Storia

Pellegrini e Pellegrinaggi

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December 26, 2018

1 Il pellegrinaggio all’interno della cultura medievale e le sue tematiche:

La cultura europea può essere considerata medievale quando la tradizione classica latina viene mutata da due elementi: quello cristiano e quello germanico. Per la cultura prodotta dalle usanze cristiane il  principio cardine era la fede nel Cristo. Una fede trasmessa attraverso la predicazione di Cristo ai suoi Apostoli e dagli Apostoli ai loro successori. La fede non è di per se una cultura, ma ha influenzato la morale e ha dato alla luce la cultura teologica, ovvero la riflessione su Dio e, all’interno di essa, sull’uomo e sul cosmo.

L’egemonia culturale cristiana su quella pagana era stata raggiunta nel IV secolo, secolo in cui la civiltà cristiano-pagana deve confrontarsi con la tradizione germanica la cui  cultura era tramandata oralmente. L’integrazione della cultura classica con quella cristiano-germanica e la conversione al cristianesimo dei sovrani germani sono fenomeni molto lenti, che possono dirsi compiuti nel XI secolo. La fede cristiana era stata in grado “di egemonizzare una società ponendosi al centro di essa come il referente necessario per le coordinate che reggono i valori e le convinzioni di tutti”.[1] Proprio in un contesto di questo genere il Medioevo conosce un nuovo fenomeno che è quello del pellegrinaggio. Va osservato che il pellegrinaggio non è un’usanza prodotta dal cristianesimo, basti pensare ad esempio, al buddismo e al recarsi dei suoi fedeli nei luoghi legati a Budda.

Elemento importante del pellegrinaggio cristiano è il culto delle reliquie. Per capire meglio la singolarità di questo culto possiamo basarci sulle parole di Viltricio, vescovo di Ruen, contenute nel De laude sanctorum. È un trattato  sul ruolo che il santo ha nella vita dei fedeli.

I santi sono delle guide per i cristiani e sono corporei e consanguinei a Cristo. La reliquia non è solo un ricordo del santo e dell’eroe, è il segno di una perfezione raggiunta, cioè di quell’unione Dio-uomo che è propria del Cristo, e dunque dell’unione uomo-Dio possibile al fedele di Cristo.

Connessa al tema del pellegrinaggio è la problematica dell’esilio che trova un legame profondo con l’ebraismo, dal momento che nell’Esodo e nel Vecchio Testamento, il popolo ebraico viene rappresentato nell’angosciata condizione dell’esilio che, tuttavia, riesce a raggiungere la terra promessa. Dal punto di vista della tradizione cristiana medievale, la patria del fedele è il cielo, Dio stesso. Il fine dell’uomo è nell’aldilà ed è Dio nel Cristo che permette quel viaggio. Gerusalemme è solo una figura, è figura di un viaggio in cui l’uomo è in esilio, è un pellegrino che viaggia con lo scopo di trovare la patria in cui raggiunge la vera felicità e la pienezza. Il suo è un viaggio inanzitutto spirituale che si fonda sul riconoscimento di Dio che da un senso alla vita e  prega lo spirito di Dio affinché diventi spirito dell’uomo, dove inizia un amore gratuito non solo verso sé stesso, ma verso tutti. Questo è un tipo di viaggio che trasforma realmente l’uomo per cui è sia spirituale che concreto. “Ciò non toglie che nel pellegrinaggio, nella meta terrena, non rimanga una dimensione sacrale, come si può rintracciare anche nei pellegrinaggi non cristiani: il luogo, il santuario, la reliquia considerati come la mediazione verso il divino”.[2]

