Racconti Rubriche

Ritornerò

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December 26, 2018

Stavamo percorrendo un sentiero invisibile da diverse ore.

Le gambe mi dolevano, le scarpe si spaccavano sempre di più ad ogni mio passo.

Io e i miei compagni ci guardavamo a vicenda. Eravamo stanchi, spaventati e affamati, ma non potevamo fermarci.

Non riuscivamo nemmeno a voltarci, per guardare quella che una volta era stata casa nostra. Ci sentivamo come animali, braccati e affamati. Costretti a rifugiarci nei boschi e sulle montagne. Le nostre montagne.

Io continuavo a camminare, ma la mente si allontanava sempre di più dal sentiero invisibile del bosco. Ogni tanto mi inciampavo su qualche ramo o radice coperta dalle foglie secche. Nella mia testa compariva il ricordo di mio padre, di quella mattina che mi sgridò perchè non volevo andare a scuola. O più indietro a mio nonno, che mi insegnava a tagliare la vite, sotto un sole tenue di ottobre.

Ripensavo spesso a quei momenti felici, di vita quotidiana. Ripensavo alla mia infanzia. Alla mia casa. Quando ancora ero un ragazzo, libero. Darei qualsiasi cosa pur di tornare a quegli attimi, anche per riviverli solo qualche minuto. Ma non si può più tornare indietro. Si può solo andare avanti. Dovevamo andare avanti.

La guerra prima, l’armistizio poi, hanno interrotto la mia infanzia. Mi hanno privato di tutto. E mi hanno fatto diventare uomo. La libertà mi è stata strappata via. E per tentare di riprendermela, ho dovuto scegliere la via più pericolosa: sono dovuto diventare un bandito, o come ci chiamavano gli uomini in divisa, un ribelle.

Mi sono ritrovato là, sulle montagne, a percorrere sentieri fantasma conosciuti solo da noi e dagli animali, per sfuggire al nemico.

Ogni tanto incrociavo sguardi simili al mio.

Eravamo tutti ragazzi giovani, neanche ventenni, cresciuti assieme o provenienti da paesi vicini. Tra di noi c’era qualcuno di più esperto, ma la maggior parte erano contadini a cui era stato dato un fucile in mano.

Un segnale dal capitano e la colonna improvvisamente si arrestò. Smisi di fantasticare per tornare nel mondo reale. Ci trovammo immersi nell’oscurità. I respiri diventarono più pesanti. Il cuore battè più forte. Le mani strinsero i fucili.

Un altro segnale e la colonna ricominciò la salita. Sentii sospiri di sollievo intorno a me. Non era che un falso allarme. L’ennesimo in quei giorni di tensione.

Per fortuna, non mancava molto alla cascina.

Da giorni circolavano voci su un possibile piano di attacco dei tedeschi. Non potevamo permetterci di farci catturare proprio a casa nostra. In poco tempo eravamo diventati numerosi, avevamo ideato dei piani e iniziavamo a fare paura. Loro invece, stavano progettando il modo per distruggerci. Anche se ci sentivamo al sicuro tra gli alberi e in fondo alle grotte, sapevamo del pericolo che poteva piombarci addosso da un momento all’altro. Eravamo sempre in tensione.

Quando il bosco iniziò a diradarsi, la luce delle stelle schiarì sempre di più il paesaggio. Vedemmo una luce fioca in lontananza. Era il segnale che speravamo di

trovare. Eravamo giunti a destinazione.

Il campo era già stato allestito da un altro gruppo. Sapendo del nostro arrivo, avevano messo da parte alcuni pezzi di pane raffermo e del salame. Un contadino aveva regalato del formaggio a un ragazzo che non esitò a dividerlo col resto della compagnia. Continuavamo a ripeterci che sarebbero arrivati tempi migliori, ma fino ad allora, dovevamo resistere.

Ero talmente sfinito che mi addormentai quasi subito, lasciando a metà la mia misera razione. Non ebbi nemmeno la forza di scambiare due parole con chi mi circondava.

