Filosofia

Viaggio nel mondo di Leopardi, dalla Ginestra al Vesuvio (Parte 2)

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February 11, 2019

Recanati

La Recanati di Leopardi è un borghetto sperduto in quello che era lo Stato Pontificio, un luogo che non doveva essere diversissimo da come oggi appare. La piccola città aveva già conosciuto gli albori del declino della nobiltà sotto il peso della spinta impartita dalla rivoluzione francese e nell’età napoleonica. In questa località non si avvertiva quasi l’eco crescente della civiltà borghese e la società era rimasta ancorata ad una cultura semifeudale.

Il poeta conduce in questo periodo, nella biblioteca paterna, anni di “studio matto e disperatissimo”.

Alle prime luci della restaurazione si confronta con i moderni Foscolo, Goethe ed entra in contatto con Pietro Giordani (intellettuale classicista di idee laiche dalla fama riconosciuta dall’ambiente accademico del tempo).

Nel frattempo, Monaldo, ha messo assieme una biblioteca ciclopica e babelica. Talmente eclettica da conservare anche i libri dei suoi avversari politici: gli illuministi. È qui che Giacomo si forma negli anni degli studi giovanili.

È un adolescente quando il clima opprimente della casa natale inizia a farsi insopportabile e, nel 1819, tenta una fuga, ma viene scoperto e bloccato dal padre. Nello stesso anno scrive l’Infinito.

Nel 1822 ottiene il permesso di recarsi a Roma, e l’anno seguente darà il via all’inizio della stesura delle sue “Operette morali”. È iniziato il suo percorso d’esplorazione dell’“Acerbo Vero”.

È il 1827 quando Alessandro Manzoni pubblica la prima edizione de “I Promessi Sposi”, in quell’anno (durante un soggiorno a Pisa) Leopardi compone “A Silvia”.

Nell’anno 1830 Giacomo accetta di trasferirsi a Firenze, dove stringe un’improbabile amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri. In questo periodo, il poeta, partecipa attivamente al dibattito culturale da posizioni fortemente polemiche nei confronti della totale fiducia nel progresso degli intellettuali liberali.

La delusione provocata dall’amore per Fanny Targioli Tozzetti gli ispira i canti del “Ciclo di Aspasia”.

Nel 1833 si trasferisce a Napoli con l’amico Ranieri. Lì muore il 14 Giugno dell’anno 1837.

Ma bastano questi dati biografici per comprendere la complicata figura di Leopardi?

Il Giacomo Leopardi che si dovrebbe imparare a conoscere a scuola è molto lontano dai ricordi comuni filtrati dai tempi dei licei di pochi decenni fa, che la memoria racconta come un giovane poeta dalla salute cagionevole, malaticcio e deforme, che esprime in versi sublimi la propria sofferenza.
Si dovrebbe invece intuire che quella di Giacomo è una storia intensa, fatta di sogni, di desideri, di illusioni e d’amore. Ma è anche una storia di crudele realismo e non d’imperterrito pessimismo cosmico. Un realismo che va dalle favole dell’infanzia sino alla nuda verità.

Per leggere e capire veramente Leopardi bisognerebbe disfarsi di tutti quei pregiudizi che lo vogliono sfortunato, che dipingono la sua vita come infelice, il suo animo come tristissimo e malinconico. Occorrerebbe dimenticarsi del dolore, della sfortuna, dei suoi mali e di tutti quei dati banali che illudono i lettori del sommo poeta.

Il dramma dell’interpretazione di una figura complessa come quella del “giovane favoloso” è che, essendo un Grande della letteratura, in molti sono disposti a “spiarlo” guardando nel buco della serratura di casa Leopardi. Ad interessare di più è sempre la privatezza e i limiti umani e caratteriali: i gossip. Il fatto è che, gli intellettuali (soprattutto del passato), dovrebbero essere valutati semplicemente ed esclusivamente in base alle loro opere.

