Storia

La corsa alla montagna perfetta: una tragica vittoria

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December 26, 2018

La sua forma è inconfondibile. Una piramide perfetta, elegante, su cui gli elementi naturali hanno svolto un’opera di erosione con la precisione di un’artista. Il Cervino è questo. Non solo una montagna, ma il simbolo per eccellenza della vetta imperitura e inaccessibile. Il mito di questo luogo, nato dalla sua bellezza e dalla presunta impossibilità della scalata, ha condizionato in maniera irreversibile la propria storia. Una storia che, partendo dal capitolo principale, ossia la prima ascensione, è stata più volte romanzata e mistificata. Pertanto, come quando si percorre un sentiero scosceso e veniamo rapiti dalla vista, bisogna fare attenzione ai propri passi, per evitare cadute banali.

Secondo Motti, grande alpinista intellettuale degli anni ’60 e ’70, la vicenda del Cervino rappresenta per l’alpinismo “un capitolo epico e suggestivo, importante non tanto per le difficoltà superate […] ma perché è un capitolo di storia tragico e affascinante, capace di definire un quadro fedele dell’epoca”.[1] In effetti, le vicissitudini e i colpi di scena che fecero da sfondo all’avvenimento furono singolari e caratterizzati da una casualità foriera di fortuna e, allo stesso tempo, di sventura. Casualità che incontriamo subito con l’arrivo tra le Alpi nel 1860 di uno dei protagonisti, l’inglese Edward Whymper.

Whymper non era un’alpinista. Perlomeno, non giunse come un’alpinista, bensì come un incisore a cui erano stati commissionati da un importante pubblicatore londinese dei disegni riguardanti le montagne più importanti delle Alpi. L’ispirazione scaturita da questi luoghi non si tradusse però solo in disegni, ma anche in escursioni. L’incisore inglese infatti si innamorò perdutamente delle Alpi e iniziò a esplorarle. La figura di Whymper, in questo modo, diventò centrale per l’alpinismo, in un’epoca dove la finalità scientifica delle ascensioni era ormai soppiantata dalla volontà semplice e pura di salire le vette vergini. Non a caso questo periodo combacia con la corrente del Romanticismo e non poteva essere altrimenti: volendo estremizzare, la figura dello scienziato armato di barometro lasciò il posto a un avventuriero benestante, munito di corda e piccozza. Anche le guide, i cosiddetti valligiani o montanari, si evolsero. Non sono più, in gran parte, cercatori di cristalli senza iniziativa e prestati ad accompagnare i cittadini in vetta, ma figure “ in grado di scegliere l’itinerario per il loro cliente e di trarlo anche d’impaccio nelle situazioni più difficili”.[2] Ovviamente i mutamenti descritti non furono repentini, ma lenti e costanti e, cosa più importante, influenzati da vari fattori. Il principale fu lo scambio culturale e economico tra i cittadini e i valligiani, sotto forma di turismo, che per tutto l’800 interessò l’arco alpino, soprattutto quello occidentale.

