Filosofia

Il Fascismo può tornare?

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December 26, 2018

Parlare oggi di fascismo e delle sue possibilità nel futuro, immediato o prossimo che sia, è essenziale ma molto difficile. La risposta alla questione può essere sia affermativa, sia negativa, ed accontentarsi dell’una o dell’altra rischia di essere limitante e di ostacolo ad una comprensione più ampia. Infatti il fascismo è un fenomeno complesso che è reso possibile grazie ad una base di un certo tipo che non troviamo in altri tempi.
Lo scopo di questa indagine è quello di andare a comprendere l’essenza di quella base e la sua provenienza. Una volta chiarite, si tenterà di capire quale narrazione ha reso possibile il fascismo nel 1900 e perché non è sorto in altre epoche (come il Medioevo). E infine si lancerà uno sguardo al futuro, per vedere se il fascismo può essere una possibilità o è solo un fenomeno remoto.

Il potere delle credenze

Il dibattito su cosa sia il fascismo tutt’oggi è ancora molto florido. C’è chi sostiene che il termine faccia riferimento unicamente al movimento italiano nato con Benito Mussolini all’inizio del XX secolo. Altri invece affermano che il suo significato sia più generale e che sia una vera e propria forma di governo e\o un atteggiamento.
Lasciamo da parte questa questione e concentriamoci invece sulla struttura che rende possibile non solo il fascismo, ma tutta la politica e la gran parte dei meccanismi insiti nella società umana.
Cominciamo rispondendo ad una domanda: in cosa differisce l’essere umano dagli altri animali? O riformulando: perché solo l’umanità è stata capace di costruire città, strade, fabbriche e di avere un impatto così pesante e profondo sul pianeta? Perché invece le scimmie, le api o i lupi non ci sono riusciti? Alcuni potrebbero intuitivamente rispondere che sono cose come la ragione e la coscienza a garantire una differenza così netta (o addirittura una superiorità). E tuttavia così non si spiegherebbe l’ascesa degli umani.
C’è una sola causa: l’immaginazione. Quest’ultima ci permette di creare quello che lo storico e antropologo israeliano Yuval Noah Harari chiama ordine immaginario costituito, cioè un’insieme di credenze che permettono la cooperazione di milioni di individui. Le credenze non sono né oggettive come un fatto fisico (es. la gravità o la sintesi clorofilliana) né soggettive (es. un amico immaginario che vedo solo io), bensì intersoggettive. Il che significa che per funzionare c’è bisogno che un grande numero di persone ci creda. Solo così è possibile parlare di cose come il denaro, lo Stato, le aziende e i diritti umani. Sono tutti concetti che in natura non esistono e che sono frutto di invenzione.
Il potere delle credenze è sterminato. Esse sono veri e propri miti che permettono ad una società di formarsi e di mettere in contatto tra loro un numero illimitato di individui che non si conoscono e potrebbero non incontrarsi mai. La scienza, la politica e l’economia dipendono ineludibilmente dalla visione del mondo condivisa dai popoli e\o nazioni. Vediamo concretamente in che modo nella storia si sono evoluti i miti di riferimento e che conseguenze hanno portato.

Il Medioevo

Il sistema di narrazioni su cui si è retto tutto il Medioevo lo si può indicare col nome di deismo. Non è facile capacitarsi di come il deismo abbia guidato l’umanità in questi anni, poiché siamo ormai abituati a guardare alle cose del mondo in maniera completamente opposta. Esso infatti poggia sull’idea che alla base di tutto vi sia un Dio onnipotente le cui più profonde volontà sono racchiuse nella Bibbia. A seconda dell’interpretazione, un sacerdote può ricavare dai testi sacri risposte a domande di tutti i tipi. Non importava quale fosse la questione, se di stampo etico o scientifico, perché tutto era già stato scritto nelle sacre scritture.
Questo non significa però che la storia fosse ferma e sempre uguale a sé stessa (come volevano certi filosofi illuministi). Il Medioevo è pieno di eventi storici e scientifici di rilievo che ci tornano molto utili per comprendere ancora meglio la forza delle credenze.
Per iniziare, prendiamo un classico della filosofia cristiana. Si tratta delle Confessioni di Sant’Agostino, opera di stampo biografico in cui il filosofo parla della sua conversione al cristianesimo. Quel che ci interessa in questo caso non è il contenuto in sé, ma la finalità con la quale l’opera è stata scritta.
Si legge infatti all’inizio:

“Grande sei, Signore, degno di grande lode; grande è la tua potenza, e la tua sapienza non ha limiti.
Ti vuole lodare l’uomo, una particella della tua creazione, l’uomo che porta con sé la sua mortalità, che porta attorno la testimonianza del suo peccato e la testimonianza che Tu resisti ai superbi. Tuttavia l’uomo una particella della tua creazione, ti vuole lodare!”

