Storia

Essere cittadino nel mondo moderno

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February 4, 2019

Abbiamo visto come, in età antica, il concetto di cittadinanza evolva dall’identificare gli abitanti di una città, all’identificare l’insieme di individui soggetti al dominio e alle leggi di Roma. Con la caduta dell’Impero, tuttavia, questa concezione universalistica della cittadinanza viene a disgregarsi e torna, per tutto il medioevo, a essere limitata alla sola estensione del territorio di una città.

Il 1492, anno della scoperta dell’America, viene riconosciuto come punto di inizio dell’età Moderna, la quale vede il suo termine nel 1815.

Questa concezione durerà anche per il primo periodo dell’epoca moderna.

In questo periodo, la concezione della cittadinanza torna ad essere una questione di utilità e i parametri per ottenerla non puntavano a capire chi fosse il richiedente, bensì che cosa fosse in grado di fare di utile per la città e di quanta ricchezza disponesse.

Il migrante doveva, quindi, dimostrare di poter contribuire al benessere della città per poter entrare a far parte del consesso dei cittadini

Queste elargizioni di cittadinanza, tuttavia, producevano tensioni all’interno del circuito cittadino in relazione alla possibilità di partecipare al governo urbano e al godimento delle risorse materiali e immateriali (privilegi fiscali).

Le tensioni portarono un’élite composta da coloro che erano cittadini da più tempo a richiedere il possesso esclusivo di tali prerogative, e alla regolamentazione della loro assegnazione, e a un riduzione del numero di migranti a cui la cittadinanza veniva concessa.

Per questo ridimensionamento, veniva preso come parametro fondante la ricchezza dei migranti, basandosi sulle leggi cittadine che regolamentavano il comportamento con i mendicanti.

Nelle città veniva effettuata la divisione tra:

  • mendicanti abili al lavoro, ma restii a farlo;
  • mendicanti inabili al lavoro per problemi fisici o mentali.

La differenza era il discriminante per avere accesso alle forme di assistenza caritativa della città: garantita ai mendicanti inabili e preclusa a quelli abili, accusati di avere un atteggiamento parassitario nei confronti delle risorse cittadine e, per questo, emarginati.

I forestieri erano sospettati a priori di voler approfittare parassitariamente, delle risorse della comunità, e quindi, qualora volessero acquisire la cittadinanza, dovevano dimostrare di potersi mantenere.

C’erano poi i migranti poveri; essi erano accomunati, indiscriminatamente, ai mendicanti abili e quindi esclusi dai vantaggi della cittadinanza e dalle forme di assistenza caritativa.

Testimonianza che questa “cernita” perduri per tutto il periodo moderno, ci viene da Brandeburgo-Prussia nel 1696, data dell’emanazione dell’ “Editto contro gli zingari e i mendicanti forestieri, sul sostegno di poveri nel paese e sulla necessità di distinguere i rifugiati ed esuli da mendicanti volontari.

Federico III di Brandeburgo

Con questo editto, Federico III di Brandeburgo decretava che i sudditi «invalidi ad ogni lavoro» dovevano essere sostenuti in modo conveniente, mentre i «validi mendicantes» dovevano essere costretti a lavorare.

I «mendicanti forestieri» dovevano essere fermati alle frontiere; particolare intransigenza era richiesta contro gli zingari, a prescindere che lavorassero o meno: essi dovevano essere espulsi senza rispettare i loro passaporti.

Non dovevano essere trattati da mendicanti i «rifugiati palatini e francesi, svizzeri, slesi, ed altri esuli cacciati a causa della guerra o della loro religione» perché potevano favorire un valido contributo allo sviluppo dell’economia.

Il primo a teorizzare che non fosse più sufficiente il rapporto di reciproca implicazione tra individuo e città, perché, in questo modo, i privilegi che derivano dallo status di cittadino variano a seconda della comunità di appartenenza, fu Jean Bodin(1) che, nel 1576, scrisse “Les six livres de la Republique”.