Nei miei sogni tutto era come un tempo. Il paese era pieno di gente, tutti sorridevano. Mio padre tornava dalla vigna con mio nonno, mia madre preparava il sugo, spargendo per la stanza un profumo intenso, inimitabile. Le case erano ancora li, con i comignoli che sputavano fumo bianco e i rumori delle massaie in cucina.

Io giravo nei boschi con mio fratello, alla ricerca di qualche lepre da stanare e portare alla mamma.

Ero ancora un bambino. Non esistevano divise, non esistevano armi, non esisteva la morte. Il mio unico pensiero era trovare qualcosa da fare per far arrivare la sera.

Nei miei sogni ero libero. Eravamo tutti liberi.

Ad un tratto, il mio sogno svanì. Fui svegliato dallo stivale di un mio compagno. Era Arturo. Lo fissai. Com’era cambiato in questi ultimi anni. Aveva perso sì e no dieci chili e una brutta ferita gli aveva fatto perdere due dita della mano destra, ma riusciva ancora a stringere il fucile meglio di me. Eravamo saliti insieme sulle montagne, entrambi spinti dallo stesso desiderio. Lui aveva perso il padre e cercava vendetta. Ma nei suoi occhi color del cielo, regnava incontrastata la paura.

Con un cenno del capo mi avvisò che toccava a me fare la guardia. Avevamo instaurato un dialogo muto, fatto solo di sguardi e gesti. Difficilmente ci mettevamo a parlare, anche perchè finivamo sempre col ripensare ai nostri cari e ovviamente, a casa. Il ricordo faceva troppo male. Preferivamo ricordarlo ognuno nella propria testa e piangere in silenzio.

Mi rimisi in piedi, tolsi le foglie secche dal cappotto fradicio e mi andai a sedere su una roccia poco più in alto. Arturo invece si sistemò al mio posto e cadde addormentato dopo pochi minuti.

Quella vita ci stava distruggendo. Ma non potevamo fare altro. Fortunatamente gli inglesi ci inviavano via aereo viveri e armi. Alle volte, sfidando il divieto, qualche contadino ci dava qualcosa da mangiare o dei vestiti puliti.

Mi era capitato di ricevere una giacca da un pastore che viveva sull’altro versante del monte. Era appartenuta a suo figlio. Anche lui era un partigiano, ma sapendo della madre malata, era sceso a valle per vederla un’ultima volta. I tedeschi lo presero sulla via che portava all’ospedale. Lo caricarono su un camion e non lo videro mai più. Mi impressionò con quanta calma il pastore mi raccontò del sequestro del figlio. Non si sforzò nemmeno di trattenere le lacrime. Mi disse che le aveva già versate tutte, ed ora non provava più nulla.

Mi riaffiorò alla mente quella mattina di settembre. Dopo aver sentito la notizia dell’armistizio alla radio, me ne andai nei boschi. Fu una decisione quasi spontanea.

Mio fratello era morto, indossando una divisa che non gli apparteneva. Forse la mia decisione di diventare un ribelle, un traditore, un bandito era anche un modo per sentirmi meno in colpa. Lui era dovuto andare, io no.

Non ne potevo più di vivere in quel modo. La fame, il freddo, patire come cani per cosa? Un ideale di un pazzo invasato? I crucchi non avevano portato che guai.

Anche in paese le cose non andavano meglio. Padri e figli non erano più tornati. Mogli, madri e figlie piangevano e vagavano per le strade come fantasmi. Alcune stringevano le foto dei cari ormai morti come fossero rosari.

Io e mio fratello avremmo dovuto coltivare la vite col nonno, trasformarlo in vino con papà. Farci una famiglia e vivere anche noi in paese. Ma ormai questa vita era solo un’utopia. Mio fratello non era più con noi, come molti altri giovani del nostro piccolo paese.

