Filosofia

Viaggio nel mondo di Leopardi, dalla Ginestra al Vesuvio (Parte 1)

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January 18, 2019

“L’arte di essere fragili”

L’arte di essere sensibili

Capitolo I

Leopardi ha impersonato per soli trentanove anni la figura del più grande scrittore italiano moderno, forse perché è stato il migliore filosofo italiano antimoderno: il poeta che, con infinita forza, genialità e precocità, ha riconosciuto i caratteri della nascente modernità nei loro aspetti reali (e non negativi).

È un genio eversivo, profetico, defilato, trasgressivo e sensibile. Questo grande poeta ha saputo trasformare la propria condizione di emarginazione sociale in uno straordinario punto di forza: la sua sofferenza ha assunto le caratteristiche di un’eroica ed eversiva grandezza.

“Noi oggi viviamo in un’epoca in cui non ci si può concedere il lusso della fragilità”. Così, l’ormai noto scrittore Alessandro D’Avenia, rilegge un brano fondamentale tratto dalla sua ultima fatica editoriale. L’autore si riferisce a come Leopardi sviluppò la capacità di cercare la felicità nell’essenziale. Il messaggio che D’Avenia vuole trasmettere è chiaro: la sua opera è la risposta alla lettera che Giacomo Leopardi ideò per un ipotetico “giovine che non appartiene al secol nostro” (scritta nel 1827 e mai ultimata).

“Vi aiuterò, se vi fidate di me, a trovare il senso dell’oggi” è l’umilissimo incipit di questo libro che, tramite un’indagine innovativa della figura leopardiana, cerca di orientare i confusi adolescenti di oggi.

Per l’insegnante, una buona fetta dei ragazzi d’oggi, sono tormentati da incertezze logoranti e in questo libro s’accinge a scardinarle tentando un insolito riferimento.

D’Avenia si spinge ad affermare (forse riferendosi alle celebri “Due Verità a cui gli uomini generalmente non crederanno mai” leopardiane) che il poeta avesse intuito la vera risposta ai nostri dubbi che concernano l’esistenza: Dio.

Recentemente è apparso, sull’Avvenire, un articolo dedicato all’interpretazione di D’Avenia dell’immenso pensiero leopardiano. Fossi stato nei panni del giornalista averi intitolato il testo in modo differente: “Come tentare di stravolgere il pensiero di Leopardi”.

Ecco le mie motivazioni. Giorni fa, un mio illustre collega (che non nomino per motivi di personalissimo narcisismo intellettuale), mi ha fatto notare come l’Avvenire sia un giornale autorevole, rappresenta un punto di riferimento nella dura lotta contro la “settimanizazzione” (termine coniato da Umberto Eco) che porterebbe il giornalismo ad essere schiavo della televisione. Ma quando si tratta di temi come la religione, gli articoli si svincolano in territori impervi, per poi naufragare nell’assurdità.

D’Avenia rivela, interpretando Leopardi, che: “C’è una religione della bellezza che tutti possiamo accettare e creare e che ci accomuna tutti”. Ad essere usato (o meglio, manipolato) è un termine malleabile, che potrebbe essere sostituito da lemmi quali “ricchezza” ed altri. L’autore propone poi una variazione della visione del poeta: “Dio, io senza di te non posso esistere. Nel cristianesimo ho trovato l’antidoto per la noia. L’unico che io conosca. Una vita che è affidata totalmente a te e totalmente a Dio”. Ora si potrebbe osservare che le alternative d’interpretazione potrebbero essere due: o il professore ha assolutamente ragione, o è chiaro che si tratta di un tentativo d’emulazione mal riuscito.

Lo Zibaldone è colmo di riferimenti di questo tipo, che però si rivolgono ad entità esistenziali quali il destino, la miseria, la sofferenza […]. È per questo che si potrebbe anche dire: “Bellezza, io senza di te non posso esistere. Nella Bellezza ho trovato l’antidoto per la noia. L’unico che io conosca. Una vita è affidata totalmente all’uomo ed alla Bellezza”.

Dunque, non è Giacomo Leopardi ad invocare Dio come risposta ai nostri dubbi, ma è D’Avenia che identifica Dio con la Bellezza. Si tratta di una visione di Dio e della religione molto personalizzata (che non tocca temi come la distinzione tra laicità e laicismo. Tenendo poi conto dell’ateismo di Leopardi) e assai differente dalla prospettiva leopardiana. Si potrebbe dedurre che, come nel caso di Manzoni, Giacomo Leopardi rischia di essere rovinato dai professori.

 

Il nostro poeta è descritto come un “affamato d’Infinito”, esattamente come i ragazzi di D’Avenia. Ho trovato molto azzeccato il termine “segreto della felicità”, ma lo considero decisamente avventato: il pensiero di Giacomo è particolarmente prevenuto a riguardo, ed occorre fare qualche premessa prima di introdurlo nelle prime pagine.

