Macchina del tempo

Pola, 10 Febbraio 1947: “Un grido per l’Italia”

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February 11, 2019

Era una mattina gelida. Il brigadiere generale Robert W. De Winton stava per passare  in rassegna i soldati della sua guarnigione, celebrando così il trasferimento dell’enclave di Pola (Istria) alla Jugoslavia.

Ad assistere alla cerimonia c’era un pubblico striminzito e per nulla festante, composto da tutti quei polesani sempre più angosciati per la drammatica piega assunta dagli eventi. Alcuni mormoravano, altri rivolgevano anonimi commenti di sdegno, ma soltanto una persona riuscì a far udire il proprio grido di protesta sfoggiando una forza di volontà impareggiabile, quanto indelebile.

Due colpi di pistola, il generale Robert De Winton barcolla ferito gravemente, ma non indietreggia. Si volta cercando il suo assassino, scorgendo una donna col cappotto rosso, una borsetta in una mano e una pistola nell’altra.

Scoppia un terzo colpo e il generale inglese muore senza che la sua scorta possa fare nulla per salvarlo; un soldato rimane oltretutto ferito da un quarto colpo di pistola.

Presa dal panico la folla scappa terrorizzata, i soldati cercano di portare al sicuro la salma del loro comandante, mentre l’unica persona che resta immobile, guardando in faccia la morte, è sempre la donna col cappotto rosso, ferma e incrollabile mentre aspetta di ricevere un proiettile redentore che gli inglesi non sono in grado di infliggerle (il protocollo prevedeva che avessero le armi scariche durante la rassegna).

Era il 10 febbraio 1947 e la donna col cappotto rosso era Maria Pasquinelli: italiana, combattente, ambasciatrice di un popolo purtroppo destinato al martirio.

Chi era Maria Pasquinelli? Quale fu la ragione che la spinse a compiere un simile attentato? Perché uccise proprio Robert W. De Winton?

Nata nel 1913, di origine bergamasca, Maria aveva dedicato la sua vita all’istruzione ed uno dei valori che teneva ad insegnare ai suoi alunni era l’amor di Patria. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale si arruolò volontaria fra le crocerossine, in Libia, dalle quali venne espulsa quando cercò di indossare le vesti di soldato per poter combattere in prima linea, dove a sua detta gli uomini stavano dimostrando scarso “slancio bellico”. Gesto che mette subito in chiaro quanto fosse anomalo (in senso positivo) il suo coraggio misto alle sue convinzioni.

Dal 1942 si recò in Dalmazia, dove insegnò italiano nelle scuole e recuperò le salme delle prime vittime prodotte dall’odio slavo nel 1943. A Trieste cercò anche di dare vita ad una collaborazione tra le forze della “X MAS, gruppi partigiani della Osoppo e della Franchi […] perché si potesse giungere ad un fronte comune per bloccare le mire espansionistiche slave[1]”, impresa purtroppo destinata al fallimento. A Pola assistette le vittime dell’esodo, fino al sopraggiungere del 10 febbraio 1947.

I giorni seguenti la notizia dell’omicidio era sulla bocca di tutti, dando adito alle ipotesi più svariate, come un delitto passionale, oppure una provocazione fascista o titina, soltanto che nessuna delle tre rasentava la realtà. Le ragioni che spinsero Maria Pasquinelli a compiere, nel dopoguerra, un gesto così folle, spietato e coraggioso erano esposte in un biglietto conservato in una tasca del cappotto, scritto nella speranza di non sopravvivere all’attentato. Riportando le parole esatte, vi si poteva leggere:

Seguendo l’esempio di 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come Loro all’appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli Jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt’oggi, solo perché rei d’italianità, a Pola, irrorata dal sangue di Sarro, capitale dell’Istria martire, riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale.

Mi ribello –col proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli- ai quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o –con la più fredda consapevolezza, che è correità- al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio.

Maria Pasquinelli.

Pola, 10 febbraio 1947[2]”.

Dal biglietto si denota quindi che il reale obiettivo di Maria, assassinando il generale britannico, era quello di opporsi ai Quattro Grandi (Francia, Inghilterra, Unione Sovietica e Stati Uniti) che stavano privando l’Italia di una parte dei suoi territori, non curanti delle terribili ripercussioni che si sarebbero avute sui cittadini italiani ponendoli sotto l’autorità jugoslava (ripercussioni che avevano già cominciato a mostrarsi nel 1943).

Le intenzioni di Maria vennero poi ulteriormente confermate (con coerenza) da lei stessa durante il processo a cui venne sottoposta dopo l’attentato. Quando la Difesa le chiese: “Vuole esporre con ordine quello che lei ritenga utile alla chiarificazione del suo gesto?” la Pasquinelli rispose: “[…] Anzitutto dirò che io, colpendo il comandante della Piazza di Pola non ho inteso colpire l’uomo, ma nemmeno la divisa. La divisa inglese, come tutte le divise, rappresenta una patria e perciò mi è sacra. Il massimo rappresentante dei Quattro Grandi a Pola, purtroppo era un uomo e per di più un soldato; solo perché rappresentava i Quattro Grandi, in segno di protesta per il trattato di pace, io l’ho colpito.[3]”

Leggendo queste parole si può supporre che l’attentato non avrebbe suscitato uguale scalpore senza la partecipazione di Maria. Il piano originale prevedeva il coinvolgimento di un altro attentatore, tale Giuliano, il quale si ritirò dal compiere un simile gesto lasciando il peso dell’impresa interamente sulle spalle della Pasquinelli, la quale, grazie alla forza delle sue convinzioni, andò incontro al suo destino diventando, come dice Diego Redivivo, colei in cui “si riflettono le colpe del fascismo, la tragedia della guerra, l’ottusità dei vincitori e l’arroganza dei nuovi dominatori[4]”.

Il 10 aprile la Corte Alleata pronunciò la sua sentenza, condannano a morte l’imputata. Pena che fortunatamente venne commutata in ergastolo nel 1954, permettendo a Maria di poter vivere per raccontare ancora e ancora la sua storia.

Alla fine, si potrebbe dire che il suo grido, quando era tra la folla in quella fredda giornata di febbraio, fu contraddistinto non dalle parole, ma dai fatti.

Emanuele Bacigalupo

Illustrazione di Tommaso Debernardis

Bibliografia:

Rosanna Giuricin Turcinovich, La giustizia secondo Maria, Pola 1947: la donna che sparò al generale brigadiere Robert W. De Winton, Udine, Collana civiltà del Risorgimento – Del Bianco Editore, 2008.

Note:
[1] P13.
[2] Pp. 46-47.
[3] P. 56.
[4] Premessa, P. 6

 

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