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Fabrizio De André

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February 18, 2019

Il 18 Febbraio 1940 nasce a Genova uno dei più profondi e conosciuti cantautori italiani: Fabrizio De André. Conosciuto anche con l’appellativo Faber, si è sempre schierato dalla parte delle minoranze: nelle sue canzoni e ballate i protagonisti sono insoliti, non si parla solo di amore ma a emergere sono prostitute, assassini, drogati e vengono sottolineati anche i loro punti di vista, spesso inascoltati. Un’altra tematica che viene evidenziata è la fede: sono molte, infatti, le canzoni in cui De André spiega il suo punto di vista sulla religione (Il Testamento di Tito, Si chiamava Gesù, Preghiera in gennaio), raccontando anche di uomini di chiesa che hanno saputo trasmettergli saggezza ed emozioni (senza dimenticare l’amicizia con Don Gallo).

Per conoscere meglio questo cantautore, analizzeremo attraverso le sue parole quattro tematiche che ci mostrano appieno il mondo da lui descritto.

La religione

De Andrè ha sempre rivelato un rapporto controverso con la fede cristiana. Ma non è con la religione in sé che si pone in contrasto, bensì con le istituzioni che la rappresentano, tinteggiate come ipocrite, approfittatrici e crudeli. Il Testamento di Tito è solo uno degli esempi più calzanti. Un’altra canzone a tinte forti che ci mostra la sua posizione critica nei confronti della Chiesa è “Un blasfemo”, brano tratto dall’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, a sua volta ispirato all’Antologia di Spoon River.

Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte,
ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte.

E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato.

Con queste due strofe possiamo vedere chiaramente la critica rivolta sia alla Chiesa, che mente all’uomo per manipolarlo, sia a tutti coloro che si dichiarano credenti e sono i primi a compiere azioni violente.

L’amore

Nei brani di De Andrè il rapporto con l’amore è altalenante e discontinuo, dovuto alle esperienze personali con le donne amate e con la famiglia. La maggior parte delle canzoni d’amore di De Andrè ci rivela un rapporto drammatico, in cui l’amore è crudele, fa promesse che poi non mantiene, e si prende gioco dell’uomo, fragile e volubile.

Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore dopo
l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre” nell’ipocrisia dei “mai”
non sono riuscito a cambiarti non mi hai cambiato lo sai.

Tratta dall’album “Storia di un impiegato”, “Verranno a chiederti del nostro amore” racconta di un amore superficiale, falso, pronto a spezzarsi non appena la monotonia si infrange, a crollare di fronte ai problemi. Un amore inutile, che non ha messo in discussione i due amanti, e non li ha cambiati in nessun modo.

La società

De Andrè non ha mai nascosto le sue ideologie politiche e ha sempre criticato aspramente la società del suo tempo. Soprattutto, si è sempre posto contro i poteri che sopprimono l’uomo, che lo illudono e lo sfruttano senza pietà. Con l’album “Storia di un impiegato” De Andrè tratteggia in modo dettagliato la società degli anni 60-70, scossa dalle rivolte giovanili e dagli scioperi.

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni

Brano che chiude l’album, “Nella mia ora di libertà” De Andrè ci mostra la presa di consapevolezza di una società che necessita di un cambiamento, ma che non può cambiare senza la collaborazione tra gli esseri umani.

Genova

Forse una tematica non così impegnata come le precedenti, ma De Andrè non sarebbe De Andrè senza la Liguria alle spalle. A volte solo un accenno, altre invece canzoni intere dedicate alla Liguria, e a Genova soprattutto. Canzoni in italiano, in dialetto, che descrivono una terra, e una città, nella sua totale complessità.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai,
se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

Come “Via del campo”, “La città vecchia” ci mostra un lato di Genova sconosciuto a tutti coloro che non sono in grado -o non vogliono- vedere oltre il paesaggio mediterraneo e il mare azzurro. Una realtà dove la povertà lascia spazio ad una grande solidarietà tra uomini, una solidarietà possibile solo tra coloro che provano la sofferenza sulla loro pelle. Questa parte del popolo, esclusa dal resto della città, va compresa e non giudicata, proprio perchè siamo tutti parte di questo mondo, nonostante le vite differenti che conduciamo.

In queste poche righe, che certo non bastano per descrivere chi fosse davvero Fabrizio De Andrè, né per spiegare che cosa fanno al corpo e alla mente le sue canzoni quando le si ascolta, si vuole celebrare un uomo che ha raccontato con la sua voce profonda le condizioni e le storie di coloro che sarebbero rimasti sconosciuti.
Fabrizio De Andrè ha descritto Genova e chi la abitava con la poesia, ha saputo parlare d’amore e di tutte le sue sfumature: dei primi attimi, delle storie che finiscono, dei ricordi e delle scelte che, a volte, questo sentimento ci porta a compiere. Fabrizio De Andrè ha posto sotto i riflettori elementi della società che sono ancora molto attuali nonostante siano passati quasi cinquant’anni e per chi oggi pensa di trovarsi in una società moderna si ricordino le parole de “Il testamento di Tito”, come monito:

“Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.”

Buon compleanno Faber.

Michela Bianco – Alessandra Sansò

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