Psicologia

I manicomi e la malattia mentale: vivere all’inferno

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January 21, 2019

Chi come me è figlio degli anni ’90 forse ricorderà una delle canzoni che passavano senza sosta su MTV o su tutte le stazioni radio nell’ormai lontano 2007 dal titolo “Ti regalerò una rosa” del cantautore Simone Cristicchi il quale, grazie a questo singolo, vinse il Festival di Sanremo.
Molti di noi avranno presente il ritornello della canzone

“Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
Ti regalerò una rosa
Una rosa bianca come fossi la mia sposa
Una rosa bianca che ti serva per dimenticare
Ogni piccolo dolore”

ma ben pochi sapranno canticchiare il resto del testo che è proprio quella parte che ci porta al succo di questo articolo.

Simone Cristicchi

La canzone di Cristicchi racconta la storia di Antonio, un uomo che come prima informazione ci comunica, attraverso una lettera, di essere matto. Difatti sin da ragazzino vive in un ospedale psichiatrico e ci resta per quarant’anni. La sua è una lettera di denuncia dove le frasi che balzano all’orecchio sono forti, caratterizzate da parole dure sulle quali, se ci si sofferma ad ascoltarle, fanno davvero rabbrividire.

I manicomi sono da sempre luoghi surreali, che sprigionano un fascino oscuro e quelli che ormai sono abbandonati ma ancora in piedi sono meta di amanti del brivido. In alcuni di questi edifici ci sono ancora gli oggetti appartenuti ai degenti, le cartelle cliniche, i letti e le scritte sui muri a testimoniare la sofferenza di coloro che lì dentro erano obbligati a stare, talvolta per sempre.
Nel 1978 viene emanata la Legge 180 in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” e viene chiamata Legge Basaglia.
Franco Basaglia è stato uno psichiatra e un neurologo che ha proposto una nuova prospettiva di salute mentale.
Prima dell’intervento di Basaglia, quantomai necessario, e della sua rivoluzione del concetto di cura e di comunità psichiatrica, i pazienti ricoverati erano sotto il controllo della legge 36 del 1904 dove, nel primo articolo, si possono leggere le seguenti parole:

«Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi».

“Alienazione mentale” significava tutto e significava niente: prostitute, omosessuali, bambini che si comportavano da bambini, provenienti da orfanotrofi, soli al mondo e la cui storia non interessava a nessuno.
Nel settimo articolo della Legge 180 si legge chiaramente che è vietata la costruzione di nuovi ospedali psichiatrici e, nell’articolo 10, si sottolineano le modifiche al codice penale da cui vengono eliminate le parole “alienati di mente”, “infermi di mente” e “a uno stabilimento di cura”.
Perciò sicuramente questa Legge fu un’innovazione e spezzò una lancia a favore di coloro che erano ricoverati negli ospedali psichiatrici, soprattutto su questioni di rispetto della persona.

Franco Basaglia

La situazione dei pazienti migliorarono, non che potessero peggiorare: vivevano spesso al freddo, le loro condizioni igieniche erano scarse, erano malnutriti e subivano dei trattamenti terrificanti, come l’elettroschock che era usato perché si pensava che fosse terapeutico in quanto stordiva e rendeva tranquilli gli internati. Ciò accadeva perché la conoscenza delle patologie psichiatriche era ancora scarsa e cura e contegno erano sinonimi. Inoltre spesso veniva loro tolto il diritto di voto.
Ciò che ci si dovrebbe chiedere è chi siano i veri folli e, per fortuna, Franco Basaglia lo fece.

“Per me che si parli di psicologo o di schizofrenico, di maniaco o di psichiatra è la medesima cosa: sono tanti i ruoli all’interno di un manicomio, che non si sa più chi è il sano o il malato”