I pochi rimasti respinsero il richiamo alla Repubblica Sociale Italiana e si uniroro ai gruppi di resistenza armata. Tra quelli c’ero anche io.

Ed eccoci là, gli ultimi giovani rimasti, nascosti tra i nostri amati boschi. Passavamo di cascina in cascina, per portare messaggi, recuperare munizioni e farla pagare ai veri colpevoli.

Rimasi di sentinella finchè non arrivò l’ordine di rimetterci in marcia. Era ormai pomeriggio quando ci inoltrammo ulteriormente nel bosco.

Ma gli animi erano agitati. La voce che i nazisti volevano farcela pagare per le ultime incursiosi circolava con più vigore. Sapevano dei nostri movimenti ed erano meglio equipaggiati.

Si vociferava che volessero attuare un rastrellamento e portarci tutti via, in quei campi della morte al nord. I camion erano già nel piazzale di Voltaggio, pronti per caricarci.

Ma il nostro capitano ci rassicurava dicendoci che non potevano permettersi un dispiegamento di forze così massiccio. E per contrastare chi? Contadini con fucili d’epoca? No, potevamo stare tranquilli, sempre vigili certo, ma tranquilli che il rastrellamento non sarebbe avvenuto.

Camminammo ancora per tutta la notte. Nelle brevi tappe scrivevo lettere a mia madre, rimasta con papà in paese. Forse un modo per rimanere sano di mente, o forse per non pensare ai morsi della fame. Ne scrissi anche una in previsione della mia morte. Mentre la mano scorreva sul foglio tutto spiegazzato, mi si era formato un groppo in gola e le lacrime formavano piccole gocce sulla carta. Era da tanto che non piangevo.

Scrivere una lettera di addio ai propri cari quando si ha poco più che 17 anni non è facile. Lo stesso pensiero della morte spaventa.

Ma quando feci lo zaino per salire in montagna ed unirmi ai compagni, sapevo a cosa stessi andando incontro.

Mi sentivo quasi in dovere di partire. Per mio fratello, per i miei amici morti chissà dove. Per la mia famiglia. Per il mio paese.

Giu a Valle non si parlava volentieri dei briganti delle montagne. Sopratutto quando c’erano divise nei paraggi. Ma quando seppi di loro, delle loro gesta per contrastare i crucchi, non esitai un momento. Non mi voltai nemmeno quando varcai per l’ultima

volta la soglia di casa. In cuor mio sapevo benissimo che potevo anche non far ritorno, ma forse il mio sacrificio non sarebbe stato vano.

Dovevamo difendere noi e la nostra terra. I tedeschi dovevano andarsene. I fascisti dovevano sparire.

Cercai di togliermi il pensiero della morte in testa. Avevo promesso a mia madre che sarei tornato.

Dandole le spalle, poco prima di partire avevo sussurrato più a me stesso che a lei <<tornerò mamma…ritornerò.>>. Non so ancora perchè dissi quelle parole. Forse perchè mio fratello non le disse. E non tornò.

Quella povera donna vide entrambi i suoi figli varcare la soglia di casa per un ideale. Uno indossando una divisa da soldato, l’altro da bandito.

Alla mattina ci accampammo in una radura protetta dagli alberi. Quello era un luogo sicuro. Le voci di un possibile rastrellamento si facevano sempre più concrete e vive tra i ranghi della brigata. Lo sconforto iniziò a dilagare tra gli animi.

Ma il nostro capitano non si perse d’animo e continuò a smentire ogni possibile voce su un imminente arrivo dei crucchi.

Le sue parole parvero rassicurarci ma stringemmo ancora di più i nostri fucili e le nostre pistole.Tutti avevano perso un parente, un amico, e avevamo il cuore pieno di rabbia. Cervavamo lo scontro, ma allo stesso tempo lo temevamo.

Mi tolsi gli stivali e il sangue dalle vesciche iniziò a uscire copiosamente. Il dolore era lancinante, ma dovevo stringere i denti. Riuscii comunque ad addormentarmi, con la schiena appoggiata alla parete fredda di una pietra, quasi abbracciato al fucile.