Tornando al nostro Whymper, l’inglese avviò la sua attività di alpinista provetto nel 1861, con la scalata del Mont Pelvoux nelle Alpi del Delfinato, una zona appartenente alla Savoia. Da qui partì una serie mirabolante di conquiste e successi, che toccò l’apice nel biennio 1864-1865. Nel primo anno fu scalata la più importante vetta del massiccio del Delfinato, la Barre des Écrins. Ovviamente erano spedizioni di gruppo, in cui Whymper non era l’unico elemento protagonista. Le guide, in questo caso, furono Michel-August Croz e Christian Almer, due tra i più fieri montanari e validi rappresentanti di una nuova generazione di accompagnatori, che troveremo anche in seguito. Un anno dopo, raggiunto un altro massiccio, quello del Monte Bianco, Whymper compì un’impresa notevole. Per la prima volta fu salita la vetta delle Grandes Jorasses, seconda in altezza nella “costellazione” del massiccio del Monte Bianco ma, sicuramente, tra le più difficili. L’alpinista inglese, “grado” ormai conquistato sul campo, non era sazio: come si suole dire più si mangia e più si ha fame. Quello che avvenne nelle ore seguenti ha dell’incredibile e appartiene a un’epoca ormai remota. Conquistata la cima vergine delle Grandes Jorasses, “cinque giorni dopo, Whymper, instancabile, è a Chamonix, fermamente intenzionato a conquistare un’altra vetta magnifica e difficile, rimasta ancora inscalata: l’Aiguille Verte”.[3] Non una cima qualsiasi, soprattutto per la sua difficoltà, ma anche per le problematiche realizzative: Whymper dovette fare a meno del fidato Croz, impegnato con altri clienti sulla stessa vetta, ma si lanciò comunque con le guide Almer e Biner sulla parete. Così, dopo solo cinque giorni, l’alpinista inglese vinse la seconda cima inviolata.

A questo punto rimaneva lei, la montagna perfetta. Whymper arrivò in Valtournanche, lo sguardo rivolto al Cervino. Quella vetta, famosa per le sue linee impossibili, la conosceva ormai in ogni dettaglio; le pareti, le creste e le insidie maggiori non sono più un rebus per l’inglese. Infatti Whymper era già stato lì e non aveva soltanto ritratto il Matterhorn[4]: aveva già tentato la scalata per ben sette volte.

Torniamo un attimo indietro. Nel 1857 Whymper era ancora a Londra, inconsapevole del suo talento alpinistico. Il Cervino, re incontrastato della Valtournenche, attirava le curiosità dei montanari, ma ne respingeva qualunque pulsione più forte: troppo verticali le sue pareti per essere vinte, troppi miti a creare una specie di confine invalicabile. Ma qualcosa stava cambiando. Infatti, al di là delle leggende che avvolgevano la montagna[5], i valligiani avevano tentato i primi approcci alla parete del versante italiano, irta di difficoltà e pericoli. Questa iniziativa delle guide, come abbiamo visto, non deve sorprendere, ma in questo caso ci furono delle specifiche cause locali. Tra le prime l’influenza del canonico Georges Carrel, che aveva intuito i possibili benefici di una conquista del Cervino; l’impresa, seguendo il filone aperto dal Monte Bianco, poteva diventare il volano per un nuovo afflusso turistico che avrebbe migliorato le condizioni economiche della zona. Questa idea, però, doveva trovare dei sostenitori. Il messaggio fu intercettato dal sacerdote Aimé Gorret, un “personaggio straordinario, montanaro di pura razza ma assai colto ed erudito”[6] che riuscì a dare un ulteriore stimolo alla comunità. Da quest’ultima emerse la famiglia Carrel (non era imparentata in alcun modo con il canonico Georges ), che con i fratelli Jean- Jacques e Jean-Antoine Carrel si prodigò a scalare il Cervino. Il primo tentativo vide infatti protagonisti Gorret e i fratelli Carrel, probabilmente nel 1857. Si susseguirono altri tentativi, alcuni composti da altri personaggi, fino a che arrivò Whymper nel’61. L’inglese aveva appena scalato il Mont Pelveux e vedeva per la prima volta la vetta irraggiungibile, ormai premio ambito da molti. Conscio delle difficoltà della montagna, chiese subito ai locali il nome della migliore guida. Gli fu risposto un unico nome: “Jean-Antoine Carrel”. Iniziò da qui una lunga collaborazione tra i due che, tra alti e bassi, portarono la coppia a sfiorare l’impresa.  Rimane difficile analizzare il rapporto di questa coppia. Quel che è certo, e che emerge anche dalle memorie di Whymper, è che l’inglese stimasse Carrel o, perlomeno, le sue capacità alpinistiche, tanto che lo chiamò con sé nell’esplorazione delle Ande dopo il 1865. Molto diverso è il discorso riguardante Carrel. La guida aveva, nell’accompagnare Whymper, sia un interesse personale che economico. Inoltre la sua fedeltà nel rispettare i patti con il proprio cliente non fu mantenuta, dato che ricevette delle pressioni decisive. Però bisogna ricordare come, nel periodo in questione, l’attività di guida non avesse norme specifiche e che i valligiani cercassero semplicemente di portare avanti un’attività remunerativa, correndo tra l’altro grossi rischi. Insomma, il concetto di fedeltà era molto più labile e complesso di adesso. Dopo gli insuccessi iniziali, di cui fa parte anche un tentativo in solitaria, Whymper decise di allontanarsi dalla zona. Iniziò quel biennio d’oro di conquiste e successi, intervallato dalla settima spedizione infruttuosa sul Cervino, che abbiamo visto all’inizio dell’articolo. Durante questi due anni la situazione a Breuil cambiò velocemente, senza che Whymper potesse immaginare nulla, soprattutto perché comparve un nuovo protagonista: il Club Alpino Italiano (C.A.I.).