Il nuovo punto di vista introdotto da Franco Basaglia ha aperto una finestra sul mondo della malattia mentale e ciò avviene attraverso l’evidenza che la segregazione di qualcuno perché affetto da malattia non è la soluzione ai problemi, ma di sicuro è più facile da non vedere.
Il 13 maggio, giorno in cui la legge entrò in vigore, fu un colpo per tutti: non solo per la società che guardava con diffidenza la chiusura di questi luoghi ma anche per coloro che in quei luoghi lavoravano.
A Voghera c’era il manicomio e c’era anche Dino Sforzini l’ultimo primario dell’istituto che, a un’intervista al magazine VICE, dichiara che negli ospedali civili in cui venivano poi ricoverati i pazienti spesso il personale non era entusiasta dell’arrivo di queste persone.
Nei manicomi la giornata era scandita da orari precisi e gli spazi, benchè grandi, erano affollati dai pazienti perciò la tensione era alta.
Tra coloro che lavoravano in quegli istituti c’erano gli infermieri e le infermiere, i quali si occupavano rispettivamente di pazienti uomini e di pazienti donne e avevano diversi compiti, quali occuparsi dei bisogni vitali dei malati, ma anche somministrare le medicine e, nei casi più gravi, legarli ai letti e che dovevano sottostare agli ordini impartiti dai caposala.

Manicomio di Voghera

Ciò che è importante sottolineare quando si parla di argomenti delicati come questo è il concetto di memoria: è necessario parlare di questioni che disturbano proprio perché non si ripetano in futuro e perché si crei una coscienza collettiva che ci permetta di riflettere su queste strutture, i manicomi appunto, che erano dei luoghi dove regnava l’esclusione, perciò l’idea di “rinchiudere qualcuno perché è pazzo” dovrebbe essere ormai superata.
Infatti, come si può vedere anche dalle foto, gli ospedali psichiatrici erano sì degli edifici, ma non come quelli che intendiamo noi. Erano posti molto grandi e recintati da dove chi entrava non usciva se non freddo e orizzontale.
Lo stesso Dino Sforzini, e altri come lui, sottolineano che alcuni dei pazienti, i quali con la chiusura dei manicomi venivano “rilasciati”, perché in effetti la loro condizione era simile a quella dei carcerati, poi compivano dei gesti estremi. Questo proprio perché essere reintrodotti in una società che non si conosce e dalla quale il paziente non veniva più accettato era un impatto troppo brutale per coloro che erano rimasti estraniati per così tanto tempo.

Torniamo un momento alla canzone di Cristicchi:

Io sono come un pianoforte con un tasto rotto
L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi
E giorno e notte si assomigliano
Nella poca luce che trafigge i vetri opachi
Me la faccio ancora sotto perché ho paura
Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura
Puzza di piscio e segatura
Questa è malattia mentale e non esiste cura

La discriminazione verso le persone affette da disturbi psichici è ancora oggi presente e lo dimostra anche il pregiudizio, purtroppo diffuso in modo preoccupante, verso gli psicologi e verso altre figure che lavorano a contatto con queste persone. Sì, con le persone, non con i pazzi, con i “fuori di testa”, con i disturbati. Con le persone, perché è questo che sono ma, come si può leggere nella canzone di Cristicchi “per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura”. Difatti, purtroppo ancora oggi, si pensa che chi va dallo psicologo sia matto e si associa questa figura professionale a disturbi particolari e che effettivamente chi non li studia e non li approfondisce, non conosce e non sa nemmeno di che cosa stia parlando.
Se poi si pensa che nei manicomi non venivano solo rinchiusi coloro che soffrivano di vere e proprie malattie mentali come la psicosi, ma anche omosessuali o altri che furono internati per aver riportato, dopo la guerra, traumi a livello psicologico che potevano comprendere allucinazioni (uditive o visive) oppure mutismo.
Tuttavia c’era anche chi non aveva nulla ma aveva caratteristiche diverse dalla norma: bambini troppo vivaci o, al contrario, bambini troppo tranquilli. Alberto Paolini, 42 anni in manicomio, è uno di questi ultimi e racconta la sua storia attraverso il quotidiano Repubblica. Paolini viene internato al Santa Maria della Pietà, ospedale psichiatrico di Roma e viene anche assegnato al Padiglione IV dove si praticava una delle tecniche più terrificanti di quegli anni: l’elettroshock.
Il Santa Maria della Pietà era uno dei manicomi più grandi d’Italia: 130 ettari, 24 padiglioni e 7 km di strade. La sua origine risale al 1548 quando veniva descritto come un ospedale per “poveri forestieri et pazzi”.
In questo ospedale psichiatrico, come in altri, venivano ricoverati anche i bambini (come Alberto), provenienti da famiglie che non si potevano occupare di loro, oppure per coloro che oggi conosciamo come affetti da disturbi dell’apprendimento.
Non vi erano limiti di età, alcuni bambini venivano ricoverati prima dei tre anni e, purtroppo, a volte non arrivavano all’adolescenza. Il trattamento era indifferenziato: che fossi adulto, bambino, donna, uomo subivi l’elettroshock.
Nel 1971 fu svolta un’inchiesta dalla Commissione permanente di assistenza della provincia di Roma che testimonia le condizioni in cui stavano i bambini: legati ai caloriferi, sporchi, seminudi e in condizioni igieniche inaccettabili.
Un’altra testimonianza è quella di Rossana che in manicomio passa quindici anni e subisce diversi cicli di elettroshock. Lei è adulta quando entra al Santa Maria della Pietà ed è sposata, infatti è proprio il marito che la porta in quel luogo degli orrori e la diagnosi è quella di gelosia nei confronti del consorte e scarso interesse per la vita familiare: viene internata nel padiglione delle “agitate”.
Le donne che finivano in manicomio, all’epoca, erano considerate ribelli, che non volevano sottostare agli ordini dei mariti e dei padri, quelle che non rispondevano ai requisiti per il ruolo di moglie e per questi motivi venivano etichettate come ninfomani, malinconiche e indemoniate.