All’alba del 6 aprile 1944, ci rimettemmo in marcia. Era il Giovedì Santo. Non riuscii a non pensare a casa. Ai preparativi per la Pasqua imminente. Chissà se in Paese avrebbero festeggiato.

Il capitano aveva mandato delle sentinelle in avanscoperta, e verso le otto del mattino, ritornarono. Era Giulio. Bianco come il latte, gli occhi sgranati. Si era fatto tutto il crinale di corsa per poterci avvisare nel minor tempo possibile.

<<Capitano….capitano…i tedeschi stanno arrivando… >>.

Calò il silenzio. Anche il lieve vento del mattino cessò di soffiare. Tutto era immobile. I tedeschi stavano arrivando. Erano li. Allora era vero. Le voci erano vere.

Tutti iniziammo a sussurrare, eravamo spaventati.

Ma il capitano cercò di mantenere la calma nel miglior modo possibile.

<< Dobbiamo ripiegare sulla Benedicta…non abbiamo altra scelta.>>

Ed iniziammo quella marcia forzata. I combattenti più esperti si misero in testa.

Ma tra di noi c’era anche chi non aveva mai imbracciato un fucile. Ecco allora i primi attacchi di panico. Il figlio del fornaio era al mio fianco, quando all’improvviso si fermò di colpo. Rallentai il passo per chiamarlo, ma quando capii che era come pietrificato, ritornai indietro. Non potevo lasciarlo lì.

Niente. Continuava a guardare la foto della sua famiglia. Di quel nucleo numeroso, non era rimasto che il nonno materno. Tutti uccisi, o in guerra o dalle bombe. Suo padre era stato portato via dai fascisti perchè l’avevano sorspreso a dare del pane extra ad una bambina che stava morendo di fame. Lo picchiarono sul posto e lo

trascinarono via chissà dove.

Cercai di smuoverlo a continuare a camminare come meglio potevo, ma sembrava un blocco unico di marmo.

Con un gesto disperato, gli strappai la fotografia dalle mani e cercai di recuperare terreno dai compagni. E finalmente si mosse anche lui. Aveva le lacrime agli occhi e gli colava sangue dal naso. Non ci dicemmo una parola. Gli riconsegnai la foto.

I nostri sguardi parlavano da soli.

I tedeschi stavano effettivamente salendo sul Monte Tobbio. Al levar del sole cinque colonne avevano intrapreso una marcia di avvicinamento, in modo da chiudere tutte le vie di fuga e braccarci in una delle nostre basi.

Il sole era proprio al centro del cielo quando giungemmo nei pressi del cascinale. Ma non sapevamo a cosa stavamo andando incontro. Pensavamo di essere al sicuro li, tra i muri dell’antico convento, ma ci sbagliavamo di grosso.

Il gruppo di testa si ritrovò faccia a faccia con un gruppo di nazisti.

Ci stavano aspettando a braccia aperte. Eravamo in trappola. Era tutto finito.

Iniziammo una lotta disperata ma erano troppo numerosi e meglio armati.

Finì tutto in breve tempo.

I compagni che erano in coda si fecero prendere dal panico e tentarono in tutti i modi di uscire da quella trappola di morte.

Non so se qualcuno riuscì effettivamente a scappare.

Io mi ritrovai faccia a terra. La mia mano era bloccata da uno stivale nero, lucido, incrostato di fango. Intorno a me spari, urla e grida in una lingua che avevo imparato ad odiare.

Quelli di noi che non venenro uccisi durante lo scontro furono ammassati come bestie nell’antica cappella. Pensavamo di morire quel giorno, ma la nostra agonia non aveva ancora fine. Cercai tra i corpi ammassati e tremanti quello di Arturo. Era attaccato alla porta della cappella. Il volto insaguinato, ma vivo.