Nato nel 1863, il CAI aveva degli indubbi legami con la scena politica nazionale: era stato fondato infatti dall’allora ministro delle finanze Quintino Sella. Quest’ultimo fu politico e alpinista esperto, che ravvisava nelle montagne un possibile elemento unificatore per le genti del Nord, del Centro e del Sud. “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” e Sella cercò di crearli attraverso le scalate, ma non scalate qualunque. C’erano delle vette ben precise che simboleggiavano, ipoteticamente, quella tanto ricercata identità nazionale comune. Una di queste era il Monviso, la “montagna dei piemontesi” (non a caso i principali fautori dell’Unità d’Italia), che però fu salita per la prima volta nel 1861 da una cordata di stranieri, formata, tra gli altri, dall’onnipresente Michel-August Croz. Sella lo scalerà due anni dopo e, proprio dopo questo evento, fondò il CAI. Ma non poteva lasciarsi sfuggire l’ultimo simbolo alpinistico, quel Cervino che resisteva stoico a tutti gli attacchi, anche dei più agguerriti conquistatori: gli inglesi. La corsa alla vetta diventò quindi anche un caso politico, architettato segretamente da Quintino Sella e l’amico Felice Giordano, tra i soci fondatori del CAI. Il loro obiettivo fu, fin da subito, contattare Jean-Antoine Carrel e assoldarlo per la scalata del Cervino, estromettendo Whymper dalla spedizione. Il tutto si svolse tramite un serrato carteggio tra i protagonisti e un incontro tra Sella e Carrel a Biella nel 1864. Questo susseguirsi di eventi viene trattato e analizzato in maniera eccellente da Pietro Crivellaro e Lodovico Sella nell’articolo “Quintino Sella e la battaglia del Cervino: le lettere ritrovate con il retroscena politico e con la regia dello statista alpinista”.[7]    Nell’estate del 1864, per un impedimento fisico e i soliti impegni istituzionali, Sella non riuscì a raggiungere Carrel per tentare l’impresa. Fu quindi rimandato tutto l’anno dopo, quando però, con il morale al massimo, ricomparve Edward Whymper.