La rivoluzione inizia nell’ospedale psichiatrico di Trieste di cui nel 1973 Basaglia diventa direttore e dove introduce laboratori artistici e una cooperativa lavorativa che permette ai pazienti di svolgere lavori retribuiti.
Anche a Trieste, prima dell’arrivo di Basaglia, erano presenti i trattamenti come l’elettroshock, le camicie di forza e le celle d’isolamento, le quali sottolineavano ancora di più la condizione di profonda solitudine con cui i pazienti, già di per sé soli al mondo, dovevano fare i conti ogni giorno.
Basaglia riesce anche a intervenire su quei casi recuperabili permettendo così la diffusione di quello che adesso è il cosiddetto “modello Trieste”, dove la guarigione non è intesa in termini clinici ma di complesso della persona, un modo per guarire la persona in senso terapeutico, attraverso un recupero per potenziare le qualità.
Attualmente, sul sito del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, è presente una “Carta dei diritti” che tutela e sottolinea l’uomo e le sue scelte:

«… in particolare deve essere garantito l’accesso ai seguenti diritti:
– diritto di libera espressione, in ogni sede, in ogni ambito
– diritto al rispetto delle proprie convinzioni morali, religiose, politiche
– diritto al rispetto delle proprie scelte sessuali
– diritto di comunicare con chiunque, in qualunque momento
– diritto di vedere riconosciute, ricercate e rafforzate le proprie abilità, e non semplicemente evidenziate le difficoltà e le disabilità
– diritto di essere informati su qualsiasi trattamento, e coinvolti nelle decisioni che possono essere legate alla propria salute e alla propria vita
– diritto a non subire azioni lesive della propria integrità fisica e della propria dignità (in particolare qualsiasi mezzo di contenzione fisica)
– diritto di vedere soddisfatti i bisogni elementari e di essere sostenuti nella ricerca di risposte a bisogni di emancipazione
– diritto di scelta dell’équipe curante e, nell’ambito di questa, delle singole figure professionali
– diritto di associarsi
– diritto di decidere che ogni atto di cura/manipolazione del corpo sia fatto da operatori/operatrici dello stesso sesso
»

Un altro manicomio, attualmente visitabile, e di cui in internet si trovano parecchie foto che già attraverso uno schermo testimoniano la sofferenza e l’abbandono e dove il tempo sembra essersi fermato, è quello di Mombello, il più grande d’Italia. L’edificio fu costruito nel 1300 e in seguito ospitò Ferdinando IV di Borbone e Napoleone Bonaparte; solo nel 1863 divenne un ospedale psichiatrico.
Anche qui i reparti avevano nomi che aumentavano, se possibile, ancora di più lo stigma ed erano profondamente deumanizzanti per coloro che, purtroppo, erano costretti a viverci come ad esempio gli “agitati”, che spesso erano tenuti in isolamento e i “sudici”.
Tuttavia è giusto evidenziare che alla fine dell’Ottocento furono istituiti dei laboratori teatrali per porre l’accento, da parte dello psichiatra Gonzalez, sull’educazione morale all’interno del manicomio.
Durante la prima guerra mondiale i pazienti ricoverati superarono i 3000 e fu necessario ampliare i padiglioni: due di questi furono dedicati a quei pazienti che, in seguito alla guerra, avevano riportato traumi psicologici; durante il primo anno di attività furono 635 i pazienti ricoverati.

