Storia

I figli dell’immaginario: Frank Capra e Steve Rogers

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January 11, 2019

Nel nostro viaggio all’interno della propaganda statunitense durante il secondo conflitto mondiale, abbiamo fatto tappa all’interno di due settori che più di ogni altro hanno plasmato il mondo intero sia prima che dopo la guerra, ovvero il cinema e il fumetto. Sembra quasi impossibile analizzare due modelli così diversi come il fumetto e il cinema, eppure in America questo è possibile.

Negli ultimi anni abbiamo visto come la “Marvel Studios” sia riuscita a riprodurre su grande schermo, e con enorme successo, gli storici fumetti prodotti da Stan Lee e da altri famosissimi disegnatori. In America tutte le strade intraprese dall’arte in generale alla fine riconducono sempre e solo all’immaginario a stelle e strisce. E non fanno eccezione il cinema di Frank Capra e la storica saga di Steve Rogers alias Captain America

“Nel fumetto c’è una vocazione artistica che, al pari del cinema, cerca una cooperazione da parte dei propri spettatori e mira ad attivare una capacità di condividere sensazione ed emozioni. […] La vignetta agisce come l’occhio della macchina da presa cinematografica, selezionando la porzione di realtà su cui si deve focalizzare l’attenzione” [1]

Frank Capra, a differenza di Walt Disney, non deve mistificare le cose, le può rappresentare così come le vede perché lui deve creare un cinema di propaganda reale. Ecco perché in realtà “why we fight” non richiese un grande lavoro di regia, ma più di montaggio visto che furono prese scene già esistenti e anche provenienti da propagande avverse alla causa americana. L’impatto che tali film ebbero sull’opinione pubblica e sugli alti gradi militari in America fu immenso. Bisognava rappresentare la guerra in tutta la sua crudeltà, bisognava far capire a chi avrebbe guardato quei film e a chi avrebbe preso parte in prima persona a quel frammento di storia, che non si stava giocando. Ecco perché Capra decise di non includere tutto in una sola pellicola, ma di creare sette film, proprio come una saga fumettistica, così da permettere allo spettatore di indentificarsi all’interno delle varie parti.

Per quanto riguarda Captain America, prodotto da Kirby e Simon, esso nasce prima dell’entrata degli Stati Uniti d’America nel conflitto, animando così il bisogno di formare dei veri e propri supereroi. Il messaggio però è molto più complesso, è chiaro infatti che un super soldato nella realtà non può esistere, eppure esso riscuote un enorme successo per un motivo più banale ma efficace, infatti Captain America non nasce soldato, vorrebbe arruolarsi e aiutare il suo paese, ma non può per via dell’asma e perché è troppo piccolo per una guerra di quelle dimensioni. Eppure il suo cuore è puro, non vuole combattere per uccidere ma per ristabilire la giustizia e l’uguaglianza e per questo viene scelto per l’esperimento che poi lo trasformerà in Captain America. I due autori ci vogliono ricordare quindi che lo spirito che ha fatto grandi gli “States” è ancora vivo dentro ognuno di noi, abbiamo solo bisogno di risvegliarlo. Ecco che il cittadino comune, frustato, isolato, depresso accetta comunque l’onere che la sua madre patria gli chiede, quello di sottoporsi alla somministrazione di un serio che lo renderà invincibile. Un monito per tutta l’umanità, l’America sarà sempre disposta a rischiare per la libertà, così come Steve Rogers rischierà la sua vita per vincere la guerra.

“Whay we Fight”, la propaganda di Hollywood

Il regista Frank Capra

Da poco entrati nel conflitto gli Stati Uniti d’America si resero subito conto che la guerra sarebbe stata bel lungi dall’essere di breve durata. Questa ragione convinse il Dipartimento di Stato della necessità di dover svolgere un’azione di propaganda sul fronte interno, tesa a giustificare agli occhi degli americani l’enorme impegno loro richiesto. Ecco allora che entrano in scena i cartoon della Walt Disney che abbiamo già trattato, ma frutto di quel lavoro fu anche “Why we fight” una serie di sette film di montaggio prodotti proprio dal Dipartimento di Stato. L’ideazione e la supervisione dell’intero progetto fu affidata a Frank Capra, il registra hollywoodiano più vicino al sentimento popolare dell’America “roosveltiana”.

