Storia

Le streghe nell’immaginario collettivo medievale

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December 26, 2018

Nell’immaginario collettivo la strega ha da sempre esercitato un ruolo centrale assommando su di sé tutte le caratteristiche della devianza. Basta prendere a conferma di ciò tutte le credenze riguardanti, ai rituali per rendere omaggio al diabolico, le trasformazioni in animali o i banchetti a base di bambini. Per dare una inquadratura storica del fenomeno della stregoneria e della figura della strega, bisogna tornare indietro nei secoli in un’Europa in cui venne dato il via a quella brutale pratica che fu la caccia alle streghe. I recenti studi su questo argomento hanno portato a suddividere la caccia alle streghe in tre distinte fasi: una prima ondata di persecuzioni prese il via dopo la promulgazione della bolla pontificia Summis Desiderantes Affectibus (1484) e supportata dalla pubblicazione del testo Malleus Maleficarum (1486), considerato una sorta di “bibbia” per chi aveva intrapreso la carriera di cacciatore di streghe o per i demonologi. Questa prima fase di persecuzione, durata all’incirca un trentennio, toccò principalmente una specifica area geografica comprendente: la Germania renana, la Stiria, il Tirolo, le Alpi italiane e i Pirenei. Dopo una breve pausa la giustizia ecclesiastica riprese ad operare a pieno regime dalla seconda metà del XVI secolo, questa volta andando a interessare principalmente i paesi di religione protestante. Raggiunto il suo apice massimo la persecuzione andò lentamente scemando, si ebbe ancora qualche processo nel XVIII secolo ma nulla di più. Tutto il contesto per la caccia alle streghe fu preparato da un’opera di brutale mistificazione messa in atto dai demonologi per fissare la nuova ideologia a ogni livello del tessuto sociale. Tutto un variegato di conoscenze, rituali e culti presenti nelle campagne dell’Europa fu stereotipato dall’immaginario giudaico-cristiano e inserito nella pratica conosciuta come Sabba diabolico. In tale pratica vengono inseriti anche un nucleo di credenze pagane, emerse e giunte sino a noi da varia documentazione, come: un rituale dedicato a una divinità femminile, l’uccisione rituale di animali o uomini e il volo notturno a cavallo di animali. La pratica del volo notturno merita un discorso particolare e più approfondito, prendendo in considerazione gli scritti di Alfonso Tostado, professore di filosofia, teologia e diritto del collegio di Salamanca. Il professore dava una giustificazione del volo notturno facendo riferimento all’evento in cui il diavolo grazie al suo potere riuscì a trasportare Cristo in volo prima nel deserto, su un pinnacolo del tempio e infine sulla cima di un monte elevato (Matteo e Luca). Tostado giunge alla conclusione che se il diavolo riuscì a trasportare Cristo stesso in volo, allora esso potrà trasportare chiunque altro. Conclude la sua tesi affermando che i diavoli possono trasportare gli uomini in luoghi differenti e avere la collaborazione diabolica per la realizzazione dei malefici. Prendendo in esame le confessioni delle streghe sotto processo, vi sono alcuni elementi che, per quanto filtrati dalla logica inquisitoriale e demonologica, fanno riferimento all’uso di sostanze psicotrope, in particolare la pratica di spalmarsi il corpo con un particolare unguento prima di recarsi al sabba (pratica attestata in molti processi svoltisi nel XV secolo). Nell’immaginario stregonesco va poi inserito anche l’utilizzo di molte piante, molto comuni sul nostro continente, con effetti tossici: la miscelazione, per esempio, della Belladonna con la Cicuta provoca delle forti allucinazioni, e non dovevano essere neanche ignoti gli effetti allucinogeni della Segale Cornuta. La visione della strega come abile manipolatrice di erbe, filtri e veleni, capaci di provocare visioni o indurre eventi innaturali, era molto diffusa già in età classica, ma il collegamento tra il volo magico e l’utilizzo di particolari unguenti appare solo successivamente e in particolare nella documentazione cristiano-medievale. Questo famigerato unguento viene continuamente citato in tutti i manuali inquisitoriali, dove venivano riportate perfino le ricette per la sua preparazione con tanto di descrizione di ingredienti orripilanti e grotteschi: grasso di bambino non battezzato, sangue di pipistrello, vipere, rospi, ossa di morti, sangue mestruale e così via. Nei manuali si faceva solo un breve accenno alle “erbe delle streghe” ma non venivano identificate nello specifico. Con la trattazione fatta da Della Porta si comincia ad avere una prima conoscenza più approfondita delle sostanze neuro psicoattive contenute nell’unguento e il delirio indotto che provocano a chi ne fa uso. Egli stesso assiste al fatto, in cui una vecchia cosparsasi il corpo di tale unguento cadde quasi istantaneamente in quello che