OPG e REMS: la situazione in Italia

L’ultima traccia di luoghi come i manicomi è relativa agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, i famosi OPG che hanno fatto discutere per anni e che hanno sostituito i manicomi criminali. Benchè la loro chiusura sia stata decisa il 31 marzo 2015 alcuni articoli sottolineano che ci siano state diverse posticipazioni all’effettiva chiusura di questi luoghi.
Un articolo risalente al 2016 (S. Cecconi, 2016) afferma che all’epoca, quindi circa un anno dopo la decisione della chiusura, fossero cinque i manicomi giudiziari in Italia dove erano internate circa 500 persone. Coloro che vi erano detenuti avevano commesso dei reati, erano stati giudicati incapaci di intendere e di volere e ritenuti socialmente pericolosi.
Nella legge 180 di Basaglia ciò che veniva proposto nella nuova visione della psichiatria e nel tipo di trattamento da riservare a queste persone era sicuramente il tentativo di abolire la distanza tra i cosiddetti “normali” e i “patologici”. Ciò avveniva proprio per favorire l’inclusione di questi ultimi nella società ma anche per promuovere la possibilità di interventi riabilitativi di comunità attraverso per esempio i Progetti individuali di cura e riabilitazione in comunità locali: ciò ovviamente comporta il miglioramento dei servizi socio – sanitari nel territorio e il coinvolgimento di tutti coloro che hanno a che fare con queste persone: avvocati, magistrati, psicologi.
Altri articoli sottolineano come i trattamenti usati nei confronti delle persone all’interno degli Ospedali Psichiatrici non siano poi migliorate di molto: ci sono documentari che testimoniano il sovraffollamento delle stanze, caloriferi rotti, condizioni igieniche precarie, perdita delle documentazioni relative agli internati eccetera.
Pareva, quindi, che l’aria di cambiamento fosse relativa solo al nome di queste strutture: difatti da OPG si è passati a REMS, l’acronimo di Residenze per l’Esecuzione di Misure di Sicurezza che devono essere presenti in ogni regione, cosicché le persone vengano trasferite nella REMS della regione di appartenenza.
Le REMS, attualmente 30, possono essere di due tipologie: la prima si occupa di valutare e stabilire la diagnosi e il programma da seguire, quindi il trattamento del paziente, per una stabilizzazione della sintomatologia e, di conseguenza, il trasferimento presso una struttura più adatta; la seconda ha scopo riabilitativo e psicosociale.

Il Fatto Quotidiano ha compiuto un viaggio nelle REMS e ha intervistato Gianfranco Frivoli che lavora come psichiatra nella REMS di Casale di Mezzani. Chi ora vive nelle REMS non sono solo persone trasferite dagli ex OPG ma provengono da luoghi di cura, il passato è ricordato negativamente da queste persone e Frivoli sostiene che sia necessario offrire un luogo differente dove vivere. Il concetto più importante delle REMS, quello che sta alla base di queste strutture è la cura, la riabilitazione delle persone affinchè possano essere reinserite nel loro territorio di appartenenza.
Nonostante ci siano ancora delle caratteristiche da cambiare, come le sbarre alle finestre, alcune strutture, come quella di Casale Mezzani, appunto, hanno il personale che non usa camici, come a sottolineare un’uguaglianza che sembrava perduta da tempo e che le persone che vivono in questi edifici non hanno avuto l’occasione di vedere spesso.
Un articolo de “La Stampa” ci parla della Rems di Bra dove si sta bene, dove gli educatori e i pazienti hanno molti contatti, dove ci sono laboratori creativi e videosorveglianza discreta.
In ogni caso, le REMS hanno molti problemi di tipo burocratico, ad esempio, dato che sono strutture con un numero di posti limitati non possono accogliere più di un certo numero di persone. Tuttavia spesso vengono chiesti posti letto per i pazienti psichiatrici in aumento ma le Rems non possono ospitarli. In aumento sono i casi di persone che in carcere sviluppano patologie o problematiche che però non vengono curate e, in primis, persone straniere che hanno risentito di una mancanza d’integrazione in primis e che vengono poi additate come colpevoli di ciò: le Rems quindi necessitano anche di mediatori culturali che possano introdurre queste persone alla società.