Il libro svolge però una funzione che riguarda più la formazione rispetto ad un intento informativo: Leopardi viene preso come esempio per chiarire i dilemmi esistenziali degli adolescenti, soggetto quindi ad identificazioni e proiezioni da parte del lettore; che impara cosa vuol dire “essere fragili” ed entra all’interno del rapporto tra il protagonista (Giacomo) e l’autore (D’Avenia). Si tratta di una tecnica d’ipotiposi che non aveva mai sfiorato la tradizione letteraria del poeta recanatese.

Penso che si tratti di una soluzione originale ed efficace per far avvicinare i giovani ai grandi della letteratura.

Capitolo II

Leopardi ci ha aiutato a riflettere sul suo e sul nostro secolo scrivendo un solo verso (ma invitandoci a interrogarlo nel contesto-cosa che stiamo ancora facendo e con alterni stupori): “Le magnifiche sorti e progressive”. Se vivesse oggi e lo invitassero a dire se deplora i telequiz truccati, le azioni terroristiche o i suicidi via Internet, la sua opinione sarebbe irrilevante (o forse ovvia). C’interessa quello che ha detto della vita parlando di Silvia, non la sua opinione (probabilmente troppo risentita) sulle ragazze di Recanati. Su questo tema sarebbe stato un ottimo soggetto per un sondaggio, ma come una voce tra tante.

Oggi, se un personaggio come Giacomo Leopardi fosse nostro contemporaneo, non diventerebbe un “Vip” né si trasformerebbe in una celebrità: da sempre, a piacere a tutti, è l’eroe giovane e bello. Dotato dalle mitologie di poteri sovraumani affinché sembri fare ciò che tutti non riuscirebbero.

Ma invocarlo denuncia sempre una sindrome d’impotenza, credere che ci sia è una scusa per non fare quello che apparentemente non si riesce a fare.

Alessandro D’Avenia non ci ha detto che la figura di Giacomo rappresenta anche un nuovo modello d’intellettuale: lo studioso onnisciente che partecipa indirettamente agli avvenimenti del suo tempo. La sua è la presenza dell’intellettuale riflessivo, un concetto che oggi dovrebbe essere riconsiderato.

Uno degli atteggiamenti più patetici di questo secolo (credo che la colpa sia di Julien Benda) è di lamentare per qualsiasi crisi sociale o politica il tradimento degli intellettuali, oppure invocarli per risolvere tutti i problemi complicati. Una volta Jacques Attali aveva convocato un congresso di dimensioni mostruose a Parigi sul tema “Gli intellettuali e le crisi del nostro secolo” e mi colpirono (nel rivedere i video degli interventi tenuti dagli studiosi italiani) le parole del semiologo Paolo Fabbri, che si limitarono a poche righe:

“Badate che gli intellettuali, per mestiere, le crisi le creano, ma non le risolvono”. Creare le crisi non è una cosa cattiva. Leopardi ne ha generate decine. Scienziati, filosofi e uomini di lettere parlano per dire: “Credevate che le cose stessero così, e invece vi state crogiolando in un’illusione perché stanno in un modo tremendamente più complesso”. Questo è ciò che hanno fatto gli intellettuali che oggi si studiano a scuola, si chiamassero Parmenide, Einstein, Kant, Darwin, Machiavelli o Joyce. Ma Leopardi lo ha fatto in modo diverso perché non si riferiva ad un pubblico di lettori né rimproverava dei conoscenti, lui sviluppava delle speculazioni a “tu per tu” con l’entità della quale indagava l’essenza (fosse la sofferenza o la natura stessa).

Ascoltando gli intellettuali di oggi, quando vengono presi per quel che sanno dire (quando ci riescono), ci si accorge della loro utilità per la società, ma solo nei tempi lunghi. Nei tempi brevi possono essere solo professionisti della parola e della ricerca, che possono amministrare una scuola, fare l’ufficio stampa di un partito o di un’azienda, suonare il piffero alla rivoluzione, ma non svolgono la loro specifica funzione. Dire che essi lavorano nei tempi lunghi significa che svolgono la loro funzione prima e dopo, mai durante i grandi eventi della loro epoca.

Si tratta di un distaccamento sano, riflessivo e che permette di alimentare una componente del nostro pensiero che è più nobile del pensiero stesso: l’immaginazione.

Giacomo Leopardi ha vissuto una vita strozzata, soffocata dalla malattia e dalla morsa della sua famiglia. Eppure si è fatto grande filosofo dell’età moderna. Per molti il più grande. E, tralaltro, le sue stesse osservazioni si dimostrarono profetiche (caso rarissimo nella storia della letteratura).