Passammo una notte insonne. C’era chi pregava, chi bagnava le foto di famiglia con lacrime salate, chi scriveva lettere a mogli, fidanzate e bambini. Eravamo tutti certi che la prossima alba sarebbe stata l’ultima.

Io mi trovavo in fondo alla cappella, la luce della luna non riusciva a filtrare fino li. Ero sommerso nel buio. Eravamo talmente accalcati che riuscivo a sentire i loro respiri, forse addirittura i loro battiti. Ogni tanto si sentiva fumo di tabacco, segno che qualche guardia crucca stava fumando davanti all’ingresso della nostra cella improvvisata.

Pensavo alla mia famiglia, a mio fratello ma non riuscivo a piangere. Dunque era veramente finita.

La mia ultima notte su questa terra.

Ero spaventato si, ma allo stesso tempo provavo una strana tranquillità. Ero sereno.

Mi ero convinto che il nostro sacrificio non sarebbe andato sprecato. Dopo di noi molti altri sarebbero saliti sulle montagne, avrebbero imbracciato il fucile e la resistenza avrebbe continuato ad esistere.

Noi non eravamo gli ultimi. Eravamo i primi.

Approffitando dei raggi di luna, cercai di vedere i volti dei miei compagni, i miei amici. Anche se con alcuni di essi non ci avevo scambiato che qualche sommaria parola, mi sentivo legato a loro in un modo particolare. Quasi morboso. Eravamo uniti nella lotta e saremo uniti nella morte.

Cercammo di addormentarci, ma credo che nessuno chiuse occhio quella notte.

Il sole sorse fin troppo presto.

Sentimmo le urla e i passi pesanti dei tedeschi. Fecero uscire la maggior parte dei prigionieri. Io ero in fondo quindi non fui fatto uscire dalla cella. Cercai nel gruppo Arturo, ma non lo vidi. Li stavo scrutando uno ad uno quando all’ improvviso mi sentii afferrare la spalla. Mi voltai ed eccolo lì. Era riuscivo a spostarsi nella notte. Un camerata fece avanzare gli ultimi della fila di prigionieri dando lorodei colpi sulla schiena con la canna del fucile. Li condussero nel cortile dell’antico convento. Tra di noi non volò un fiato. Osservavamo in venerato silenzio quella macabra colonna di morte.

Dopo essere stati spogliati di ogni cosa, un meticoloso tedesco si segnò il nome di ogni prigioniero. I tedeschi sanno essere precisi anche quando compiono barbarie.

Un ragazzo aveva al collo una collanina con le foto dei suoi genitori. Rimase impassibile alle intimidazioni del soldato tedesco di toglierla. Allungò la mano guantata di pelle e con un colpo secco gliela strappò dal collo. Con disprezzo la getto a terra e la calpestò con tutta la rabbia che aveva in corpo.

Il giovane rimane impassibile, l’occhio fisso su un punto all’orizzonte. Non una lacrima rigò il suo viso.

Poi tutto iniziò. A gruppi di cinque li condussero sul sentiero che porta al Rio Gorgente. Gli spari riecheggiarono nella vallata per tutto il giorno.

Solo quando il sole toccò la linea del tramonto le mitragliette cessarono di sputare proiettili.

A terra giacevano 96 corpi.

Io ed altri compagni eravamo ancora rinchiusi nella cappella. Non avevamo più la forza di piangere. Avremmo voluto fare qualcosa, ma ci sentivamo impotenti. Ero pietrificato dinanzi a tutto quell’odio. Com’è possibile che un uomo simile a me possa essere capace di compiere gesta simili? Come fanno a dormire la notte?

Anche io ho ucciso per necessità. Continuavo a ripetermi ” o la mia vita o la sua”. Ma mi ricordo ogni singolo volto. Ricordo le loro espressioni sul punto di morte. E sapevo per certo che quegli sguardi sarebbero stati con me anche nella tomba.