poteva sembrare un sonno profondo. Con il passare del tempo il filtro perde il suo effetto e al risveglio la vecchia racconta, delirando, di aver percorso in volo delle grandi distanze superando mari e monti. Della Porta conclude che: “la bramosia di sensazioni ha spinto l’uomo ad abusare di determinate sostanze che la natura offre. Molte di queste sono riunite e miscelate per la creazione degli unguenti delle streghe. Benché siano mescolati a molte superstizioni non vi è dubbio che la loro efficacia derivi da elementi presenti in natura. Esse cuociono grasso di bambini stemperato con acqua, alla pasta rimanente aggiungono aconito, foglie di pioppo, sangue di pipistrello, solano sonnifero e olio”. Degli elementi descritti vanno presi in considerazione l’aconito e il solano sonnifero. L’aconitum nepellus è una pianta erbacea presente in tutta Europa, tra i suoi principi attivi troviamo napellina, aconitina, luteolina e apigenina, ed è uno dei veleni vegetali più potenti. I preparati a base di aconito applicati alla cute provocano: eccitazione sensoriale, effetto anestetico, paralisi dei centri bulbari e irregolarità cardiache. Il solano sonnifero o atropa belladonna è anch’essa una pianta diffusa in tutta Europa, soprattutto nelle radure e lungo le strade boschive, il suo frutto è una bacca nera e lucida grande quasi come una ciliegia. La pianta contiene vari alcaloidi come la scopalamina, iosciamina, atropina. Nel processo di disidratazione la ioscamina muta la sua struttura chimica e diventa atropina, la quale è una delle sostane delirio-inducenti più potenti. Questi sono solo due esempi della varietà di piante che facevano uso le streghe. Venivano utilizzate piante come: Il Giusquiamo, la Datura stramonio, l’Atropa mandragora, tutti farmaci doso dipendenti che a bassi dosaggi provocano euforia, benessere, disturbi della memoria e alterazioni spazio temporali. Una delle obbiezioni, veicolate dalla critica, contro l’ipotesi dell’induzione farmacologica di esperienze psichiche, è che l’utilizzo di questi unguenti era un’applicazione diretta sulla cute e ciò non consentiva un assorbimento delle sostanze in maniera apprezzabile. In risposta a tale affermazione, bisogna tenere conto che questi unguenti trovavano applicazione su pelle lacera, carne viva o piaghe, in tali condizioni la loro azione psicotropa poteva essere molto rapida, anche di più rispetto all’ingestione o inalazione. L’igiene, specie tra le classi più povere, era del tutto approssimativo, malattie scrofolose, parassiti di ogni genere, carenze vitaminiche e alimentari erano tutte cause di prurito, piaghe e infezioni. Gli unguenti, che i pazienti andavano a richiedere alle streghe erboriste, avevano funzione lenitiva per il dolore e in alcuni casi curativa, ma molto frequentemente provocavano reazioni tossiche. Molti ingredienti, elencati in precedenza, venivano inseriti nella pomata con varie funzioni in base all’effetto che si desiderava: vulneraria (foglie di pioppo), sedativa (solanacee), antiflogistica e antibatterica (olio di iperico). Tali ingredienti non solo lenivano il dolore e curavano ma davano in aggiunta “sogni dilettevoli”. Si può quindi giungere alla conclusione che gli stati tossici indotti dall’utilizzo di questi unguenti, provochino nel paziente delle immagini di origine sensoriale che vengono percepite e vissute come reali. Coloro che affetti da piaghe dolorose o algie varie si rivolgono alla strega erborista per procurarsi i farmaci necessari (ipnotici, tranquillanti, neurolettici) e vengono inconsapevolmente iniziati ai misteri del sabba diabolico e legati ad una assuefacente tossicodipendenza. Il mito stregonesco, nato nel medioevo costruito dal potere religioso e la successiva attuazione della persecuzione, fondava le sue radici su una vasta ed effettiva permanenza, nell’Europa medievale, di riti e credenze connessi ad una religione agraria pre-cristiana. La grande antropologa Margaret Murray sviluppò una tesi secondo cui; il culto delle sacerdotesse di satana, figura costruita dalla demonologia medievale, non fu né un mito né una calunnia ben utilizzata dal potere del XVI secolo, ma rappresenta la permanenza di una antica religione pagana (un culto pre-cristiano della fertilità) sopravvissuto anche dopo l’avvento del cristianesimo. La coesistenza di questo mito contadino con l’evangelizzazione dell’Europa, sviluppò intolleranza della chiesa verso le pratiche magiche, presto considerate demoniache. Ad avallare la tesi della Murray abbiamo delle testimonianze di antichi come: Artemidoro, Posidonio, Strabone, Cesare, Tacito, S. Agostino, riguardanti le religioni dei barbari e dei popoli celtici che prevedevano liturgie orgiastiche, sacrifici umani, tecniche divinatorie, selve usate come templi e sacerdozio femminile tutte componenti tipiche di quello che in seguito verrà chiamato “culto satanico”.