Pregiudizi nei confronti della malattia mentale

Le informazioni che la maggior parte della popolazione ha sulla malattia mentale sono date dai mass media. Giornali, programmi televisivi e, attualmente, i social network partoriscono ogni giorno informazioni su ogni cosa. Talvolta, specialmente nei programmi televisivi, vediamo tre correnti: la prima incuriosisce i telespettatori a guardare, li ammalia attraverso immagini particolari, racconti di vicende di cronaca: chi guarda non è più scioccato da ciò che è realmente accaduto ma è preoccupato di scoprire chi sia il colpevole di quegli atti violenti; la seconda pone sullo schermo i racconti, le testimonianze, le vicende realmente accadute andando a toccare la parte emotiva delle persone, tentando di commuoverle; la terza sottolinea la malattia mentale e la associa all’atto violento, ciò avviene quando sentiamo alla televisione, ad esempio, “L’uomo ha ucciso a coltellate la compagna, era affetto da depressione.”

Già nel 1959 Nunally studiò gli effetti dei mass media e gli stereotipi alimentati da questi nei confronti della malattia mentale e, oltre a evidenziare quanto i mass media incidessero sull’opinione delle persone, confrontò anche l’immagine fornita dai mass media con quella fornita dagli esperti di salute mentale. Ciò che emerge è che le credenze della popolazione erano, e sono tutt’oggi, di difficile mutamento poiché le persone vengono bombardate da continue conferme dell’associazione malattia mentale – atto violento, facendo così inevitabilmente fallire i tentativi di divulgare corrette informazioni su questo argomento.
Quindi questa disinformazione dilagante influisce, ovviamene, sul pensiero comune che si traduce in credenze sbagliate, paura infondata per la chiusura degli OPG e stigmatizzazione di coloro che hanno queste patologie.
Un’altra caratteristica che viene evidenziata nella società odierna è l’attribuzione di responsabilità agli psichiatri per i comportamenti dei loro pazienti. Ritornando all’esempio di prima: “L’uomo ha ucciso a coltellate la compagna, era affetto da depressione… e in cura da diversi anni dallo psichiatra.” Pensiero: “Bravo quello psichiatra, ma come l’ha curato?”
Da qui si giunge a una credenza profonda per cui gli psichiatri non servono a niente e i pazzi devono essere rinchiusi in manicomio, che non è esattamente il risultato sperato da Basaglia.
In un’indagine svoltasi nel 2015 dal Ministero della Salute è stato evidenziato che il rapporto tra malati, personale medico e assistenti sociali nel nostro paese non è sufficiente, si usa la terapia farmacologica e, come se tornassimo indietro, la contenzione meccanica ossia il legare i pazienti ai letti per la mancanza di fondi, di personale e di energie dedicate alla cura della malattia mentale.

Una questione che sarebbe importante approfondire e comunicare è il concetto del lavoro: con Basaglia fu data la possibilità ai pazienti di imparare un mestiere e di essere anche retribuiti. Non si può pensare di curare chi soffre di questi disturbi senza includere nel trattamento attività che esercitino appunto la mente, e l’apprendimento è sicuramente un modo in cui allenarla. Inoltre si introduce il malato in un contesto sociale e lo si abitua a nuove relazioni. Ma anche in quest’ambito si trovano dei muri a dividere i malati dalla società che spesso non li accetta a lavorare per via del loro passato e dei pregiudizi che li caratterizzano.
Se le persone che amiamo hanno dei problemi in qualche altra parte del corpo è difficile tenere duro, ma se hanno disturbi mentali è la vergona a radicarsi e così succede che magari questa persona non andrà da un professionista per farsi aiutare, talvolta perché non crede per prima di poter essere aiutata e talvolta perché coloro che sono intorno a lei credono semplicemente che sia pazza, senza speranza.
Un esempio pratico del male che è presente nella nostra società sono tutte quelle frasi come:

“Se sei depresso cerca di non pensarci”

“Hai l’ansia? Stai tranquillo!”