Les six livres de la Republique

Bodin è ancora fortemente legato a quell’idea di gerarchia e verticalità che si concretizza nell’idea che l’ordine politico sia naturale e che il sovrano rappresenti il culmine dell’esistente ordinamento di poteri.

Nel libro si esegue la distinzione tra:

  1. bourgeois, il membro di una città;

2) citoyen, il suddito del sovrano.

Il citoyen è un «suddito libero che dipende dalla sovranità altrui»; è dunque il suddito che obbedisce al sovrano, il quale gli garantisce in cambio protezione nei confronti di nemici interni e esterni.

L’elemento comune che forma la cittadinanza viene, quindi, identificato con il rapporto di obbedienza che lega l’individuo al sovrano.

Bodin, inoltre, sostiene che il numero dei sudditi debba essere concepito come fondamento centrale dello Stato: «non bisogna temere che vi siano troppi sudditi, troppi cittadini, considerando che non vi è ricchezza né forza all’infuori degli uomini».

Il valore della popolazione, da questo momento in avanti, viene declinato in un’ottica sempre più economica. Questa sua funzione si fa sempre più pregnante nel corso del Seicento, quando guerre, epidemie e carestie erosero la crescita demografica.

La popolazione diviene dunque un elemento prezioso nella competizione tra gli stati europei che, per incrementarla, facevano ampio ricorso ai flussi migratori.

Con Bodin il popolo diviene un’entità ordinata socialmente ed economicamente e la libertà di cui gode si esprime nel rispetto delle gerarchie sociali e politiche.

La visione bodiniana sarà la base da cui partiranno i giusnaturalisti per le loro considerazioni politico-sociali.

Per questa dottrina, l’essere umano si trova in un ipotetico e originario “stato di natura” dove non esiste nessun potere politico; esso viene aggiunto  per mezzo del contratto sociale: una decisione contrattuale con cui l’essere umano esce dallo stato di natura e fonda la società civile secondo il rapporto di obbedienza alle regole imposte dal sovrano. I giusnaturalisti, inoltre, si dissociano dalla tradizione medioevale richiamando l’attenzione sull’individuo che non è più parte del corpo politico e abbandonando l’idea di un ordine iscritto nella natura.

Thomas Hobbes

Tra i grandi esponenti di questo pensiero bisogna ricordare Hobbes(2), la cui visione è mediata da una situazione internazionale molto tesa e dalla crisi dei valori cristiani.

Hobbes ritiene che l’uomo non sia spontaneamente politico perché dominato dal bisogno di incrementare il suo potere, entrando in conflitto con gli altri e perché la ragione umana è al servizio dell’autoconservazione. Questa sua esposizione al conflitto e l’istintuale spinta ad autoconservarsi portano l’uomo ad uscire dallo stato di natura e a sottoscrivere il contratto sociale che limita la sua libertà. Con questa pratica gli individui consegnano il loro diritto al potere nelle mani di un terzo che diviene a essere titolare di un potere assoluto; l’ordine nascerebbe, dunque, da una decisione ordinata dei soggetti e coincide con la funzione ordinante del sovrano.

Secondo Hobbes sono i soggetti che creano il sovrano e sono i soggetti che il sovrano deve tutelare, esorcizzando lo spettro del conflitto.

La libertà dei sudditi  comincia dove terminano le leggi del sovrano, dove si viene a creare una zona che egli sceglie di non regolare.

John Locke

Differente è la visione di Locke(3) che vive in un periodo di maggiore distensione politica ed è molto più solidale con la svolta monarchico parlamentare della Gloriosa Rivoluzione.

Il soggetto lockiano non è dominato dai suoi bisogni e l’ordine naturale si fonda sul dovere assoluto a non invadere il proprium(4) degli altri individui. Per Locke l’individuo conserva se stesso intervenendo nella realtà, appropriandosi di beni e trasformandoli in funzione dei suoi bisogni; questo atteggiamento è definito labour ed è ciò su cui si fonda la proprietà privata che diviene tale in ragione dalle energie erogate da ciascun individuo nel processo di appropriazione. Attraverso essa l’individuo rinuncia ad un bene immediato in vista di uno più soddisfacente e durevole: la proprietà che, rifacendosi al processo di appropriazione-trasformazione di beni esterni, incrementa la ricchezza collettiva per cui l’individuo, conservando se stesso, contribuisce alla conservazione altrui.