2 Chi erano i pellegrini:

Tutti potevano partire per il pellegrinaggio. Si può pensare che la maggior parte dei pellegrini fossero uomini, sani e forti, ma invece tra coloro che viaggiavano erano presenti molte donne, bambini e malati.  Dalla testimonianza dei miracoli di Sant’Elisabetta risulta evidente che veniva chiesto di fare un voto più frequentemente alle donne che non agli uomini.[3] Negli ordinamenti degli ospizi, dei monasteri e degli alberghi più poveri era prevista la presenza di donne. Sempre secondo le testimonianze delle relazioni dei miracoli di Elisabetta, 62 dei 106 guariti era al di sotto dei 16 anni, il che corrisponde al 58%.[4]

Vi furono casi in cui i bambini partirono spontaneamente per il pellegrinaggio, anche contro il volere dei genitori: nel 1455 è avvenuto un pellegrinaggio di bambini verso Mont Saint Michelle, in Normandia. Di questo viaggio è rimasta una fonte che contiene in sé tutte le caratteristiche di un vero e proprio pellegrinaggio poiché si parla della riunione in piccoli gruppi, dell’andamento processionale, dello stendardo, delle difficoltà e degli aiuti ricevuti durante il viaggio.[5]

Le persone malate che prendevano la via del pellegrinaggio partivano con la speranza che Dio potesse guarirli grazie all’intercessione di un santo. Come si legge nel Vangelo, Gesù aveva ridato la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e guarito i malati.

Nelle raffigurazioni il pellegrino indossa camicia, pantaloni, calze e scarpe. Importante era il mantello che proteggeva dal freddo e dalla pioggia. Sulla testa egli portava un cappello a tesa larga  che proteggeva dal sole. Portava con sé il bordone, un bastone lungo dal manico ricurvo, usato non solo come punto d’appoggio, ma anche come efficace arma per difendersi da eventuali nemici.

3 Percorsi storici delle principali mete del pellegrino[6]

Nel Vecchio Testamento vi è spesso il ricordo della città santa, meta del pellegrinaggio del popolo eletto. Gerusalemme possedeva tutto quello che potesse soddisfare lo spirito con il tempio, il tabernacolo, l’arca santa. Gerusalemme è venerata dagli ebrei, dai musulmani e dai cristiani. Questa città, nella sua storia assistette più volte alla deportazione dei suoi cittadini, alla sua distruzione e riedificazione. Nel IV secolo, con l’adesione di Costantino al cristianesimo, iniziò un periodo di pace per la Chiesa e fu il secolo in cui iniziò l’epoca dei pellegrinaggi. Gerusalemme era una città che possedeva una ricca biblioteca per cui era frequentata da molti studiosi. Fu una città per la quale non si spense mai quel fascino che attirava i pellegrini che dal IV secolo continuarono ininterrottamente ad arrivare, anche nei momenti di maggior pericolo. I pellegrini viaggiando verso Gerusalemme sapevano di compiere la “peregrinatio maior”.[7]

Con le crociate, l’alta spiritualità che vi era nei pellegrini si affievolì, anche perché esse per molti aspetti furono un insuccesso. La prima delle cause d’insuccesso fu l’impreparazione nell’affrontare un problema come quello del riscatto di una terra contesa per motivi religiosi e composta da gente di paesi e etnie diversi. Crociati e pellegrini sembravano di andare di pari passo scambiandosi facilmente i ruoli, tanto che si potevano vedere pellegrini armati, la conseguenza che ne derivò fu la dissoluzione dei valori religiosi dell’Occidente cristiano.

Roma, come già detto, era identificata con Pietro e Paolo fin dai primi secoli della cristianità. Sulle tombe degli Apostoli, durante gli anni dell’imperatore Costantino sorgeranno basiliche in loro onore. I pellegrini erano attratti dalle basiliche e dalle catacombe, dove il culto dei martiri era vivo. La maggior parte dei pellegrini si recava alle catacombe di San Callisto dove vi era “la cripta dei papi”, e a quelle di san Sebastiano, dove Pietro e Paolo furono deposti per breve tempo. È grazie ai pellegrini se le catacombe non vennero abbandonate e lasciate andare in rovina. Dal VII secolo aumentò l’affluso dei pellegrini a Roma, come conseguenza della conquista di Gerusalemme da parte degli Arabi.