Leopardi è in realtà lontano dagli stereotipi che lo ritraggono sfortunato: si tratta di un poeta che esprime un bisogno profondissimo (e quasi disparato) dell’ideale della realtà del suo tempo: la libertà (e la ricerca della felicità).

È uno degli intellettuali più all’avanguardia della letteratura e del pensiero del paese, in un momento in cui l’Italia e l’Europa – siamo a cavallo tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 – sono attraversate da grandi trasformazioni. Il poeta recanatese è uno studioso che, seppur imprigionato nel suo “natio borgo selvaggio”, sente prepotentemente la “scossa del suo tempo” (gli Stati in fermento e l’eco dei moti liberali).

Il giovane poeta è stato definito un “fiore anomalo e selvaggio” nel senso più bello ed ampio del termine perché, sin da ragazzino, entra immediatamente in collisione col mondo della letteratura e avverte il risveglio (nonostante il pressante clima politico del continente) dei testi del mondo classico.

I genitori di Giacomo hanno idee completamente opposte sulla tradizione, sull’educazione dei figli e sulla vita stessa (lo stesso Monaldo scrive: “Il carattere mio e quello di mia moglie sono distanti come la terra e il sole”), ma è da queste contraddizioni che nasce forse la nobiltà d’animo di Leopardi. E mi pare che sia anche all’origine di un processo di maturazione rapidissimo verso ideali di libertà e d’indipendenza intellettuale, provenienti più dalla sfera saggia e personale del padre che dal freddo e distaccato mondo materno.

Giacomo è un editore di se stesso, un bambino vivace, che ama giocare, sensibile, curioso e affamato di cultura.

Oggi Leopardi è considerato un gigante, eppure c’è qualcosa che ci accomuna a chi, durante la sua vita, considerava i suoi versi come destinati ad una nicchia di studiosi. Tutto questo perché, due terzi dei contemporanei di Leopardi, lo ha banalmente scartato reputandolo “uomo di lettere dalle opere troppo pessimistiche” perchè prive di quello slancio che caratterizzava i grandi testi del romanticismo.

I grandi ideali e gli eroi non sono mai stati i protagonisti del pensiero leopardiano. Nel 1833, il grande lessicografo Niccolò Tommaseo, dice di Giacomo Leopardi: “L’uomo che ha il genio in fondo alla gobba”. La sua era intesa come una filosofia della disperazione, ma la verità si palesa nella tanto studiata lettera a Louis De Sinner (del 24 Maggio 1832).

Il ritratto migliore del Giacomo adolescente avrebbe meritato più attenzione nel libro e più paragoni con gli adolescenti attuali.

Giacomo scrive, nel 1810, dei versi in cui (dodicenne) parla di un “tenero, amabile augelletto che vive entro dipinta gabbia tra l’ozio e il diletto […]” che, appena trova la porta della gabbia aperta, non ha esitazione e sceglie la libertà.

Leopardi è un bambino dalla precoce voglia di sognare, con un padre che lo ama incredibilmente.

Il mio amatissimo Giacomo nacque li 29 di Giugno del 1798. Da bambino fu docilissimo, amabilissimo; ma sempre di una fantasia tanto calda, apprensiva e vivace che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente”. Così, Monaldo Leopardi, parla di quello che sarà uno dei più grandi poeti italiani che, durante l’infanzia, pare assumere le fattezze di un bambino autistico ed ipocondriaco.

In questo punto, Alessandrino D’Avenia, avrebbe potuto collegare le considerazioni di Monaldo con l’evoluzione del pensiero di Giacomo ormai adolescente, servendosi soprattutto della lettera a Pietro Giordani (del 19 Novembre 1819).

Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione. Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, non so da otto mesi in poi che cosa siano, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere né prestare attenzione a chi mi legga checché si voglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo”.