Esiste, dunque, un ordine naturale prima del contratto sociale. Esso non è però autosufficiente, ma necessita di un potere capace di portare i dissidenti all’ordine. E’ a questo scopo che viene inserito il contratto sociale, al fine di costruire una sovranità e determinarne le funzioni.

Per Locke il sovrano sarebbe legittimo in quanto assolve al compito di tutela dei diritti e delle regole fondamentali, ma cessa di esserlo non appena viene meno a queste prerogative. Per facilitare l’assolvimento di questo compito c’è bisogno di una divisione dei poteri tra più organi.

Jean-Jacques Rousseau

Altro esponente di spicco della svolta giusnaturalistica è Rousseau(5). Per lui lo sviluppo della società porta a stimolare l’amor proprio, fomentando la competizione tra gli individui e creando una rete di disuguaglianze che soffocano la libertà.

Rousseau introduce, dunque, il contratto sociale per restituire questa libertà agli individui, ma ne cambia le prerogative: con esso i soggetti non consegnano il potere ad un terzo, ma creano un «io comune», un corpo sovrano di cui essi sono le parti invisibili; in questo modo l’individuo rimane libero perché, obbedendo alla legge emanata da un corpo sovrano di cui è parte integrante, obbedisce solo a se stesso. Poiché partecipe alla sovranità, un individuo può dirsi cittadino e quindi suddito.

Per realizzare l’io comune di questa nuova concezione contrattuale, ciascun soggetto deve alienare tutti i suoi diritti e poteri alla comunità, perdendo la sua libertà naturale, ma acquisendo la sua libertà civile.

Il sovrano è il giudice assoluto dei bisogni della collettività e la libertà è la base su cui poggia il concetto di cittadino e si intreccia con l’appartenenza del soggetto al corpo politico.

Con Rousseau il cittadino torna ad essere parte del corpo di governo che non è più una realtà ristretta come la città medioevale, ma viene ad identificarsi con lo Stato.

Se con Bodin il cittadino diviene suddito a cui viene tolto il diritto di partecipare alla vita politica e sottomettersi alle decisioni del sovrano, le cose cominciano a cambiare con l’avvento del pensiero giusnaturalista, grazie al quale comincia a farsi strada, nel dibattito politico, il concetto di rappresentanza: il bisogno, per il cittadino-suddito, di essere rappresentato presso gli organi di governo, al fine di vedere tutelati i propri bisogni.

Ma la rappresentanza diviene soggetto del dibattito filosofico-politico durante il XVII secolo, quando si comincia ad utilizzare il termine per definire una forma di governo e si configura come l’unità della comunità civile sotto le caratteristiche statali.

Giacomo I Stuart

Questa nuova concezione si concretizzerà in un discorso di Giacomo I Stuart del 1605, pronunciato pochi giorni dopo la “Congiura delle polveri”, quando il sovrano dichiarò che il Parlamento fosse il «corpo rappresentativo dello Stato», perché, in esso, rappresenta tutti gli stati della popolazione e, per estensione, il regno.

Tuttavia, definendo le prerogative del Parlamento, Giacomo I mette in moto la sua svolta assolutistica: affermando che il Parlamento fosse immagine perfetta dei sudditi, lo priva di una propria autonomia: esso non può esistere se non in funzione del suddito che rappresenta, ma rappresentandolo anche il Parlamento diviene suddito.

Per questa visione il re ascolta il Parlamento, ma decide da solo; il Parlamento ascolta il re e ratifica la sua decisione, ma, per mezzo dei rappresentanti, è come se ad accettare fossero i sudditi. Rifiutare il consenso non è fattibile.