All’improvviso, la porta si aprì. Entrò prima la bocca di un mitra, poi il corpo di un fascista, che ci ordinò di uscire fuori. Non eravamo rimasti in molti. Anzi, se volevano potevano ucciderci all’istante e si sarebbero risparmiati tutta la trafila dei nomi e della marcia.

Ma non ci portarono nel piazzale. Ci diedero delle pale. Ci guardavano tutti, non stavamo capendo più nulla.

E poi ecco l’ordine. Dovevamo scavare delle buche. Le fosse per i nostri compagni.

Coi fucili puntati sulla schiena, ci mettemmo a scavare. Alcuni di noi avevano la vista annebbiata dalle lacrime, altri non riuscivano più a contenere la bile.

Non bastava ucciderci, dovevano umiliarci fino all’ultimo.

Ma chi avrebbe scavano le nostre fosse poi?

In cuor mio sapevo che non sarebbe finita li. Il futuro aveva in serbo per noi ancora qualcosa. Capii che non potevo arrendermi proprio adesso. La nostra Brigata non esisteva più ma noi eravamo ancora li. Sistemammo i corpi e li ricoprimmo alla bell’e meglio.

Ci rinchiusero di nuovo nella cappella. Avevano ancora dei ribelli da stanare prima di farci fuori tutti. Ci misero una sentinella di guardia. Era un ragazzo giovanissimo, forse mio coetaneo. Aveva uno sguardo innocente, come a chiedersi perchè fosse finito li. E commise l’errore più grosso della sua vita: si addormentò.

Le tenebre dominavano il paesaggio quando io e Arturo decidemmo di tentare la fuga. Non potevamo farci scappare un’occasione del genere. Meglio provare e morire che non provarci affatto. Cercarmmo di convincere i nostri compagni, ma erano troppo avviliti. Le emozioni provate durante il giorno erano state veramente forti.

Sforzammo il lucchetto che ci teneva rinchiusi e fuggimmo a gambe levate tra i boschi.

Non ci potevo credere. Era filato tutto liscio. Corremmo a perdifiato, senza mai voltarci indietro. Arrivammo fino ad un vecchio nascondiglio. Pregammo di trovarci armi e munizioni.

Ma erano arrivati prima i crucchi. La grotta era intrisa di sangue. Lì era stato compiuto un massacro. A testimoniarlo, i corpi deformati dei nostri compagni. Rimasi impietrito di fronte a quello spettacolo. Ciò che era accaduto alla Benedicta mi aveva sconvolto, ma non mi ero ancora abituato all’odore acre della morte.

Arturo trovò un fucile con qualche munizione. Volevamo dare degna sepoltura a quei ragazzi, ma non potevamo trattenerci oltre. Recitammo una preghiera e ci inoltrammo ulteriormente nel bosco.

I tedeschi misero a ferro e fuoco tutta la zona del Monte Tobbio, bruciando e distruggendo tutte le cascine che trovavano sul loro cammino. Dovevamo stare attenti a non imbatterci in qualche squadra.

Decidemmo alla fine di scendere a valle, tornare al paese e alle nostre famiglie. Ma dovevamo essere sempre vigili. Sentimmo un rumore di passi. Erano pesanti, troppo pesanti per essere tedeschi. Ci nascondemmo comunque dietro ad una grossa roccia. Arturo puntò il fucile nella direzione dei presunti passi. Sbucarono due ragazzi, erano partigiani.

<< Da dove venite voi due? >>

<<….dalla Benedicta >>

Ci guardarono stupefatti. Eravamo forse gli unici superstiti di quel che era successo lassù. La voce del massacro aveva già iniziato a girare.

<< Noi stiamo scendendo a valle….Non possiamo più vivere così.Ci presentiamo al comando tedesco…dicono che non ci porteranno via. >>

Io e Arturo ci scambianno uno sguardo attonito. Se i partigiani si consegnavano ai crucchi, la speranza era morta. Avevamo perso.

Da cosa stavamo scappando? Forse allungavamo solo l’attesa della nostra morte.