Nel 1231 il papa Gregorio IX nominò il primo della serie di grandi inquisitori, che per i secoli successivi terrorizzarono l’Europa: Corrado di Marburgo, un folle sanguinario che per un biennio trasformò la valle del reno nel teatro di una delle più efferate giustizie contro una setta di seguaci di Lucifero che, a suo dire, compiva ogni genere di nefandezze e congiurava contro dio e la chiesa di Roma. L’assassinio di questo fanatico inquisitore comportò il momentaneo arresto della persecuzione ma convinse il papa che tale setta esisteva realmente, tanto che reputò necessaria l’emanazione di una bolla per rendere noto all’intera cristianità le notizie che erano state raccolte in merito. La bolla papale del 1233 suggeriva all’Inquisizione i termini per la lotta contro l’eresia, in particolare quella catara che non era ancora stata completamente domata. Nel documento pontificio la figura della strega è già perfettamente delineata e i rituali alla presenza del signore delle tenebre è descritto con precisione e che avrà innumerevoli riedizioni con sempre più ingegnose varianti nei secoli successivi. Quando all’assemblea dei reprobi si accoglieva un neofita, costui doveva compiere una serie di rituali per essere accettato: come primo all’apparizione di una rana o un rospo costui doveva baciare l’animale sull’ano o sulla bocca oppure leccare la lingua o la bava.

Il passo successivo era abbracciare un uomo dal pallore spaventoso, niente più che pelle e ossa e freddo come il ghiaccio l’effetto immediato era lo scordarsi immediatamente della fede cattolica. Dopo aver banchettato il nuovo adepto per primo doveva baciare le parti posteriori di un gatto nero della grandezza di un cane, dopo di che tutti i presenti si abbandonavano alla lussuria più sfrenata senza distinzione di sesso. Nei punti di confluenza fra l’universo leggendario germanico e quello delle mitologie greco-romane, il cristianesimo aveva trovato la coerente e constante presenza del demonio: le orge bacchiche, i riti della fertilità, i fauni, le divinità delle acque dei boschi e dei campi, le fate, gli elfi, gli gnomi, i folletti e tutti gli innumerevoli abitatori della notte con il cristianesimo si mescolarono in un’unica orda infernale. Cinquant’anni prima della Vox in Rama il teologo Giovanni di Salisbury aveva raccolto nella sua opera, Polycraticus, le più varie versioni del Sabba di teologi, predicatori, giuristi e dalla tradizione popolare. Raduni che prevedevano: il volo notturno per raggiungere il luogo del congresso notturno, il culto di Diana ed Erodiade, le magie d’amore e i culti pagani, il cannibalismo e l’infanticidio rituale e i sortilegi. Verso le interpretazioni di queste voci, Giovanni di Salisbury non nasconde una profonda diffidenza. Mancavano due ingredienti fondamentali che permisero l’inizio delle persecuzioni successivamente: l’assimilazione della stregoneria al delitto di eresia e la dimostrazione e la dimostrazione della realtà delle operazioni stregonesche. Il primo dei due ingredienti fu ben evidenziato nella bolla di papa Gregorio IX, per il secondo si dovette attendere l’emanazione del terribile Malleus Maleficarum.