Un economista o un geografo potevano lanciare un allarme sulla trasformazione dei trasporti via terra nel momento in cui è entrato in scena il vapore, e potevano analizzare vantaggi e inconvenienti futuri di questa trasformazione; o compiere cento anni dopo uno studio per dimostrare come quell’invenzione aveva rivoluzionato la nostra vita. Ma nel momento in cui le aziende di diligenze andavano in rovina o le prime locomotive si fermavano per strada, non avevano nulla da proporre, in ogni caso assai meno di un postiglione o di un macchinista, e chi avesse invocato la loro alata parola si sarebbe comportato come chi rimproverasse Platone di non aver proposto un rimedio per la gastrite.

Quando la casa brucia, l’intellettuale può solo cercare di comportarsi da persona normale e di buon senso, come tutti, ma se ritiene di avere una missione specifica s’illude, e chi lo invoca è un isterico che ha dimenticato il numero telefonico dei pompieri.

Un sociologo avveduto poteva avvertire trent’anni fa che lo sviluppo del benessere, accompagnato dal ritardato ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, avrebbe prodotto fenomeni di “smarrimento giovanile” (droga o sassi dal cavalcavia) e in tal senso avrebbe potuto suggerire come prevenire il fenomeno. Ma nel momento in cui i ragazzi gettano i sassi dal cavalcavia l’unica cosa che si può chiedere all’intellettuale è di non tirarli anche lui. Se lancia un appello contro i sassi dal cavalcavia non si comporta da intellettuale ma semplicemente approfitta di una pubblica disgrazia per fare una bella figura, oltretutto avvantaggiando la sua fama di studioso. A quel punto la salvezza non viene dall’intellettuale ma dalle pattuglie di polizia, o dai legislatori.

C’è solo un caso in cui l’intellettuale ha una funzione rispetto a eventi in corso, quando sta accadendo qualcosa di grave e nessuno se ne accorge. Solo in quei casi un suo appello può servire come allarme.

È vero che in tal caso svolgerebbe azione intellettuale chiunque lanciasse l’appello, anche se facesse l’idraulico, però è possibile che la pubblica notorietà di qualcuno possa rendere l’appello più percepibile (è il caso della celeberrima reazione di Umberto Eco al dilagare dei commenti più disparati e insensati che veicolano nel mondo del web, in tal senso definì “legioni di imbecilli” gli infiniti utenti Twitter nel contesto del fenomeno dei media). Ma tutto ciò potrebbe avere senso solo se nessuno si fosse ancora accorto che c’era una “falla nel sistema”, che qualcosa non funzionava o che esisteva un “virus” nella società. Se invece tutti fossero coscienti del problema, l’intellettuale (in quanto tale) è meglio che non ingombri inutilmente pagine di giornali (per dire cose che pensa già anche il suo portinaio) e riviste che debbono essere lasciate invece libere per notizie e dibattiti più urgenti, rispetto ai quali, deve comportarsi come dovrebbe fare in quel frangente ogni cittadino responsabile.

Ma torniamo al caso Leopardi. Il poeta è soprattutto un uomo dal pensiero settecentesco, la sua formazione appartiene al secolo illuministico: nasce nello stesso anno in cui, in Germania, veniva usata (per la prima volta) la parola “Romanticismo” (“Romantik”, coniata da  Friedrich von Schlegel).

L’Europa di allora era un condensato di tensioni politiche, un crogiuolo di popoli in attesa di un riscatto, un fermento di ideali scossi violentemente dai venti della rivoluzione francese.

Monaldo, il padre di Giacomo, è un nobile intellettuale dalle idee conservatrici e dall’etica di ferro.

È un “ricco reazionario” che ha fatto degli investimenti sbagliati in gioventù e che ora fa amministrare il patrimonio dalla moglie bigotta e anaffettiva.

Si tratta di un uomo che appare come un nobile da commedia goldoniana: un patriarca devoto che controlla e opprime, ma che accudisce amorevolmente un tesoro amatissimo. È governatore, ex consigliere e gonfaloniere; la sua attività politica è impegnatissima: ridusse le tasse, costruì ospedali, creò piantagioni, introdusse i lampioni in città e fu il primo a rendere il vaccino antivaioloso obbligatorio e gratuito in tutto lo stato pontificio. Ma Monaldo è anche un uomo di studi: collezionò oltre ventimila volumi, che poi donò all’intera città (costituendo la prima biblioteca pubblica).

La madre, Adelaide Antici, è una donna pratica, cinica, fredda, limitata dalle sue convinzioni ed estremamente cristiana. Basti dire che è lei a gestire gli affari domestici della famiglia.

Giacomo cresce in un pittoresco borgo della Stato Pontificio: Recanati.

Qui si rivela un vero bambino prodigio, un ragazzo precocissimo, in grado di assorbire con facilità lingue quali il Greco, il Latino e l’Ebraico. Ma non è tutto, il giovane Leopardi dedica intere giornate allo studio della filologia; traduce Omero, Orazio, Virgilio, Tito Livio, Cicerone […]. A soli quindici anni compone la “Storia dell’astronomia” e a diciassette stila il celebre “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”. È un giovane favoloso.

Continua…

Carlo Alberto Ghigliotto

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