In questo modo il Parlamento non ha che poco potere effettivo. Ogni rappresentante si sente esponente solo della sua circoscrizione e punta a far prevalere, presso il re, gli interessi della sua parte, mettendo in secondo piano quelli dello Stato.

I membri del Parlamento cercarono un modo per migliorare la propria condizione: innanzitutto cercarono di riservare il carattere rappresentativo alla Camera dei Comuni, piuttosto che a tutta l’assemblea, e cercarono di estendere l’oggetto della rappresentanza dagli interessi della circoscrizione di appartenenza ai bisogni dello Stato, legandola all’elettività della carica.

Ma perché restringere la rappresentanza parlamentare alla sola Camera dei Comuni?

Edward Coke

La risposta ci viene da Edward Coke(6) che chiarisce che se il Parlamento rappresenta il reame come suo riflesso, questa prerogativa è appannaggio della Camera bassa perché nessun esponente parla per se stesso come nella Camera dei Lords, ma  a nome di molti altri di cui fa le veci e per i quali è stato eletto.

L’elezione alla Camera dei Comuni è, quindi, una sorta di investitura: ogni membro è forte della massa che rappresenta che, attraverso l’elezione, gli conferisce una responsabilità politica che ha la sua solida base nella fiducia del cittadino

Purtroppo, malgrado il tentativo di politicizzare la rappresentanza e di legarla all’elezione dei membri della Camera, nessuno è ancora pronto a dare al Parlamento poteri e prerogative che limitino la libertà del sovrano.

Questa situazione perdurerà fino allo scoppio della guerra civile nel 1642, che sarà l’occasione per tentare nuovamente di politicizzare la rappresentanza parlamentare.

Oliver John

La situazione maturò quando il puritano Oliver John(7), riprendendo i concetti espressi in precedenza da Coke, affermò che la camera dei comuni rappresentava, da sola, tutti i corpi politici del regno. In questo modo un concetto che descriveva inizialmente l’intera assemblea parlamentare, re incluso, divenne prerogativa di una parte di essa e venne ad essere legata al metodo dell’elezione, definendo un trasferimento di autorità.

Si tornò dunque al sogno di Coke di ridare dignità politica ad un Parlamento che ormai era divenuto un burattino nelle mani del sovrano e di far valere la sua autorità politica, derivata dalla sovranità popolare, contro le ingerenze reali.

In Francia, a differenza che in Inghilterra, vigeva un sistema monarchico assoluto e l’istituzione rappresentativa, il Consiglio degli Stati Generali, non era stabile, ma si riuniva solo su convocazione reale.

Gli Stati Generali erano l’assemblea consultiva del regno di Francia i cui membri venivano eletti, nella proporzione di un terzo per ognuno, dagli esponenti dei tre stati della società: nobiltà, clero e terzo stato(8).

Maria de’ Medici

Vennero riuniti per la prima volta da Filippo IV nel 1302, ma, dopo la convocazione da parte di Maria de’ Medici nel 1614, in concomitanza alla stretta assolutistica dei sovrani francesi, non furono mai più convocati fino al 1788.

Durante i lavori del consiglio le votazioni sulle questioni proposte avvenivano “per ordini” invece che “per testa”, ovvero ogni compagine si riuniva in una differente stanza e procedeva alla votazione; secondo questo sistema il Terzo stato si trovava nettamente svantaggiato, poiché molto spesso interessi di clero e nobiltà collimavano e votavano nella stessa direzione, annullando il potere decisionale della borghesia.

Nel 1780 la Francia si trovava i un momento di profonda crisi economica che si cercò di sanare attraverso una riforma del sistema fiscale voluta da Tourgot e Necker, allora ministri del regno. Molti furono, negli anni seguenti, i ministri che si avvicendarono e che cercarono di risanare il bilancio statale attraverso una modifica del sistema tributario, ma ogni istanza di cambiamento era fortemente osteggiata dai gruppi benestanti cosa che faceva montare il disappunto nelle classi disagiate.

