenze. Fu in questo momento che Filippo di Spagna, oltre a possedere alcuni territori sul continente e nel nuovo mondo, divenne anche re d’Inghilterra.

È a questo punto che si deve guardare con molta attenzione al panorama politico Europeo dell’epoca. Osservando una carta geografica del XVI secolo si può notare come Filippo II di Spagna avesse ereditato da suo padre, Carlo V, un’eredità immensa: il regno di Spagna con i suoi possedimenti nelle Indie Occidentali, la Borgogna, le provincie italiane, il ducato di Milano e le Provincie Unite. Si nota quindi una volontà di accerchiare la Francia, principale nemica sul continente, visto che la corona dell’Impero si trovava nelle mani dello zio dello stesso Filippo. Ovviamente non era tutto rose e fiori per il sovrano spagnolo, il quale dovette fare i conti con una grande crisi economico-finanziaria del suo impero. Ad aggravare la situazione poi vi era il problema religioso, soprattutto nelle Provincie Unite, già fortemente ostili verso il dominio spagnolo, tanto da scatenare delle forti proteste nel 1564 e due anni dopo una vera e propria rivolta armata, guidata da Guglielmo d’Orange (il taciturno) nel nord delle Provincie. Questa rivolta, chiamata dagli spagnoli dei gueux (pezzenti), si protrarrà fino al 1648 intrecciandosi con il destino dei conflitti che in questo lasso di tempo riguardarono l’Europa.

La Spagna di Filippo II

 

Fu nell’unione matrimoniale che i destini inglesi e spagnoli si incontrarono, tuttavia la morte prematura di Maria nel 1558 non diede tempo ai sovrani di generare un erede e il titolo di regina inglese andò alla seconda figlia venticinquenne di Enrico VIII, Elisabetta, avuta da Anna Bolena. Filippo non perse tempo e chiese la mano della sovrana senza neanche corteggiarla, ma dandole una sorta di ultimatum, sfruttò le pressioni provenienti da nord (Maria Stuart, regina di Scozia, era la seconda in linea di successione al trono inglese) e il fatto che lo stesso regno inglese risultasse debole e diviso dall’interno a causa delle precedenti persecuzioni religiose e lotte politiche messe in atto da Maria. La mossa di Elisabetta sorprese il monarca spagnolo, tramite una lettera ella dichiarava di non poter sposare il sovrano a causa del suo essere eretica. Filippo non si diede per vinto: optò per una moglie più devota e tentò di far sposare Maria Stuart all’eroe di Lepanto Giovanni d’Austria, diventato ora governatore generale dei Paesi Bassi. In questo modo dopo aver detronizzato Elisabetta, la corona sarebbe andata alla regina di Scozia e a quello che nei piani di Filippo al suo braccio destro Giovanni. Sfortunatamente per i suoi piani Giovanni morì nel 1578 di tifo, mandando all’aria questo progetto, che fu raccolto però dal suo successore nei Paesi Bassi, ovvero Alessandro Farnese duca di Parma. Quest’ultimo diede subito prova della propria abilità di comandante riuscendo ad arginare, seppur momentaneamente, la rivolta dei gueux. Parallelamente la stessa Elisabetta incoraggiò la ribellione olandese inviando nelle provincie 6000 uomini, che, seppur male equipaggiati diedero un sostanzioso contributo ai rivoltosi. Nonostante ciò Filippo non intraprese nessuna azione fino a quando non gli giunsero i resoconti delle attività dei corsari inglesi contro le sue navi, che nel frattempo erano anche impegnate nella lotta contro gli ottomani. A questo punto il sovrano assunse un atteggiamento da doppiogiochista: se da un lato prese le distanze dalla bolla papale che Pio V emanò nei confronti Elisabetta, dall’altro, servendosi del duca di Norfolk (il quale a sua volta puntava a sposare Maria Stuart), tirava le fila per fare assassinare Elisabetta. Ma anche questo piano andò in fumo, perché l’ottima rete di intelligence di Sir Francis Walsingham riuscì a sventare ogni complotto della parte cattolica della corte della sovrana, facendo arrestare Norfolk e giustiziandolo nel 1572. Per l’ennesima volta Filippo fu costretto a cambiare strategia. Maria restava ancora la chiave di tutti i complotti inglesi, ma l’idea di metterla sul trono si fece sempre meno interessante per lo spagnolo, visti i legami della stessa con la Francia. Si passò quindi ad una prima embrionale idea di Armada naufragata miseramente dopo che una violenta tempesta la disperse, all’inviare un corpo di spedizione a sostegno dei ribelli cattolici irlandesi contro la corona inglese; rivolta che tuttavia fu soffocata ne sangue nel 1580, ma che perdurerà sino alla fine del XVII secolo.

In quegli stessi anni un altro sovrano fu pervaso dalle ambizioni di una crociata contro gli infedeli, Sebastiano I re di Portogallo, che però il 4 agosto del 1578 venne ucciso in Marocco. Questo evento rimescolò le carte ancora una volta sul tavolo geopolitico europeo. La corona portoghese passò al vecchio prozio del precedente sovrano Enrico. La situazione era perfetta per il re di Spagna, il quale non perse tempo ed invase il Portogallo. L’unico erede di Enrico fuggì nelle Azzorre, autoproclamandosi re di Portogallo, a nulla servì l’aiuto francese inviato sulle isole a sostegno di Dom Antonio. La flotta spagnola guidata dall’ammiraglio Alvaro de Bazan riuscì ad avere la meglio ed incorporare le Azzorre tra le proprietà spagnole, ovvero la stessa sorte che era toccata alla nazione lusitana e a tutti i suoi possedimenti. L’azione di Bazan fu efficace in quanto riuscì ad usare il punto di forza della flotta spagnola, ovvero le galee mediterranee nell’atlantico a supporto dei galeoni d’alto bordo portoghesi incorporati all’armata dopo la presa di Lisbona. Per Filippo la morte di Sebastiano fu un colpo di fortuna, ma il successivo funerale fu ciò che diede il via “all’impresa d’Inghilterra”. Nei primi giorni di marzo del 1587 la regina Elisabetta fece decapitare Maria Stuart.