Trovammo uno spiazzo riparato e ci riposammo. Chiesi cosa fosse questa storia del consegnarci ai crucchi.

<< E’ arrivato mio padre e mi ha spiegato che se ci consegnamo, i tedeschi ci condonano la pena prevista e non ci spediscono in Germania sui treni…. >>

Lessi quasi un velo di vergogna sul volto di quel giovane, che come me aveva riposto tutte le sue speranze della Brigata.

<< Noi abbiamo scelto di scendere…entrambi vogliamo riabbracciare i nostri cari…se volete unirvi a noi, siete i benvenuti. >> Era un invito quasi forzato.

Io e Arturo ci scambiammo uno sguardo disperato, non sapevamo cosa fare. Ma eravamo stanchi, malnutriti e pieni di sconforto. Alla finedecidemmo anche noi di scendere.

Giungemmo dinanzi al Comando. Dopo essere stati schedati, ci caricarono su un Camion. Passammo attraverso tutti i paesi: Morsene, Rossiglione, Masone fino all’arrivo a Genova. Per i tedeschi farci fare quella “parata” era un modo per umiliarci, ma in realtà tutti gli sguardi che incrociammo erano di ammirazione e di orgoglio. Eravamo visti come degli eroi. Arturo era commosso. Ma io non ci trovavo niente di eroico. Ero scappato come un vigliacco, mi ero costituito al nemico, troppo stanco e atterrito per continuare la lotta.

A Genova dovevano sistemarci alla Casa dello Studente, però non c’era posto. Ci riportarono indietro e fummo rinchiusi a Voltaggio. Li, incontrammo i nostri compagni sopravvisuti all’eccidio, catturati durante il rastrellamento sul Monte Tobbio. Ci scambiammo qualche sorriso d’incoraggiamento, nulla di più.

Al mattino ci fecero radunare nel cortile delle scuole. Ad attenderci c’era una figura già vista, ma non riuscivo a ricordare dove. Poi ecco, lo rividi in mezzo al piazzale del sacrario. Quel crucco era presente alla Benedicta. Aveva dato lui l’ordine di sparare.

Si presentò come maggiore Rotherpieler. Ci fece un discorso molto amichevole, ma nella mia testa risuonavamo ancora le urla di agonia, gli spari e i pianti incessanti di chi assisteva alla morte degli amici. Ci veniva data la possibilità di riabilitarci e riscattare la nostra colpa; in cambio dovevamo solo combattere o lavorare per la causa dell’ Italia e della sua alleata. Ci assicurò che ci avrebbero smistato ai centri di reclutamento. Da buon tedesco qual era, ci diede la sua parola d’ onore che non saremmo mai stati inviati in Gemania.

Un’ora dopo, giungemmo a Novi. Fummo alloggiati a Villa Rosa, circondati da sentinelle armate e reticolati di filo spinato. Alla vista di quel dispiegamento di forze, sapevo che le parole di quell’uomo non erano che fumo negli occhi per noi poveri disperati.

Sulle montagne avevo sentito spesso parlare dei campi del Nord, dove ti fanno lavorare fino alla morte. Ma li per lì mi sembravamo non più che storie. Esaltazioni della guerra. Un uomo non può arrivare a tanto. Ma non avevamo ancora conosciuto i crucchi. Nei loro occhi leggevamo un odio mai visto prima. Ci disprezzavano. Eppure, molti dei loro erano ragazzi come noi.

Il 12 aprile 1944, salii sul treno. In 400 partimmo per la Germania. Arturo era sempre al mio fianco.

Persi il conto dei giorni trascorsi chiuso in quel vagone.

Quando finalmente sentì i freni stridere e i portelloni aprirsi, un vento gelido mi sferzò il viso. Dinanzi a me si stagliava un’ imponente fortezza in pietra: ero arrivato a Mauthausen.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime.

E nel profondo del mio cuore sussurrò una frase : tornerò mamma…ritornerò.

Beatrice Citron

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