La situazione degenerò nel maggio del 1788 quando, a Grenoble, le famiglie del Terzo stato si riversarono in piazza per denunciare l’oppressione fiscale a cui erano sottoposti e per richiedere la convocazione degli stati generali, affinché anche loro avessero la possibilità di partecipare elle decisioni governative. La manifestazione si concluse con l’invio dei soldati da parte del re, il quale, incapace di ristabilire l’ordine, fu costretto a convocare il Consiglio.

In vista delle elezioni per i membri degli stati generali, la borghesia si costituì come un “partito patriota” intenzionato a candidarsi come rappresentante dei diritti di tutta la nazione, volendo andare al di là dei particolarismi di classe e rivendicando l’uguaglianza dei sudditi di fronte alle leggi

Prima che venissero indette le elezioni, il Terzo stato richiese, come da suo diritto, che il proprio numero fosse raddoppiato(9), in virtù del fatto che loro rappresentavano la quasi totalità della popolazione, e che la votazione fosse espressa “per testa”.

Il Parlamento di Parigi(10) non si espose in merito al metodo di votazione, ma acconsentì al “raddoppio del Terzo”.

Una volta eletti i membri dei tre stati si riunirono, come da consuetudine, per redigere i cahier de doelèances, registri in cui erano riportate le lamentele circa abusi ed inefficienze riscontrate dalla comunità ed erano anticipate le rivendicazioni e le proposte ritenute necessarie e che sarebbero poi state discusse duranti i lavori del Consiglio. I quaderni dei tre stati differivano nella difesa delle loro prerogative di classe, ma erano tutti concordi a richiedere l’abolizione dell’assolutismo e l’introduzione di un’istituzione rappresentativa sul modello inglese.

Questo punto di accordo non sopravvisse però, all’apertura del Consiglio; la situazione degenerò rapidamente a causa della decisione di far esprimere il voto “per ordini” e non “per teste”. I rappresentanti del Terzo stato si proclamarono “deputati dei comuni” rifiutandosi, in questo modo, di rappresentare il proprio ordine, ma assumendo, allo stesso tempo, la rappresentanza della nazione.

Jean Sylvain Bailly

L’ex-Terzo stato si rifiutò da quel momento di riunirsi per il consiglio reale, ma si diede un nuovo ordinamento assembleare denominato «Assemblea nazionale» alla cui presidenza fu eletto l’accademico Bailly(11); era il 17 giugno 1789 e l’assemblea si aprì con un suo discorso:

«Questo giorno sarà per sempre indimenticabile. Questo fu il giorno in cui si costituì l’Assemblea, quando l’Assemblea annunciò i diritti della Nazione».

Per comprendere meglio il nuovo concetto di nazione, ci affidiamo al pensiero di Sieyès(12) che si rifà alla tradizione roussoviana e illuminista e che fu membro fondatore dell’Assemblea nazionale.

Emmanuel Joseph Sieyès

“Nazione”, nella Francia pre-rivoluzionaria, era il termine che si usava per definire la società gerarchica e cetuale, che trova il suo culmine e la sua unità politica nella figura del monarca. Per Sieyès la “nazione”è l’ente collettivo a cui fare riferimento e in cui trovare l’unità politica perché insieme dei soggetti giuridicamente uguali e quindi legittimo detentore del potere sovrano. La nazione inoltre non ha limiti né vincoli perché detiene la sovranità assoluta e può quindi scegliere l’ordinamento che ritiene più consono. Essa può, tuttavia, agire solo tramite un’assemblea rappresentativa che esprimerà la volontà della nazione sovrana e agirà come un potere costituente.

La nazione ha inoltre il dovere di salvaguardare i diritti essenziali dell’uomo, espressi nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1789, che vennero annullati dal dispotismo di antico regime: la libertà e la proprietà (già postulati da Locke).

La legge è il veicolo indiscutibile dell’ordine che pone fine all’arbitrio del sovrano e fa da tramite per la nuova uguaglianza tra i soggetti di fronte ad essa.