Agostino sta esprimendo uno degli scopi di fondo del testo: quello di invocare e di lodare Dio per tutto ciò che ha fatto in generale. Il vero protagonista è Dio, non il filosofo. Quest’ultimo, parlando delle sue vicende in vita, si riferisce infine al suo Creatore. Qui la concezione di biografia è completamente diversa rispetto a come la si intende oggi. Non è parlare di un universo personale e soggettivo, ma è descrivere una piccolissima parte della totalità che il Dio cristiano rappresenta.
Un altro evento interessante ha invece a che fare con lo scisma d’Oriente, che gli storici sono propensi a collocare intorno al 1054. Uno dei motivi principali che causò la frattura fu una questione teologica legata all’inserimento del termine Filioque nel vocabolario cattolico. La Chiesa occidentale e la Chiesa orientale si sono separate in parte a causa di una diversa interpretazione riguardante la provenienza dello Spirito Santo. Se per i primi esso viene sia dal Padre che dal Figlio (“e dal figlio” Filioque), per i secondi viene solo dal Padre.
Infine vale la pena considerare un altro avvenimento estremamente significativo per inquadrare il deismo e le sue conseguenze. Si tratta del decreto del 7 marzo 1277 con cui il vescovo di Parigi Étienne Tempier condannava due proposizioni che evocavano l’esistenza del vuoto, la mobilità della terra e la pluralità dei mondi. Non è un caso che questi elementi saranno tra i punti centrali del dibattito scientifico tra il XVI e il XVII, periodo che segna la fine del deismo in favore di un sistema di credenze alternativo. Effettivamente affinché si potesse affermare un certo ordine scientifico c’era prima bisogno di smantellare quell’ordine che si stabiliva alla base del discorso. Per dirla con Michel Foucault, doveva cambiare il terreno di positività, cioè quel che rendeva possibile affermare certe proposizioni piuttosto che altre. Durante il Medioevo quel che gli scienziati potevano fare era dimostrare continuamente la realtà concreta dell’armonia divina che metteva in collegamento tutto il creato. Ciò che dettava la ricerca era la somiglianza. Il mondo in quest’ottica è un uomo che parla ed è una fonte illimitata di conoscenza tutta da scoprire.
Dunque il centro della vita tutta era incentrata sul Dio cristiano, con il quale l’essere umano aveva un rapporto verticale di completa venerazione. La ruota della storia però non smette mai di muoversi. E il tramonto dell’età medievale lascia spazio all’età moderna.

L’età moderna

Anche se gli storici sono propensi a far iniziare l’età moderna nel 1492, con la scoperta dell’America e la morte di Lorenzo de’ Medici, il deismo inizia a svanire intorno alla seconda metà del XVI secolo in campo scientifico, per poi svanire definitivamente nell’etica e nella politica nel XVIII secolo. I miti cambiano e ora si entra in quel sistema di credenze che va sotto il nome di umanesimo. Vediamo in ordine che mutamenti ha caratterizzato prima nell’ordine scientifico e poi in quello sociale.
Se nel Medioevo uno scienziato si muoveva secondo i criteri della somiglianza, in età Rinascimentale è la misura che determina il sapere. Figura centrale in questo caso è il filosofo francese René Descartes, che da una direzione metodologica all’Occidente. Egli esclude la somiglianza come determinazione fondamentale della conoscenza e indica in essa un groviglio confuso che va misurato, analizzato ed ordinato. La figura dello scienziato non è più quella del sacerdote che dava indicazioni sulla natura delle cose basandosi sulla Bibbia, ma ha a che fare con specifici strumenti di calcolo che sezionano il mondo.
Si è però detto che nell’ordine sociale l’umanesimo prende completamente piede solo nel XVIII secolo. Ma la sua ascesa inizia prima e il suo percorso è ben delineato dalla storia del pensiero politico liberale. I primi segni di cambiamento si ritrovano nella Lettera sulla tolleranza di John Locke, che il filosofo scrive nel 1685. Per la prima volta, si teorizza una separazione netta tra potere civile e potere ecclesiastico. Scrive Locke:

“..dico questo: qualunque sia la sua origine, poiché si tratta di un’autorità ecclesiastica, essa deve essere rinchiusa entro i confini della Chiesa e in nessun modo può estendersi alle cose civili, in quanto la stessa Chiesa è distinta e separata dallo Stato e dalle faccende civili.”

Questa distinzione diventa ancora più ampia in Voltaire, che scrive nel 1763 il Trattato sulla tolleranza. E infine essa viene considerata di per sé evidente da John Stuart Mill nel suo Saggio sulla libertà del 1859.

E tuttavia questo ancora non basta a distanziarsi dall’autorità divina. L’età moderna ha in serbo molto di più. Infatti è in essa, in particolare nel XVIII secolo, che nasce quella sfida con cui il soggetto cerca di dare un senso alla sua presenza nel mondo, a prescindere da comandi esterni o da autorità di
qualsiasi tipo. L’essere umano si rende conto ad un certo punto di possedere una coscienza e desideri propri. L’umanesimo si basa precisamente su questa esperienza interiore e sulla sua centralità. Il principio della vita individuale non si regge più su una divinità che detta leggi ma sulla persona stessa che si pone come fondamento della sua libertà.
La nostra indagine prosegue ora a partire dalla scoperta della soggettività e del suo inestimabile valore.

Fascismo, liberalismo e nazionalismo

La coscienza individuale è il punto fermo su cui poggia l’umanesimo, come abbiamo visto. Tuttavia questo non significa che esso sia rimasto uniforme. Ha subito invece delle scissioni, le quali sono emerse nel XIX secolo e si sono scontrate nel XX secolo. Si possono individuare tre diversi rami: l’umanesimo liberale (di cui abbiamo già incontrato diversi autori), quello evoluzionista (i cui più noti fautori furono i nazisti) e quello socialista (che si appoggia sulle teorie di Karl Marx).
Lasciando da parte l’ultimo dei tre, concentriamoci sulle differenze che intercorrono tra liberalismo ed evoluzionismo. Entrambe condividono una radice comune, ovvero la valorizzazione dell’esperienza umana, ma la trattano in maniera profondamente diversa.
Il liberalismo da una parte mette il sentire interiore di chiunque sullo stesso livello e si impegna a garantire gli stessi diritti a tutti, senza distinzione alcuna. L’arte, l’economia, l’etica e la politica non sono più fondati su canoni oggettivi stabiliti da un’autorità divina, ma si costruiscono a partire dal soggetto, che contribuisce a illuminare il mondo da una diversa prospettiva.
L’evoluzionismo invece non ha una visione orizzontale dell’esperienza umana e sostiene che esistano individui più forti di altri e che in quanto tali hanno il diritto di schiacciare i più deboli. Una grande personalità come Beethoven non è sullo stesso piano di un nullafacente che nella vita non ha combinato niente. Metterli sullo stesso piano significa svalutare il primo, impedendogli così di esprimere il suo potenziale appieno. Secondo questa logica, se il genere umano si sbarazza dei più deboli mano a mano progredirà sempre di più, diventando sempre più forte ed adatto.
Nel XX secolo, alla fine della seconda guerra mondiale, il liberalismo ha sconfitto l’evoluzionismo. Per decenni si è ritenuto improbabile, se non addirittura impossibile, che si potesse tornare in tempi brevi ad una situazione politica simile a quella vissuta nella prima metà del ‘900. Eppure oggi un certo tipo di fascismo sembra assumere un consenso sempre più crescente.
Arrivati a questo punto occorre fare chiarezza su cosa sia il fascismo e quale sia la narrazione di cui si fa portatore. Di certo non è estremo quanto il nazismo, che pur partendo dalla stessa base arriva a risultati e strutture diverse. Può essere però utile differenziarlo dal nazionalismo, con il quale sovente viene confuso. Vediamo dunque in che cosa differiscono.
Il nazionalismo viene additato dal senso comune come qualcosa di negativo e di opposto al liberalismo, ma si tratta di un errore. Nel XIX secolo, il primo procedeva fianco a fianco del secondo, celebrando tanto l’esperienza individuale quanto l’unicità delle singole nazioni. La visione nazionalistica infatti mi dice che la nazione in cui vivo è unica e che ho obbligazioni speciali nei suoi confronti. Questa unicità non crea dislivelli con gente di origine differenti dalla mia, anzi mi permette di valorizzare le caratteristiche di altre culture senza giudicarle inferiori. Inoltre il nazionalismo garantisce una forte coesione tra individui e oggi paesi con un alto senso di appartenenza come il Giappone o la Norvegia possono vantare un grande benessere economico e sociale.
Il fascismo al contrario mi dice che la mia nazione è superiore a tutte le altre e che  ho doveri esclusivi nei confronti di essa. Non deve importarmi di niente e di nessuno al di fuori della mia nazione. Il fascismo non permette che ci siano più identità né che si sia fedeli a più gruppi perché ignora le complicazioni che sorgono quando due individui con credenze e visioni differenti si incontrano. L’unica identità che conta è quella nazionale e se la mia nazione richiede l’uccisione di milioni di innocenti, piuttosto che il sacrificio della mia famiglia e dei miei amici io non devo far altro che obbedire. Non c’è spazio nemmeno per la verità o per la bellezza, a meno che non siano utili alla nazione.
Così descritto, il fascismo sembra qualcosa che nessuno desidererebbe mai. Quello di cui ancora non abbiamo parlato però è del perché esso sia così seducente. Prendendo in considerazione questo elemento potremo provare a rispondere alla questione posta all’inizio dell’articolo.

