Cinema

The Danish Girl

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December 26, 2018

Possiamo definire transgender tutte le persone che sentono di avere un’identità di genere diversa da quella con cui sono nate, oppure individui che non si sentono nè totalmente maschili nè totalmente femminili. Uscito nel 2015, The Danish Girl racconta la storia del primo transgender, il danese Einar Mogens Andreas Wegener.
Nell’effervescente Copenhagen dei primi anni del XX secolo, Einar è un pittore paesaggista di indiscusso successo e condivide la sua passione con la moglie Gerda Marie Fredrikke Gottlieb, che dipinge prevalentemente donne e ballerine. A causa dell’assenza di una delle sue modelle, Gerda convince il marito a vestirsi da donna per poter finire un quadro e cercare di costruirsi una carriera indipendente da quella di Einar. In un primo momento il giovane si sente a disagio ed in imbarazzo, ma poco dopo si accorge di provare un certo interesse per i vestiti da donna. Un interesse che comincia a trasformarsi in un’ossessione nel momento in cui Gerda lo incoraggia a partecipare ad un ballo sotto le vesti della fittizia cugina “Lili Elbe”, ma questo gioco innocuo finisce per sprigionare definitivamente tutto il malessere di Einar per il suo corpo e per la sua sessualità. Einar considera Lili un’altra persona su cui proietta tutti i suoi impulsi inconsci, arrivando a scindere completamente la sua personalità e a non riconoscersi più in nessuna etichetta.

Malgrado ciò, i quadri in cui viene rappresentata Lili permettono a Gerda di esporre finalmente a Parigi, ma nello stesso momento Einar inizia a frequentare un uomo che aveva già conosciuto e baciato al ballo, il quale si rivela non essere l’unica esperienza omosessuale del pittore, che aveva già provato dei sentimenti per un giovane amico, Hans Axgil. A questo punto la relazione tra i due artisti si rompe definitivamente, ma mentre Gerda continua ad amare ed appoggiare le scelte del marito, quest’ultimo si allontana sempre di più da lei, sia per quanto riguarda l’aspetto sentimentale che per quello sessuale. L’amore di Gerda non conosce limiti nè confini ed è qui che spicca la vera drammaticità del film. La donna, inoltre, è disposta ad accompagnare il marito ad una visita medica, ma per i dottori dell’epoca il suo disturbo è uno squilibrio chimico, causato dalla sua personalità fortemente perversa. Intanto Einar continua a studiare ed imitare le donne per cercare di cogliere ogni minima sfumatura del loro modo di muoversi e comportarsi.
Lili soppianta completamente Einar, che non si mostra più nella sua versione maschile e non si presenta a nessun evento ufficiale. Gerda, completamente sola, abbandonata e ferita, cerca aiuto in Hans, mentre il marito continua a farsi visitare da medici che lo definiscono “pazzo” o “schizofrenico”. Quando la coppia si trova a Parigi nel 1912, Lili/Einar viene picchiata da un gruppo di giovani omofobi ed è un momento di svolta perchè capisce che è giunto il momento di abbandonare definitivamente il suo corpo. Si reca a Dresda e viene sottoposto alla prima operazione per la rimozione degli organi maschili. Lili inizia finalmente la vita che ha sempre desiderato e riesce a trovare lavoro presso una prestigiosa profumeria, circondandosi anche di numerose amiche. Gerda trova in Hans le attenzioni che il marito/moglie le nega, ma non abbandona mai Einar e continua a sostenerlo durante il suo percorso, anche nel momento in cui scopre che continua a frequentare l’uomo conosciuto al ballo. Giunge il momento della seconda operazione, che si rivela essere mortale e Lili non riesce a superarla, portandosi via anche quel poco che era rimasto di Einar.

Avevamo già apprezzato le grandi doti di Eddie Redmayne nei panni di Stephen Hawking e con questo film assistiamo ad un’ulteriore performance impeccabile, che però non gli assicura l’oscar. Il premio come miglior attrice non protagonista, invece, va ad Alicia Vikander, ovvero Gerda. Ritengo che sia lei la vera protagonista del film e di conseguenza il titolo “La ragazza danese” può essere interpretato in due modi diversi. In ogni momento del film percepiamo la claustrofobia di Einar provocata da un corpo che non sente come suo, ma il vero personaggio drammatico è proprio Gerda e tutta la sua sofferenza viene intuita, ma mai espressa apertamente, perchè la giovane pittrice mette da parte i suoi sentimenti per  trovare sempre la forza di aiutare il marito. Possiamo solo immaginare il dolore di una donna che dopo sei anni si trova a dover fare i conti con la perdita dell’uomo che ha sempre amato perchè quest’ultimo ha deciso di vivere una vita parallela nelle vesti di donna. Quello che più sconvolge è il fatto che Einar, nonostante non cerchi mai di sopprimere Lili e tornare ad essere quello che era (o forse non è mai stato), non smette mai di ripetere che ama profondamente sua moglie e ha bisogno di lei, del suo sostegno e della sua presenza fisica. Emergono, quindi, tutte le contraddizioni e le difficoltà di una relazione così difficile ed inspiegabile, ma l’unica certezza che abbiamo è che l’amore vero non si arrende di fronte a nessuna difficoltà, neanche la più insormontabile, e questo ce lo insegna bene Gerda. Inoltre, solo lei e pochi amici erano a conoscenza della transessualità dell’uomo, che si nascondeva sempre dietro la fittizia identità di sua cugina.

Le tematiche affrontate sono sempre attuali e il movimento transgender vede nella figura di Lili una fonte di ispirazione. La storia è tratta dai suoi diari, che sono stati pubblicati nel 1933 con il titolo “Man into Woman”. In realtà, contrariamente a quanto presentato nel film, Einar si sottopose a ben cinque operazioni sotto la supervisione del sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld. Uno dei sogni di Lili era quello di poter rimanere incinta come una vera donna (la coppia, infatti, non aveva avuto figli) e lo scopo dell’ultima fatale operazione fu proprio l’impianto dell’utero, che venne però rigettato dal corpo. Un caso del genere sconvolse così tanto l’opinione pubblica danese da indurre il re Cristiano X ad invalidare il matrimonio con Gerda. Non dimentichiamoci che questo era, ed è tuttora, un tema estremamente delicato e la società dell’epoca tendeva ad etichettare queste inclinazioni come qualcosa di tremendamente abominevole e immorale.

Roberta Rustico

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