A questo punto sarebbe risultato efficace interpretare la tormentata adolescenza di Giacomo alternandola con osservazioni di carattere personale (come D’Avenia è sovente usare. Dato che vuole rivolgersi ad un pubblico prettamente adolescente. In effetti oserei dire che gli piace vincere facile) e poi ricollegandosi ad un’altra testimonianza paterna (parlando anche dell’attualissima questione del disagio minorile):

Un giorno, all’età di quattordici anni, temeva di camminare per non mettere piede sopra la croce della congiunzione dei mattoni”. Ora sarebbe stato idoneo aprire una parentesi sul tormentato rapporto padre e figlio, anche soffermandosi sul sottile gioco della rivalità e del contrasto nel mondo privato degli affetti. All’interno cioè di quel difficile rapporto tra genitore e figlio che, per scelta di entrambi, non esploderà mai in un’aperta e definitiva rottura: ma troverà uno sfogo represso e parziale nell’arte della simulazione e del “non detto”.

Mio signor padre; più facilmente potrò esser felice mendicando che in mezzo agli agi di questo luogo […]” Lettera a Monaldo Leopardi (Luglio 1819, mai spedita).

Questo documento è testimone di un rapporto di amore e conflitto. Giacomo scrive al padre la sua ultima lettera (pochi giorni prima della morte) di vero affetto (mentre, alla madre, non scrisse neanche una riga. Anzi, credo che la odiasse profondamente. Nello Zibaldone ne parla come una donna dall’anima spietata e priva di sentimenti verso la famiglia).

Da questo momento sarebbe stato di mio personale gradimento leggere l’evoluzione del rapporto epistolare tra i due, sino a giungere alle ultime lettere, nelle quali si nota il cambiamento del linguaggio usato. I primi scritti che Giacomo destina al padre iniziano con “Mio Signor Padre” (28 Luglio 1819), a cui Monaldo risponde “Mio Conte Giacomo” (Recanati, 5 Agosto 1819), si passa poi a “Caro Padre” (28 Febbraio 1820) e “Mio Caro Figlio” (28 Aprile 1820), sino ad arrivare a “Mio Caro Papà” (6 Luglio 1820), “Mio Caro Figlio” (Recanati, 25 Novembre 1822); “Mio Carissimo Papà” (12 Dicembre 1822), “Caro Carissimo Figlio” (Recanati, 19 Gennaio 1823) e “Caro Papà” (fine Marzo 1823), “Mio Dolcissimo Giacomo” (Recanati, 13 Aprile 1823).

Le sue poesie sono infinitamente grandi non solo per l’unicità dello stile, ma per il modo in cui è riuscito a trasmettere il proprio pensiero (a tal proposito ritengo che, il culmine di questa sua attività poetica, sia stato vissuto nel periodo napoletano. Soprattutto durante la stesura delle celebre poesia“La Ginestra”).

Giacomo passa da uno stadio legato all’immaginazione ad una fase connotata dal vero e dalla ragione. È la cosiddetta “Conversione Filosofica”. Tutto d’un tratto, il “puer”, diventa “senex”. È il momento chiave dell’adolescenza del grande poeta.

D’Avenia ha qui trascurato come Leopardi elabora una teoria fondamentale per comprendere la sua esistenza: “Cos’è il bello? Cos’è il piacevole? Cosa è possibile definire veramente poetico?

Giacomo trova la risposta che è oggi rintracciabile nello Zibaldone: “Le parole ‘lontano’, ‘antico’ e simili, sono poeticissime e piacevoli perché destano idee vaste e indefinite (è la cosiddetta “ricerca della vertigine dell’infinito”). È piacevole un canto udito da lungi, una torre cha paia innalzarsi all’orizzonte […]. Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente; come il futuro a immaginarlo. Perché? Perché il vero, tutto il vero, è brutto”.

Leopardi ha vent’anni, eppure, in quel libro indefinibile fatto di note e di riflessioni filosofiche (che lui chiama “Lo Zibaldone”), sembra avere già maturato un’idea della vita: uno scontro tra realtà ed illusione.