In questo sistema, l’individuo si compie umanamente non solo in quanto titolare di un suo spazio di libertà, ma anche in quanto soggetto politicamente attivo nella vita della nazione.

I diritti naturali divengono diritti civili e proprio questi diritti, insieme con l’individuo, saranno il perno su cui Constant(13) farà poggiare il suo ordine dando vita al liberismo.

Maximilien Robespierre

Questa dottrina va contro il pensiero di Rousseau secondo cui una sovranità legittima sia una sovranità buona, se attribuita al monarca dal popolo stesso, perché non ha ipotizzato un sistema di garanzie per tutelare i soggetti dalle ingerenze sovrano,dopo il trasferimento del loro potere decisionale al principe.

Queste garanzie vanno trovate nei diritti del soggetto la cui indissolubilità renderà illegittima ogni decisione del sovrano che interferisca con essi.

In questo contesto l’eguaglianza ha un forte peso perché è indispensabile in un ordine fondato sulla libertà: bisogna delegittimare qualsiasi differenziazione politica e sociale perché non ci sia un soggetto più o meno libero di un altro. Questo atteggiamento porterà a radicali conseguenze nel periodo del Terrore di Robespierre, quando l’indiscriminata uguaglianza sociale travolgerà la libertà dell’individuo, mettendo a repentaglio l’esistenza del nuovo concetto di nazione.

Bruno Sacella

Note

(1)Jean Bodin (1529-1596) filosofo e giurista francese.

(2)Thomas Hobbes (1588-1679) filosofo e matematico britannico, autore de “Il Leviatano”.

(3)John Locke (1632-1704) filosofo e medico britannico e padre del liberalismo.

(4)Il diritto di ognuno a preservare la propria autoconservazione.

(5)Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) filosofo e scrittore svizzero, autore di “Il Contratto sociale”

(6)Edward Coke (1552-1634) politico e giurista inglese tra i più influenti dell’età elisabbettiana.

(7)Oliver Saint John (1598-1673) politico britannico, vicino alle idee di Cromwell.

(8)Il Terzo stato era formato da borghesi, artigiani e contadini.

(9)Il Raddoppio del Terzo era una consuetudine per cui il Terzo stato poteva richiedere che il numero dei suoi

rappresentanti fosse uguale alla somma dei rappresentanti degli altri due stati.

(10)Massima corte di Giustizia francese.

(11)Jean Sylvain Bailly (1736-1793) astronomo, matematico, politico e letterato francese.

(12)Emmanuel Joseph Sieyès (1748-1836) abate e politico francese.

(13) Benjamin Constant (1768-1830) scrittore e politico francese

Bibliografia:

  • Costa P., Cittadinanza, Editori Laterza, Bari 2005.
  • Ago R. Vidotto V., Storia Moderna, Editori Laterza, Bari 2004.
  • Crignon P., La représentation entre forme politique et forme de gouvernement au XVII siècle anglais, in Crignon P. Miqueu C. (a cura di), Représentation politique et trasformation de la citoyenneté XVII-XXI siècle, Classiques Garnier, Parigi 2017.
  • Hayat S., La volonté et l’intérêt. Les trasformations de la représentation, XVII-XIX siècles,

in Crignon P. Miqueu C. (a cura di), Représentation politique et trasformation de la citoyenneté XVII-XXI siècle, Classiques Garnier, Parigi 2017.

  • Andreozzi D., Cittadinanze, diritti e spazi dall’Antico regime alla crisi globale,

in Andreozzi D. Tonolo S. (a cura di), La cittadinanza molteplice. Ipotesi e comparazioni, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste 2016.

  • Zaug R., «Abbiamo bisogno degli immigrati». Cittadinanze, discorsi utilitaristici e politiche migratorie dal basso medioevo ai giorni nostri, in Andreozzi D. Tonolo S. (a cura di), La cittadinanza molteplice. Ipotesi e comparazioni, EUT Edizioni Università di Trieste, Trieste 2016.

 

 

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