La decapitazione diede a Filippo il giusto pretesto, il casus belli che stava cercando. Il sovrano spagnolo iniziò a fare pressioni al duca di Bazàn per l’allestimento della flotta, mentre dall’altra parte del continente anche il Farnese iniziava i preparativi per l’invasione. Il corpo d’invasione delle Fiandre (circa 30.000 uomini, 17.000 dei quali veterani) era uno dei migliori d’Europa ed avrebbe potuto contare su uno dei migliori generali del tempo quale il duca di Parma. Inoltre, l’Inghilterra aveva già dimostrato di non essere all’altezza di uno scontro del genere, in quanto ancora nel 1586, quando Elisabetta mandò un corpo di spedizione a supporto dei ribelli delle provincie Unite, questi avevano ancora in dotazione l’arco lungo, un arma medievale ormai obsoleta. Nella realtà dei fatti però le cose non erano così rosee come potevano apparire sulla carta. Infatti, prima di tutto lo stesso condottiero italiano era consapevole che il suo corpo non sarebbe bastato senza il supporto della flotta spagnola, in quanto nelle operazioni di avvicinamento alla costa inglese avrebbe dovuto fare i conti con una reazione inglese e con le audaci flottiglie olandesi, esperte nelle operazioni di guerriglia nei mari di “casa”. Non sembra poi coì assurdo quindi che il farnese si fosse dimostrato molto scettico in questo progetto. Anche per il fatto che far allontanare l’esercito dalle Fiandre avrebbe voluto dire lasciare i ribelli liberi di agire e quindi mettendo a rischio la regione delle Provincie Unite. Inoltre le navi spagnole e portoghesi (incorporate alla flotta iberica) avevano un pescaggio eccessivo, quindi sarebbero state sicuramente sì più potenti dal punto di vista dell’artiglieria, ma indubbiamente più lente i quelle dei “pezzenti di mare” olandesi e dei corsari britannici. Se il duca di Parma avesse visto come il sovrano spagnolo stava allestendo l’Armada, i suoi dubbi sarebbero aumentati. Nei progetti di Filippo la flotta spagnola e l’incorporazione di quella portoghese rappresentavano solo un tassello dell’impresa: furono chieste navi anche ai vassalli dell’impero e in più un’ordinanza emanata dal re di Spagna nel 1585 impose che tutte le navi mercantili presenti nei porti dei possedimenti spagnoli (quindi anche inglesi) sarebbero state passate al setaccio e, se trovate idonee, sarebbero state armate in modo da essere reclutate nell’impresa. Si mobilitarono tutte le risorse possibili per equipaggiarle con cannoni, proiettili, polvere da sparo, pezzi di rispetto, botti d’acqua. Il porto di concentramento era Lisbona, ma navi e risorse si stavano radunando anche in altri porti come Barcellona, Napoli, ma anche nei porti delle Indie Occidentali. Questa situazione di allestimento risultò ideale per gli attacchi preventivi dei corsari inglesi. Nello specifico Francis Drake, che quindici anni prima era un semplice corsaro, adesso era un rispettabile ammiraglio e vantava sia un posto a corte sia una posizione politica. Egli partì per le Indie Occidentali con una flottiglia di mercantili equipaggiati per la guerra e quattro galeoni (grazie ad un investimento della corona inglese), saccheggiando i porti di Cartagena e Santo Domingo, dove gli spagnoli stavano accumulando risorse preziose da spedire in Spagna(1586), per poi lanciare un devastante raid contro le basi impegnate nell’allestimento dell’Armada: nel solo attacco a Cadice la squadra del Draque diede fuoco ad una quarantina di navi, causando danni di circa 170.000 ducati, dando fuoco inoltre a rifornimenti e materiali, compresa buona parte del legname che avrebbe dovuto essere destinato alla costruzione di botti per il trasporto di acqua nell’Impresa d’Inghilterra. Filippo tentò di minimizzare il colpo subito, ma la situazione stava sfuggendo di mano alla corona iberica, tanto che nell’inverno 1587-88 esplose una crisi, in quanto i costi della spedizione superavano i 900.00 ducati al mese, ovvero 80% delle spese dello stato. Alla fine del 1587 un rapporto sostiene che la flotta fosse nel caos: le forniture arrivavano in ritardo e nel massimo disordine, mancavano i barili per il trasporto di viveri, le diserzioni erano all’ordine del giorno, gli uomini a bordo erano in preda a malattie di vario tipo. Alcune delle navi erano così mal ridotte che si temeva che affondassero prima di uscire dal porto. Il vecchio duca di Bazàn consumò le sue ultime energie in un “braccio di ferro” con Filippo, era conscio del fatto che la spedizione era da annullare o quantomeno rimandare di un anno o più, ma il sovrano aveva già preso la sua decisione, anzi aveva già pronto un sostituto, aspettandosi una dipartita del vecchio duca, che effettivamente avvenne sei giorni prima della partenza. Al suo posto il re mise il comandante militare dell’Andalusia, Alonso Perez de Guzman, duca di Medina Sidonia. Per Filippo II di Spagna il dado era tratto, pronto o meno quello era il suo momento e non poteva tornare indietro.

Nicolò Zanardi

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