S’intuisce che l’attualità di questo pensiero è infinita, in tal senso sarebbe stato opportuno premere sul “pedale delle grandi riflessioni”.

Alesando D’Avenia avrebbe dovuto insistere sulla teoria leopardiana che vede l’uomo come un essere dal desiderio illimitato e dalla necessità (talora disperata) di soddisfazioni illimitate così come ha un illimitato amor proprio, mentre i mezzi per il suo raggiungimento (che possono soddisfarlo, dargli piacere e felicità) sono sempre molto limitati (nella misura e nella durata).

Quindi, il momento migliore della vita umana, è quando si spera in un piacere prossimo (“Il Sabato del Villaggio”), oppure nell’atto finale in cui cessa un dolore (quindi “La Quiete dopo la Tempesta”).

Oppure potrebbe essere il momento in cui non si conosce ancora abbastanza il mondo (non si ha scienza delle cose perché la conoscenza di esse le deprime) e tutto pare vago e indefinito (nel momento in cui il mondo viene percepito in questo modo, s’intuiscono più possibilità rispetto alla realtà). Si tratta del momento della grande fantasia: l’infanzia.

L’autore avrebbe potuto soffermarsi su quella componente del pensiero che è ancora più alta e nobile del pensiero stesso: l’immaginazione. In questo senso si sarebbero aperte numerose possibilità di paragonare il pensiero leopardiano a quello degli adolescenti tramite la metafora della “fuga”.

Come può il giovane Giacomo distrarsi e scappare dal piccolo mondo antico e opprimente di Recanati? In che modo un ragazzo potrebbe anelare all’indipendenza? Forse nei sogni, oppure con tutti quegli oggetti, quei suoni, quelle sensazioni e quelle immagini poetiche che non sono infinite, ma che danno l’illusione di esserlo. L’eco, la luna, il ricordo. Ecco, questa è la poesia: un imbroglio; un’illusione dolcissima.

Il cammino esistenziale del giovanissimo Leopardi è una costante tensione all’indefinito perché, la felicità, può essere solo indefinita, immaginata, attesa e sperata, mai raggiunta. Appunto perché, se essa viene raggiunta, non è infinita.

Molto prima di Freud, Giacomo Leopardi è arrivato a formulare un’osservazione geniale, che vede l’infanzia come la fase principale della vita dell’umanità, l’unico momento in cui i sogni non si scontrano col vero. È possibile apprezzare tale teoria tra gli appunti filosofici dello Zibaldone:

Le sensazioni indefinite che noi proviamo dopo la fanciullezza, e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza”. Tutte le emozioni che vengono provate nel corso dell’esistenza derivano dunque dall’infanzia, sono state maturate nel mondo delle favole, sono delle reminescenze di un vago e lontano retaggio della nostra storia personale, si riferiscono e dipendono da lei, sono un suo influsso ed una sua conseguenza.

Recanati, a questo punto, diventa (da luogo odiato) l’ideale di un’infanzia felice, il luogo che vede fiorire la leggenda del poeta che diventa mito.

D’Avenia avrebbe potuto osservare che, la ricordanza, è il rovescio della speranza. “Le Ricordanze” è appunto il titolo di una grande poesia di Leopardi (scritta quando ritorna alla lirica dopo il periodo della prosa, dell’ “Acerbo Vero” e della perdita delle illusioni), che racchiude la straordinaria bellezza dei canti pisano-recanatesi. In questi prevale la concezione pessimistica della morte e del termine di qualunque speranza e, allo stesso tempo, emerge la dolcezza del ricordo.

Che strano animale infelice che è l’uomo, un essere stagnante nei suoi limiti, fermo e che vuole solo l’infinito. E se la realtà non può donarglielo, allora non resta che continuare a sognare”.

Continua…

Carlo Alberto Ghigliotto

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