“In brevissimo tempo avremmo un mastodontico esercito di cittadini nel quale i soldati di leva saranno di gran lunga più numerosi di quelli di carriera, in un rapporto di 50 a 1. Possiamo anche essere convinti che proprio questa è la nostra forza, ma la Germania e il Giappone ritengono che questa è invece la nostra più grande debolezza. I giovani, liberi come sono da vincoli e da condizionamenti, sapranno assimilare la disciplina d’acciaio dell’addestramento militare, sopporteranno il freddo assassino delle regione artiche, il caldo allucinante del deserto o la fetida melma della giungla? Questo è il nostro lavoro, Capra, anzi il suo lavoro. Per vincere questa guerra bisogna innanzi tutto conquistare la mente di ogni uomo” : Capo di stato maggiore Marshall[2].

Il compito cui Capra aveva risposto era davvero difficile. Non si trattava di costruire un semplice documentario, ma di creare un’opera che potesse servire a spiegare il motivo per cui una generazione di americani era costretta a indossare l’uniforme. Il risultato doveva essere qualcosa lontano dalla spiegazione di come ricaricare una mitragliatrice o pulire un fucile, Capra non doveva spiegare il come di una guerra ma il suo perché. Ecco che la genialità del classico “self made man americano” venne alla ribalta, Capra fu abile a non creare nulla da zero ma a usare film del nemico con lo scopo di far ascoltare, direttamente ai “nostri ragazzi”, i proclami dei nazisti e dei giapponesi sul dominio della razza padrona. Secondo lui l’obiettivo propagandistico si poteva raggiungere solo se si capiva da soli il perché si stava combattendo.

Da questa idea nacquero i 7 film che furono raccolti nella collana dal titolo “Why we fight”:

1 Preludio alla Guerra

2 L’attacco nazista

3 Dividi e conquista

4 La battaglia d’Inghilterra

5 La battaglia di Russia

6 La battaglia della Cina

7 La guerra arriva in America

Dai titoli di ognuno di essi capiamo subito l’importanza cronologica che Capra e il suo staff hanno consegnato alle pellicole, eppure non è tutto così semplice. L’enorme successo che questa propaganda ebbe (a fine guerra il ricavo della sua proiezione ammontava a 2 milioni e 500 mila dollari) enunciò, per la prima volta dall’inizio del conflitto, la linea politica pre-bellica americana e del mondo intero. Perché non siamo intervenuti nel 1931 in Manciura? Perché abbiamo lasciato al suo destino l’Etiopia senza muovere un dito? Capra risponde ancora una volta sorprendendo tutti; secondo la sua teoria gli americani si trovavano immischiati in guerra non tanto per Pearl Harbor ma perché non avevamo ancora capito che la loro libertà, tanto difesa e tanto ambita, dipende dalla libertà del mondo intero. Questo passaggio è fondamentale e sarà accolto unanime da tutti gli avversari dell’Asse. Capra quindi non rivoluzionò solo il documentario in sé, ma diede anche risposte politico sociali molto forti; come lui amava dire, forse anche in maniera esagerata, era stato la prima voce dell’America. Questo, forse più di qualsiasi altra cosa, segnò il destino del documentario bellico da lui prodotto.

“[…]pensavo che fosse il mio lavoro mostrare ai nostri ragazzi le ragioni della nostra guerra. Avevano 18 anni, quei ragazzi, e non sapevano niente di cose di guerra. Non erano soldati, non avevano nessuna disciplina militare. Erano i peggiori soldati del mondo, quando la guerra scoppiò. Ma in due anni, erano i migliori del mondo. E c’è una ragione, per questo: avevano una mente aperta.[…] Era la prima cosa che facevano, vedere i miei film. E quando li vedevano, sapevano cosa fare, perché combattevano. Capivano che non era un gioco. Era vero”[3]

La sentinella della Libertà; Captain America

Parliamo ora invece di Captain America. E’ il 1941, qualche mese prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor una coppia di giovani artisti ebrei, Joe Simon e Jack Kirby, crea il personaggio di Captain America. Entrambi figli di immigrati si identificarono con il nazionalismo americano per denunciare gli orrori nazisti che poi porteranno all’olocausto. Di grande aiuto per il nostro studio sono le parole che lo storico Gerard Jones pronuncia in relazione alla creazione di Captain America.