La tentazione del fascismo

Nella vita reale la malvagità non si caratterizza sempre come un orrendo mostro dal corpo purulento e le molte teste. Anzi nella gran parte dei casi ci viene dipinta come una panacea universale per tutti i problemi dell’umanità. Questo è quello che fa il fascismo. Esso fa sì che le persone si vedano come membri di una comunità che è la migliore delle comunità possibili: la nazione. Così l’orrenda descrizione che mi viene fornita cozza con quello che mi viene fatto vedere. Con l’aggravante che quest’ultimo è uno specchio irrealistico e costringe la complessità dell’esistenza ad adeguarsi ad una narrazione che in nome della semplicità compie atrocità e violenze. Quando ti guardi allo specchio del fascismo ti vedi molto più grande di quanto in realtà sei.
Questo significa che l’umanità è tornata agli anni 30 del secolo scorso? Nient’affatto. Quel che abbiamo conosciuto nella prima metà del XX secolo è un tipo di struttura politica unica, che non può tornare così com’era oggi semplicemente perché non è in linea con le tecnologie che si sono sviluppate così velocemente in Occidente. In questo senso, si può dire che un certo tipo di fascismo non potrà mai tornare, come è stato accennato all’inizio di questa indagine. Esso però può tornare sotto un’altra forma che l’Occidente rischia di non riconoscere.
Stiamo infatti attraversando un’epoca di transito in cui alcune credenze fondanti stanno svanendo in favore di altre, come si è visto è accaduto nel XVI secolo. Cioè stiamo passando dall’umanesimo al culto dei dati o datismo. Se quindi prima il centro della narrazione umana era l’esperienza individuale, ora mano a mano, con l’avvento dei social network e la rivoluzione informatica, sono i dati a star diventando sempre più importanti. La politica così diventa la lotta al controllo del grande fluire di dati che le nuove tecnologie producono in gran quantità.
Nulla impedisce ad un nuovo fascismo di emergere grazie all’utilizzo di fake news e di un certo tipo di comunicazione volta a creare le famose camere dell’eco di cui ultimamente si parla tanto. Se oggi un semplice algoritmo ha il potere di associare su Google tutte le foto del presidente americano Donald Trump alla parola idiot, non sarà difficile creare uno specchio di dati che ci dia un’immagine distorta e semplicistica della realtà.

Giulio Mastrorilli

Bibliografia:

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Rousseau J-J., Origine della disuguaglianza, Feltrinelli, Milano 2013
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