Come se fosse facile, come se bastasse semplicemente non pensarci e stare tranquilli. A volte, però, è più facile dire così o far finta di niente rispetto al dover ammettere, prima a sé stessi e poi agli altri, che il proprio familiare “Sta andando dallo psicologo.”

Conclusioni

Concludendo, questo articolo ha voluto spiegare come un differente punto di vista, come quello di Basaglia, possa davvero salvare queste persone dall’inferno che vivono quotidianamente.
I manicomi non aiutavano le persone: quelle malate peggioravano e quelle che finivano in quei luoghi attraverso strane peripezie ma che stavano bene si ammalavano.
Inoltre è necessario andare oltre la malattia mentale: non si può più associare la violenza come causa dei disturbi mentali. Non è più possibile credere che un individuo, che sia esso malato, con un altro colore di pelle o con un altro orientamento sessuale, debba essere condannato per questo, subire delle torture o essere spogliato dei propri diritti.
Una nuova immagine della malattia mentale, più accurata, precisa e con una storia scientifica alle spalle diffusa dai giornali e dalla televisione può aiutare ad abbattere il muro di pregiudizi che sovrasta le persone affette da questi disturbi.
Non è vero che tutti coloro che hanno delle malattie mentali compiono atti violenti, come non è vero che tutti quelli che stuprano sono stranieri.
Studiare, leggere, nutrirsi di cultura, documentarsi, porsi delle domande sono le uniche possibilità che abbiamo per vedere ogni cosa da un punto di vista differente, non è più tempo di essere superficiali, è tempo di aprire gli occhi.

Concludo questo articolo citando alcune parole di Franco Basaglia, un vero liberatore per chi ha vissuto l’inferno vivendo sulla terra:

«Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.»

(in Conferenze brasiliane, 1979)

E anche con le ultime parole della canzone di Cristicchi, che siano per tutti un inizio di apertura della mente.

I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole
Mi fabbrico la neve col polistirolo
La mia patologia è che son rimasto solo
Ora prendete un telescopio… misurate le distanze
E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?

 

di Alessandra Sansò

 

Bibliografia e sitografia immagini:

Infermiere in manicomio prima della 180: narrare esperienze tra cura e custodia (1968-78) OLIVIA FIORILLI MEDICINA & STORIA – SAGGI

Angela D’Agostino EDITORIALE: VOCI DAGLI EX MANICOMI © FAMagazine – ISSN 2039-0491

41, luglio-settembre 2017

Gabriele Licciardi Ammalò di testa Storie dal manicomio di Teramo (1880-1931) Rivista di Storia delle Idee 4:1 (2015) pp. 156-159 ISSN.2281-1532 http://www.intrasformazione.com DOI 0.4474/DPS/04/01/LBR171/04 Patrocinata dall’Università degli Studi di Palermo

Ruggeri, R. (1949). Fra malati di mente. Milano: Garzanti.

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Chiusura degli Opg: una strada ancora in salita, Stefano Cecconi, Confronti, Gennaio 2016 pubblicato da SOSSANITA’

https://www.huffingtonpost.it/l-arcobaleno/caso-opg-volta-buona_b_7091822.html?utm_hp_ref=it-chiusura-opg

https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_14_3_1.page?contentId=GLO127349&previsiousPage=mg_14_3

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https://www.lastampa.it/2017/09/18/italia/il-lato-oscuro-delle-rems-met-dei-pazienti-inchiusi-prima-ancora-del-giudizio-cfmaRTAXSa44EQkPALSxcJ/pagina.html

Malattia mentale e mass-media: una indagine su un quotidiano locale Erica Magli, Chiara Buizza, Rosaria Pioli Recenti Progressi in Medicina, 95, 6, 2004

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https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Basaglia

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https://www.nikonphotographers.it/francescodelbravo/index.php?module=site&method=reportage&id=4045

 

 

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