Conferirono al loro eroe la passione dell’immigrato, dell’ebreo[…] Captain America ampliò le metafore del mascherarsi. In un laboratorio segreto lo scheletrico Steve Rogers si trascina, con fare dimesso e spalle cadenti. Basterà una provvidenziale iniezione a trasformarlo in un Adone… Da denutrito ragazzino del ghetto newyorkese a dirompente e implacabile forzuto che afferra le opportunità offerte dalla sua nuova patria. L’esausto superstite di un vecchio paese assurge a nuovo combattente ebreo forgiato dal crogiolo della libertà e della violenza americana. E proprio attraverso la passione dell’immigrato, Simon e Kirby riescono a cogliere (e trasferire su carta) il risveglio di un’intera nazione: la provinciale America si inventa potenza mondiale. [4]

La nascita del supereroe americano è dovuta ad una propaganda politica a favore dell’intervento in guerra degli Usa. Il primo volume di Captain America, abbiamo detto, esce ancor prima di Pearl Harbor (Marzo 1941) e l’immagine di copertina è significativa; infatti CAP, con un costume a stelle e strisce che richiama la bandiera americana, colpisce con un pugno in pieno volto Adolf Hitler. E’ quasi superfluo dire che le vendite salirono vertiginosamente fino a toccare quota 1 milione di copie, segno questo di un’evidente presa di posizione da parte della popolazione sulla questione della guerra europea. Inizia così il mito di Steve Rogers alias Captain America; supereroe patriottico per eccellenza, che venne usato come elemento propagandistico per sostenere l’entrata in guerra degli Stati Uniti liberali contro l’Europa bellicosa e imperialista.

La storia dell’eroe di Brooklyn è la storia di trasformazione che l’America, secondo Kirby e Simon, deve subire. Il piccolo ragazzino, gracile e malato d’asma, che vuole arruolarsi a tutti i costi per combattere Hitler e i nazisti e che viene sempre respinto, un giorno si imbatte nel destino, lo stesso destino che ha fatto grande l’America e che fu coniato, da un giornalista di New York nel 1845, con il termine “manifest destiny”. Steve Rogers, in maniera fortuita, viene scelto per dar vita a un progetto denominato “Rinascita” che avrebbe dato alla luce una generazione di super soldati, capaci di vincere questa e altre guerre future. Così a Steve Rogers viene iniettato un siero particolare che non trasforma solo il suo corpo ma anche la sua mente rendendolo la “sentinella della libertà” nonché Captain America. L’uccisione dello scienziato inventore del siero lascia CAP come l’unico esemplare con quelle straordinarie capacità che solo il preparato scientifico è in grado di conferire.

Al di là delle sfide che l’eroe americano è chiamato a intraprendere ci interessano i legami che esso crea con la guerra vera e propria. Abbiamo già detto che l’enorme successo che il primo numero di Captain America ebbe fu un segno tangente, soprattutto da parte del target giovanile, di una presa di coscienza sul conflitto che perversava nel vecchio continente. Sarebbe superfluo, e del tutto sbagliato, dire però che il fumetto di Captain America fece prendere coscienza dell’importanza di intervenire in guerra, ma sicuramente risvegliò alcuni simbolismi che sono alla base degli Stati Uniti d’America; i principi di libertà in primis ma soprattutto la consapevolezza che il popolo americano è il popolo eletto e che viene guidato da quel destino manifesto che ha un qualcosa di divino.

“Anche l’individuo apparentemente più debole e inadatto può essere stato scelto da Dio, che è dentro di lui e può manifestarsi in qualsiasi momento”[5]

Se il gracilino Steve Rogers quindi, può diventare il forzuto Captain America, è solo perché esso è guidato dal destino, lo stesso destino che guiderà il popolo americano alla vittoria.

Non è un caso infatti che Steve Rogers riceva, come nome d’arte, proprio Captain America; è raro che un paladino porti il nome della propria nazione, questo si può spiegare essenzialmente immaginando l’intenzionalità dei due autori, che non volevano tanto creare un eroe, bensì un modello da seguire e assimilare agli Stati Uniti d’America.

Raffaele Giachini

Note

[1] A. Teodori, CINEMA E FUMETTI. CINQUE PUNTI IN COMUNE, in Il Mio Libro, 2015

[2] C. D’Osualdo, I GRANDI DOCUMENTARI AMERICANI DI GUERRA (fascicolo), Lucarini editore, 1985

[3] C. D’Osualdo, I GRANDI DOCUMENTARI AMERICANI DI GUERRA (fascicolo), Lucarini Editore, 1985

[4] G.Jones, MEN OF TOMORROW, Basic Books, 2004

[5] F.Tarzia e E.Ilardi, SPAZI (S)CONFINATI. PURITANESIMO E FRONTIERA NELL’IMMAGINARIO AMERICANO, Roma, La Talpa, 2015

Immagini:

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