Dalla prima metà del XII fino agli ultimi decenni del XIII secolo la chiesa aveva comunque preparato opportunamente il terreno per l’enunciazione della stregoneria-eresia. Guglielmo di Malmesbury scrive un Historia Regum Anglorum dove il mondo magico ricopre un ruolo preminente, Cesario di Heisterbach compone un Dialogus miracolorum ricolmo di eventi magico stregoneschi, S. Tommaso d’Aquino una monumentale opera demonologica dove mette a confronto l’operare divino (miracolo) e quello diabolico (il prodigio). Nel 1258 il pontefice Alessandro IV sotto le pressioni degli inquisitori e dei frati domenicani emanò la bolla Quod super nonnullis (ampliata poi nel 1260) con la quale si condannava coloro dediti a pratiche stregonesche purché si dimostrasse che costoro fossero anche degli eretici. La giurisdizione dei vescovi in merito ai casi di stregoneria e magia passò ai frati domenicani. I primi gruppi a subire la persecuzione inquisitoria furono i catari di Linguadoca e i Valdesi delle alpi. Rifugiatisi sulle montagne gli eretici non rappresentarono più un politicamente temibile, me è proprio sulle montagne che le antiche credenze continuarono a sopravvivere e dove i presunti eretici trovarono momentaneamente pace, prima di essere nuovamente raggiunti dall’inquisizione. Il primo passo verso quella che sarà poi la vera e propria caccia alle streghe avvenne a sessant’anni di distanza dalla bolla emanata da Alessandro IV, il papa avignonese Giovanni XXII, ex inquisitore e affascinato dalle pratiche magica ma anche molto temute, fece delle più ampie concessioni riguardo l’inquisizione della stregoneria. Con le disposizioni del pontefice furono delineate le colpe, coloro che risultavano colpevoli e le pene in cui potevano incorrere: scomunica singola o collettiva, ulteriori pene, nel caso in cui la scomunica non fosse bastata, e la confisca di tutti i beni come previsto dalla legge riguardante gli eretici. Con questi intenti, dalla sua sede di Avignone, Giovanni XXII lanciò l’ordine e diede il via alla persecuzione contro la magia, la stregoneria e l’astrologia divinatrice. Personalmente guidò la crociata contro le sacerdotesse di satana delle regioni alpine e pirenaiche. Ma nonostante tutto la persecuzione in questo periodo fu limitata, dovranno passare all’incirca 150 anni prima che gli inquisitori associassero che la stregoneria e l’eresia sono due facce della stessa medaglia. In questo secolo e mezzo che intercorre tra il preludio di Giovanni XXII e l’inizio della vera e propria “caccia alle streghe”, voluta da Innocenzo VIII, il fenomeno mantiene un andamento irregolare, disordinato ed episodico. A questo proposito, per un lungo periodo, i dubbi sul carattere ereticale delle pratiche legate alla stregoneria, fecero sì che le condanne fossero miti e rette dal buon senso e dalla tolleranza. Nel 1378 l’inquisitore generale d’Aragona, Nicholas Eymerich, stila una guida all’azione processuale, il Directorium Inquisitorium, che riaggiornato nel cinquecento restò affianco al Malleus Maleficarum uno dei capi saldi del diritto canonico sulla stregoneria. Tale manuale distingue tra le forme di stregoneria eretica e quelle solamente superstiziose e caratterizza le prime come demonolatrie e le seconde come demonodulie. Ma anche in presenza di un forte sospetto di eresia il testo indica di sostenere un’azione processuale dettata dal buon senso e dalla tolleranza. Il 19 settembre 1398 la facoltà di teologia di Parigi pubblicava 28 articoli in cui si dimostrava la reale efficacia della magia e suddivisa anche in questi testi in due tipologie: quella bianca o neutrale e quella eretica o demoniaca, a sostegno della tesi parigina il frate domenicano Johan Nider dedica il quinto libro del suo Formicarius interamente su questo argomento, l’autore, basandosi sulle sue esperienze e quelle di altri inquisitori, fornisce al lettore un gran numero di esempi in modo da lasciarlo interamente convinto della veridicità dei poteri magici. A fugare gli ultimi dubbi sulla reale esistenza della magia ci pensa il teologo Alfonso Tostado affermando che le sacre scritture sono molto chiare riguardo le operazioni magiche in particolare il volo, di conseguenza o si rifiutano o si deve reinterpretare il Canon Episcopi. La posizione della chiesa si rese così omogenea e dubbi e incertezze furono banditi. Il Canone non si limitò solo a dichiarare eretiche le posizioni certe donne che credevano in Diana, ma affermava che costoro nelle ore notturne si recavano al Sabba dove congiuravano con il diavolo. Con la fatidica data del 1484 e l’ascesa al trono pontificio di Innocenzo VIII, si ha l’emanazione della bolla Summis desiderantes affectibus con la quale prende il via a pieno regime l’attività inquisitoriale per eliminare dalla comunità dei fedeli la <<perversità eretica>>. La bolla del 1484 e svariati manuali inquisitoriali lasciavano comunque ampi margini all’interpretazione personale del giudice. Per ovviare a tale problema fu immediatamente pubblicato il Malleus Maleficarum, appena un biennio dopo la legittimazione del compito persecutorio. L’opera, nonostante la sua estrema debolezza sia a livello ermeneutico che teoretico, dal 1486 al 1669 ebbe ben trentaquattro riedizioni. Con la bolla di Innocenzo VIII e le posizioni di personaggi di spicco come S. Agostino e S. Tommaso la chiesa dichiara apertamente che satana opera attivamente nel mondo e che la stregoneria deve essere condannata con la pena capitale, si aggiunge inoltre che: “stregone o strega” non è solo chi ricopre un ruolo attivo nella congiura satanica, ma anche chi non crede in tale congiura. L’antica ingiunzione della legge mosaica “non permettere che gli stregoni vivano” divenne la parola d’ordine del cacciatore di streghe. Il cammino fu definitivamente compiuto e le posizioni altomedievali furono completamente rovesciate. Eliminando ogni freno morale, filosofico e giuridico prese il via indisturbato il massacro. Con la fine del XV secolo si ha un brusco inasprimento della “caccia alle streghe”. Dalle caute norme del Canon Episcopi si passa all’eccezionale libertà di operare da parte da parte degli inquisitori, a cui tutto era permesso: dall’inganno alla tortura. Nei processi per stregoneria si ha subito l’evidenza della disparità delle parti: l’imputato con pochi e limitati mezzi per difendersi e l’immenso potere dell’inquisitore. Per almeno due secoli, la prassi giuridica cristiana fu delineata dal modello tipico presente nel Malleus Maleficarum. Secondo gli autori Kramer e Sprengen il giudice non doveva conoscere ostacoli per combattere la congiura ordita dal diavolo e sostenuta dalle sue complici, le streghe. In tali processi era difficoltosa la produzione di una probatoria reale, cresceva così l’importanza di ottenere delle confessioni da parte dei colpevoli. Per raggiungere tale finalità l’inquisitore non aveva che l’imbarazzo della scelta sui mezzi da utilizzare. La tortura per estorcere confessioni venne legalmente autorizzata nei processi a partire dal 1468 e svariate erano le tecniche di tortura le più famose furono:

La culla di Giuda

Il torturato veniva tenuto sospeso al di sopra di un cavalletto dalla punta acuminata; attraverso un sistema di corde veniva mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano. La punizione non consisteva nella morte del soggetto, ma ad una sua sofferenza atroce. Questi era tenuto in una situazione costante di veglia e nel caso si fosse addormentato, vi era un individuo che agiva sulle corde per provare maggior pressione sul malcapitato.

 

 

 

 

 

 

Tortura dell’acqua

Il torturato era costretto a bere acqua, attraverso un imbuto, per un totale di 9 litri. Se non vi era una confessione si poteva passare ad una quantità doppia. La vittima veniva in seguito fatta mettere a pancia in giù per far in modo di aumentare il dolore e indurre l’accusato alla piena confessione.

 

 

La sedia inquisitoria

Si trattava di una semplice sedia sulla quale erano fissate delle punte acuminate e sulla quale era adagiata la vittima, In alcuni casi il fondo veniva arroventato per causare gravi ustioni.

 

 

 

 

 

 

Spacca testa

Sopra il cranio della vittima veniva appoggiato un casco montato su un torchio, questo veniva stretto progressivamente per provocare immani dolori e una sicura confessione.

 

 

 

 

La tortura del topo

Una condanna usata soprattutto per eretici e presunte streghe. veniva inserito un topo nell’ano o nella vagina della vittima; cucita ogni via di fuga al topo non restava che scavare verso gli organi interni provocando immani dolori alla vittima.

 

 

La tortura della ruota

Usata principalmente in Francia ed Inghilterra, è finita col rappresentare uno strumento di esecuzione tra i più classici. Simile alla crocifissione, ai malcapitati venivano spezzati braccia e gambe. Una volta compiuto il primo passo, i corpi erano posizionati sulla ruota, la quale veniva a sua volta fissata su un palo conducendo il malcapitato ad immani sofferenze.

Collaboratore:  Lorenzo Motta

Sitografia Consigliata:

http://www.fisicamente.net/SCI_FED/index-170.htm

 

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