Siamo quindi ritornati al punto precedente all’excursus. Luglio, 1865. Whymper, sulla strada per Breuil[8], cercò di convincere la guide ad accompagnarlo sul Cervino, ma la richiesta gli venne negata: “Anything” disse Almer “ but Matterhorn, dear sir!”.[9] Così l’alpinista inglese andò in cerca di Carrel, che trovò poco dopo in uno chalet con suo fratello, il sacerdote Gorret e la guida Maquignaz. I quattro erano appena tornati da una ricognizione sulla montagna finita in anticipo a causa del maltempo. Whymper parlò con Carrel e i due arrivarono ad un accordo di massima, in cui la guida si impegnava a tentare nuovamente con l’inglese la via del versante italiano nei giorni seguenti. In verità Carrel aspettava il giorno giusto per preparare la salita con i suoi compagni sul Cervino, come pattuito con Sella e Giordano. L’inglese probabilmente avrebbe intuito la sua estromissione troppo tardi, se non che , per puro caso, incontrò i Carrel pochi giorni dopo. I due fratelli erano intenti a preparare il necessario per la scalata e, recitando come un attore, Jean-Antoine Carrel addusse la scusa dell’aiuto ad alcuni portatori. Whymper chiese allora delle conferme sul loro accordo, ma il montanaro rispose che lui e il fratello non erano più disponibili, anzi, avevano l’impegno con una “famiglia distinta”[10] per visitare la regione. Una situazione a dir poco bizzarra, sennonché diventò ancor più strana: passarono infatti la sera insieme a bere e parlare delle spedizioni passate. Infine, la mattina dell’undici, Whymper ebbe il peggior risveglio possibile. Apprese infatti dal proprietario della locanda che alcune guide stavano salendo sul Cervino e, dopo poco, scoprì la loro identità: Jean-Antoine Carrel, César Carrel, Charles Gorret e Jean-Joseph Maquignaz. L’inglese, arrabbiato e sconfortato, ebbe però una reazione più che lucida e si incamminò velocemente verso Zermatt, un paesino alle pendici del Matterhorn dal lato svizzero. Non tutto era perduto per Whymper che, conoscendo le caratteristiche dei Carrel, sapeva di poter contare su di una maggiore velocità nella scalata. Le incognite però erano due: la prima riguardava l’ipotetico itinerario di salita sul versante svizzero, meno battuto di quello italiano, di cui Whymper possedeva poche informazioni; l’altro problema, invece, era rappresentato dal creare un gruppo di guide nel minor tempo possibile. Anche in questo frangente il caso sembrò aiutare Whymper. Arrivato a Zermatt l’inglese incontrò un suo conterraneo, Lord Francis Douglas, “il quale in breve riuscì a convincerlo a tentare lungo la più facile cresta svizzera, studiata a lungo dalla sua dalla sua guida Peter Taugwalder”.[11] Ma non solo. A Whymper, Douglas e Taugwalder si aggiunsero velocemente altri cinque elementi: i due figli di Taugwalder, il reverendo Charles Hudson, Roger Hadow e, per l’ennesima volta, l’espertissimo Michel -August Croz. Una cordata agguerrita, numericamente abbondante (forse troppo), contrapposta a quella di Carrel, già intenta a sfidare il versante italiano. La sfida era aperta.

All’alba del 13 luglio, il gruppo di Whymper partì da Zermatt per avvicinarsi alle pendici della montagna e riposarsi per la salita vera e propria. Il giorno seguente, dopo una notte rinfrancata dalle bevande calde e i canti alpini, iniziò ad aleggiare un cauto ottimismo; il tempo perfetto, la cresta dell’Hörnli più facile del previsto e una crescente euforia portarono la cordata di Whymper a salire molto velocemente, mentre Carrel e compagni avanzavano

lentamente sul tenace versante italiano. Superato un ultimo tratto di notevole difficoltà, dove Croz sfoderò le sue doti eccellenti da scalatore, Whymper e i suoi compagni si trovarono finalmente sulla vetta del Cervino.

Whymper si premurò subito di controllare che non ci fossero delle orme sulla neve, per avere la sicurezza di essere effettivamente il primo. La neve risultò immacolata. L’inglese si sporse nel baratro, per cercare la cordata di Carrel: la trovò subito, bloccata molto più in basso sulla parete. Whymper e Croz iniziarono a urlare di gioia, a smuovere le rocce con i bastoni, per dimostrare a chiunque stesse sotto il proprio successo. Jean -Antoine Carrel si accorse degli strepiti e della scarica di sassi, rimanendo incredulo e attonito. La guida iniziò la discesa con il proprio gruppo e tornò mestamente a Breuil da sconfitto.