La chiesa di Roma possedeva molte reliquie, in tutti i luoghi di culto, e i fedeli erano fieri di questa cosa. Una delle reliquie più importanti che attirava i fedeli era quella della Veronica, che era l’icona col “Volto Santo” del Cristo conservata nella basilica vaticana. I pellegrini non lasciavano Roma senza renderle omaggio.

Santiago di Compostela fu uno dei luoghi più venerati della cristianità.  Secondo la tradizione, San Giacomo era giunto in Spagna per predicare il Vangelo; ritornato in Palestina fu decapitato per mano di Erode Agrippa nel 44 d.C. e i suoi discepoli portarono le sue spoglie per mare fino a Ira Flavia, porto della Galizia, e lo sepellirono nel bosco di “Liberum Donum”, dove costruirono un altare. A causa delle persecuzioni era vietato visitare la tomba, quindi si persero le tracce, fino all’813 quando l’eremita Pelajo vide dei bagliori di luce e sentì dei canti provenire dal bosco. Dopo aver riferito l’accaduto a Teodomiro, vescovo di Ira Flavia, che scoprì i resti della tomba, fu nformato anche Alfonso II, re delle Asturie, che arrivato nei pressi della tomba nominò san Giacomo patrono del regno.  Il primo pellegrino fu il vescovo di Le puy, Gotescalco nel 951. Da allora i pellegrinaggi continuarono senza fermarsi mai. I pellegrini provenivano da tutte le classi sociali, dai re ai mendicanti.

4 I diritti del pellegrino:

I pellegrini potevano essere privati della libertà; potevano essere catturati dai mercanti di schiavi o da potenti che avevano l’intento di rapirli per richiedere un riscatto. Quando fu Roma  a diventare meta principale del pellegrinaggio, i vari pontefici presero decisioni in merito alla protezione dei pellegrini che viaggiavano verso Roma. Con il Concilio Lateranense I nel 1123 si concedeva la protezione della Chiesa di Roma a coloro che si recavano alla “soglia degli apostoli” e nei maggiori luoghi di culto, mentre era prevista la scomunica per coloro che attaccavano i pellegrini. Furono anche emanate delle bolle papali per garantire la sicurezza, come quella di Bonifacio VIII Excommunicamus (4 aprile 1303).

Tra l’XI e il XII secolo venivano fondati ospizi gestiti da ordini religiosi-cavallereschi, da monaci o anche da laici. Erano case di accoglienza per i pellegrini, ma anche ospedali e luoghi dove prestare soccorso ai più poveri. Anche i Comuni nella loro fase iniziale erano favorevoli a proteggere i forestieri. Insieme agli ospizi, a Roma, si svilupparono anche attività alberghiere a pagamento di cui potevano usufruire i pellegrini e tutti i viaggiatori in generale.

5 L’arrivo alla meta e il ritorno:

Verso gli ultimi giorni di cammino i pellegrini erano pervasi da un senso di attesa.  Nell’ultima tappa il pellegrino doveva pensare alla cura del proprio corpo facendosi un bagno.  Una volta arrivati nella Basilica i pellegrini passavano la notte in preghiera. Coloro i quali avevano una grazia da chiedere cercavano di avvicinarsi di più  alla tomba dove, inoltre, venivano lasciati i doni che erano stati promessi durante il voto. Quando qualcuno veniva miracolato, il suo racconto era inserito nei registri ufficiali.  Coloro che si avvicinavano alla tomba del santo erano pervasi da una miriade di sensazioni dovute da vari fattori, come la pressione di altri pellegrini in attesa o il sentire i racconti dei miracoli. Proprio per il costante afflusso di pellegrini era presente un vero e proprio  servizio d’ordine.

