Musica

Recensione “Till the Dance Do Us Part”: Frankley Everlong

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January 16, 2019

“Se il colore viola e le emozioni fossero dei suoni, quali sarebbero?” Questa è la domanda che si è posto Tommy Carlsson, chitarrista e cantante dei Frankley Everlong, band disco punk svedese attualmente sotto contratto con l’Ecplise Record. L’etichetta discografica di Chris Poland, fondatore e primo chitarrista dei Megadeth, è conosciuta per aver reso famosi i Mushroomhead. La loro politica musicale è la seguente dal 1997: meglio lavorare su pochi ma validi album, piuttosto che produrne numerosi solo per i profitti e la visibilità.

Nel 2018, quindi, la sua attenzione si è focalizzata sul trio di Kalmar, che ha inciso il loro secondo album dal titolo “Till The Dance Do Us Part”, anche se in realtà festeggiano i nove anni di attività. Dopo l’uscita del loro album di debutto “Songs For The Broken” nel 2014, Nicklas Petersson prende il posto del bassista precedente e la band intraprende un tour europeo. In questo periodo, però, il suono non è ancora definitivo, non ha trovato la sua strada. Sarà allora la metafora della fusione dei diversi colori ad ispirare le sonorità della band: “punk, disco e heavy wave synth, tre generi che si uniscono per dare vita ad un nuovo modo di vedere ed intendere la musica.”

Stanchi di suonare e comporre con “la stessa formula che è già stata usata e riusata nel tempo”, i Frankley Everlong ci catapultano in un’atmosfera punk attraversata da ritmi dance. Nonostante le loro intenzioni siano quelle di non imitare nessuno, rieccheggiano nelle nostre orecchie soluzioni già adottate dai Blink 182, Panic! At The Disco, Good Charlotte e Sum 41. Parliamo, in ogni caso, di musica leggera e frizzante, un buon compromesso tra l’anima rivoluzionaria del punk e lo svago della discoteca, in grado di raggiungere consensi da varie generazioni di ascoltatori.

”Till The Dance Do Us Part” contiene nove canzoni che mettono in risalto le doti tecniche degli artisti, ma anche la loro capacità di “catturare ed ipnotizzare l’ascoltatore con un tipo di musica che vuole essere puro e semplice divertimento”. Il titolo dell’omonima traccia è in questo senso esplicativo: chi la ascolta deve aver voglia di ballare, come se fosse in una pista di un locale negli anni ’80. Questo è l’intento che viene riproposto anche nella successiva “As You Wither”, ma in realtà dietro alle sonorità disimpegnate si nasconde una tematica difficile: la realtà del bullismo e di coloro che intenzionalmente feriscono gli altri per i propri benefici. In ”Animatronic” fanno la loro comparsa le tastiere e il sintetizzatore, ma quello su cui puntano principalmente i Frankley Everlong sono i ritornelli, di impatto, orecchiabili e da cantare a squarciagola. Quale canzone, quindi, poteva rispecchiare questo aspetto se non ”Endless Infinity”? Si tratta del primo singolo estratto dall’album, che ha di recente raggiunto 55,000 ascolti su Spotify e per il quale è stato registrato anche un video musicale. E’ un vero e proprio “inno punk dal ritmo incalzante”, il cui tema principale è la fine di una relazione non sana. Questo clima di festa viene interrotto da “Broken Heart Surgery”, l’atmosfera è più cupa rispetto alle tracce precedenti e la chitarra inizia ad imporsi, ma è solo una pausa momentanea, perchè ”Pushed Around By You” ripropone le soluzioni già adottate precedentemente, così come ”A Sense of Hell-Being” che però ci regala un breve assolo. Giungiamo alla conclusione. Gli ultimi due brani sono decisamente più riflessivi e lontani dal vivace suono a cui la band ci stava abituando. ‘‘I Vagabond” sembra quasi assumere il ruolo di ipotetica ballad, ma la vera sorpresa è ”September”, non mi sarei mai immaginata di trovare una canzone di ben 7 minuti in questo contesto. La traccia ha un’impronta che potremmo definire un po’ struggente e drammatica, ma dal fondo emergono sempre i ritmi disco che abbiamo capito essere la cifra stilistica della band. La chitarra, quando compare, ricorda il palm mute del trash metal, ma non fa sicuramente da protagonista. L’album nel complesso è godibile e allegro, da ascoltare in macchina con il finestrino abbassato e insieme ad un amico con cui cantarlo, come se fosse la scena di un film.

I Frankley Everlong ci dimostrano che è ancora possibile fare punk nel 2019, ma soprattutto che è possibile affrontare delle tematiche serie facendo musica da discoteca vecchio stile. Un connubio raro da trovare ai giorni nostri in quanto usualmente chi produce musica dance tende a dare poca importanza al testo, con frasi superficiali, mentre nel caso degli svedesi è presente anche una morale che aggiunge qualità al prodotto finale.

“Till The Dance Do Us Part” è il nuovo standard per le band che vogliono confrontarsi e misurarsi con il pop punk rock al giorno d’oggi”: sono queste le parole della band e noi abbiamo grandi aspettative per il futuro.

Roberta Rustico

Note:

Le citazioni riportate sopra sono state estratte dalla biografia fornitaci dalla Ecplise Record.

 

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