Whymper, al suo ottavo tentativo, aveva raggiunto il suo obiettivo. Il Cervino era stato scalato e al gruppo vincitore non rimaneva che scendere, raggiungere Zermatt e festeggiare tutta la notte. Fu usata una corda per legarsi in questa disposizione: ad aprire la discesa Croz, poi Hadow, Hudson, Douglas, Taugwalder, Whymper e il figlio di Taugwalder. Il primo tratto, quello più difficile, fu affrontato  e superato con grande calma e cautela. La discesa continuò, finché quella che era un’impresa si trasformò in una tragedia. Accadde tutto in pochi attimi: Hadow, dopo essere stato aiutato da Croz, scivolò e travolse la guida, risucchiando nel vuoto anche Hudson e Douglas. Whymper, che si trovava dietro un masso, riuscì comunque a vedere parte dei corpi scivolare in giù e, disperatamente, cercò un appiglio a cui aggrapparsi ,con i Taugwalder a seguirlo. Purtroppo la corda, tesa al massimo nello sforzo di trattenere i corpi cadenti, si spezzò di colpo tra Douglas e Peter Taugwalder: Croz, Hadow, Hudson e Douglas precipitarono nel baratro, mentre gli altri tre non poterono fare nulla per evitarlo.

I tre sopravvissuti riuscirono a raggiungere Zermatt, dopo una discesa che, negli scritti di Whymper, lascia trasparire lo shock e la paura dei protagonisti. Fu la conclusione di una tragica vittoria, che ebbe grande eco in Europa tra sdegno generale e critiche, ma che non fermò l’alpinismo. Tanto che, due giorni dopo, Jean-Antoine Carrel riuscì ad arrivare sulla vetta del Cervino salendo per il versante italiano.

Jacopo Giovannini

Note:

[1]G. P. Motti e E. Camanni (a cura di), La storia dell’alpinismo, Priuli & Verlucca, Scarmagno 2013, p. 95.

[2] G.P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit.,p. 91.

[3] G.P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., p. 97.

[4] Toponimo tedesco del Cervino.

[5] Crf. E. Whymper, , Scrambles Amongst the Alps in the Years 1860-69, Londra 1900, p. 74. Whymper descrive le credenze degli abitanti locali riguardanti il Cervino, che comprendono demoni, spiriti dei dannati e una città in rovina sulla vetta.

[6] G.P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., p. 100.

[7] Crf. M. Gentilini e F. Cardarelli (a cura di), Gli archivi e la montagna. Scritti in onore di Paolo De Gasperis, CNR-SeGID 2014,  pp. 25-84.

[8] Era il paese da cui partivano le spedizioni per il versante italiano del Cervino.

[9] Crf. E. Whymper, , op. cit., p. 364. La traduzione è:” Tutto, tranne il Matterhorn, egregio signore!”.

[10] Crf. E. Whymper, , op. cit., p. 365. Carrel si riferiva probabilmente a Felice Giordano.

[11] G.P. Motti e E. Camanni (a cura di), op. cit., p. 103.

Link immagini:

Immagine 1 –  https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c8/Page_117_-_Scrambles_amongst_the_Alps_-_Whymper.jpg

Immagine 2 – https://images.fineartamerica.com/images-medium-large-5/the-matterhorn-edward-whymper-and-his-mary-evans-picture-library.jpg

Immagine 3 – https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7f/Matterhorn_disaster_Dore.jpg

Bibliografia:

G. P. Motti e E. Camanni (a cura di), La storia dell’alpinismo, Priuli & Verlucca, Scarmagno 2013.

E. Whymper, , Scrambles Amongst the Alps in the Years 1860-69, Londra 1900.

M. Gentilini e F. Cardarelli (a cura di), Gli archivi e la montagna. Scritti in onore di Paolo De Gasperis, CNR-SeGID, 2014.

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