I pellegrini,  erano desiderosi di entrare in contatto fisico col luogo santo, per questo quando si inginocchiavano a pregare toccavano il pavimento con le ginocchia nude. La loro preghiera era accompagnata da sospiri, gemiti e pianti che potevano ripetersi per diversi giorni. Si poteva rimanere a  venerare la tomba, nella misura in cui i responsabili del servizio d’ordine lo permettevano. Nella predica della “Veneranda dies”[8] viene descritta la folla di pellegrini che veglia sull’altare di san Giacomo, l’autore distingue i fedeli in base alla lingua che parlano, ci sono francesi, italiani e tedesci, tutti tengono in mano le candele. C’è chi intona inni nella propria lingua, chi prega. Dalle parole dell’autore traspare una forte emozione dovuta alla pacifica convivenza dei pellegrini provenienti da diversi popoli.

Le cose a volte, però, potevano anche non svolgersi nel migliore dei modi,  sempre nella  “Veneranda dies” viene ricordato un tragico episodio a St. Gilles, sulla tomba di sant’Egidio dove Franchi e Baschi si erano contesi a pugni i posti migliori vicino alla tomba, due di loro dopo essere stati colpiti morirono. Ovviamente l’autore afferma che i pellegrini devono assolutamente evitare di ubriacarsi e non iniziare delle contese.

I doni dei pellegrini venivano lasciati nei luoghi stabiliti dal servizio d’ordine, in modo tale che fossero “sotto gli occhi del santo” così si sarebbe ricordato del donatore anche una volta che egli andava via. A Santa Redegonda, è conservato un affresco della metà del XIII secolo, nel quale è raffigurato il modo in cui i doni venivano portati all’altare e vicino ad esso sono appesi stampelle o gambe di legno.[9]

I pellegrini passavano anche un po’ di tempo a fare acquisti, si prendeva un ricordo del luogo in cui si era stati. In Terrasanta, prendevano un ramo di palme o un po’ d’acqua del giordano. A Santiago, veniva acquistata la conchiglia. Nel tardo Medioevo vennero introdotte delle specifiche insegne per il pellegrino in metallo, a Roma, per esempio, queste insegne raffiguravano gli apostoli Pietro e Paolo.

Una volta pronto, il viaggiatore, riprendeva la strada verso casa. Non appena arrivato si dirigeva in chiesa in cui venivano deposti bastone e bisaccia.  Il pellegrino conservava per il resto della sua vita il bordone, la bisaccia e il mantello, portava in occasione delle feste principali, una volta morto veniva seppellito con esse.

Camilla Bigatti

Note

[1]      Romei e Giubilei. Il pellegrinaggio medievale a San Pietro (350-1350), a cura di M. D’Onofrio, Electa, Milano 1994, p.44

[2]      Romei e Giubilei. Il pellegrinaggio medievale a San Pietro (350-1350), cit., pp. 46-47.

[3]      N. Ohler, Alltag im Marburger Raum zur Zeit der hl. Elisabeth, in Archiv für Kulturgeschichte 67 (1985), pp. 1-40.

[4]      N. Ohler, Alltag im Marburger Raum zur Zeit der hl. Elisabeth, cit., p. 10.

[5]      Kohlhoffsche Chronik zum Jahr 1455, in Die Chroniken der deutschen Städte vom 14. bis 16. Jahrhundert, vol. 14 (Köln, 3), Leipzig 1877, p. 799 s.

[6]      In questo paragrafo non vengono citate le opere scritte sui principali itinerari, perché già inseriti nel precedente Articolo: “Pellegrini e Itinerari Medievali Negli Annales Stadenses: il Viaggio (Parte 1- 2)”

[7]      T. Natalini, Il pellegrinaggio. Cammino spirituale. Gerusalemme Roma Santiago de Compostela, Piemme, 1999, p. 50.

[8]      Liber Sancti Iacobi-Codex Calixtinus, serm. 17, I libro.

[9]      Illustrazione in Sankt Elisabeth. Fürstin. Dienerin. Heilige, Aufsätze, Dokumentation, Katalog, Sigmarigen 1981, n. 101.

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