Storia

Introduzione al modernismo reazionario

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March 8, 2019

Tecnica e nazionalismo

La questione della tecnica ha animato il dibattito politico in Germania fin dalla prima rivoluzione industriale. Dopo l’avvento dell’era del vapore e successivamente della chimica e dell’elettricità il dibattito raggiunse il culmine durante l’impero guglielmino e nella breve esperienza della Repubblica di Weimar.  La tecnica aveva già dimostrato sui campi di battaglia della Grande Guerra la sua potenza distruttiva, divenendo elemento imprescindibile per la potenza nazionale. Ciò nonostante, all’interno della destra tedesca, il dibattito sulla tecnica continuava a dividere e a far discutere. Molti intellettuali conservatori e tradizionali rifiutavano la tecnica in quanto legato a principi non tedeschi e perciò estranei alla Kultur relegandola nella sfera della Zivilisation occidentale. Kultur era per i pensatori tedeschi un termine avvolto da un’aura di sacralità comprendente principi primi come sangue, patria, terra e spirito che non necessitavano di giustificazione razionale o logica. Molto spesso chi rifiutava la tecnica era legato ad ideologie antimoderne e antiurbane come i movimenti völkisch, che immaginavano un ritorno alle campagne fuggendo «dai tesori di latta della civilizzazione che non danno la felicità»[1].

In Germania il dibattito sulla tecnica aveva un che di particolare: ad occuparsi di cultura tecnologica erano molto spesso pensatori che venivano da studi umanistici, non scientifici. Questa peculiarità tedesca si doveva a diverse ragioni tra cui la tarda unificazione e modernizzazione dello Stato e il maggior prestigio sociale che le facoltà umanistiche vantavano nei confronti di quelle scientifiche. Nella destra tedesca il rifiuto dei principi razionalistici occidentali derivati dal secolo dei lumi risultava assai diffuso ed era in netto contrasto con una modernizzazione tecnologica che avrebbe garantito nuova potenza dopo la sconfitta bellica nel primo conflitto mondiale. La tecnica era un prodotto della ragione occidentale estranea allo spiritualismo e ai principi irrazionali della Kultur. Il dilemma dei nazionalisti tedeschi trovava una risposta in quella schiera di intellettuali che lavorava incessantemente per una “riconciliazione” della tecnica nella sfera della Kultur senza doverne integrare l’apparato razionalistico. Questi pensatori vengono definiti dallo storico Jeffrey Herfmodernisti reazionari”, ovvero personalità che continuavano a diffondere idee antirazionali, antioccidentali, antiliberali ed antidemocratiche della tradizione tedesca, integrandola con elementi tipicamente moderni come il sostegno ad una modernizzazione tecnologica in funzione di una nuova politica di potenza. Il modernismo reazionario è comunque un’eccezione, una peculiarità che solo in Germania e principalmente nella destra tedesca ultranazionalista avrebbe trovato terreno fertile per la propria diffusione. In sintesi: in Europa e in Germania, chi accettava i principi razionalistici dell’illuminismo accettava la tecnica e la sua necessità, mentre chi ne respingeva i fondamenti ideologici rifiutava allo stesso tempo la tecnologia da essi generata. Eccezion fatta per i modernisti reazionari.

Alcuni esempi per comprendere cosa sia esattamente il modernismo reazionario ci vengono offerti da pensatori come Oswald Spengler, Hans Freyer ed Ernst Junger. Osserviamoli brevemente.

Oswald Spengler

Spengler, autore del corposissimo “Tramonto dell’Occidente”, si scagliava contro l’estrema razionalizzazione del mondo causata dal crescente dominio del denaro e del capitalismo. Egli rilevava una trasformazione dei rapporti umani che divenivano sempre più utilitaristici ed economici piuttosto che reali rapporti sociali. La colpa, per Spengler, era da attribuire alle classi dirigenti tedesche che avrebbero aperto le porte all’estrema occidentalizzazione della tradizione germanica. La borghesia aveva dimostrato come non fosse all’altezza dei compiti storici che attendevano la Germania e gli contrapponeva il ritorno di una nuova aristocrazia portatrice dei veri valori tedeschi, ossia il sangue e la tradizione. Spengler immaginava un nuovo ceto aristocratico in grado di guidare la Germania verso una nuova modernizzazione che garantisse nuova potenza in vista dei futuri scontri con le altre civiltà per il dominio mondiale. Queste teorie venivano espresse dall’autore nel saggio “L’uomo e la Tecnica” scritto nel 1931, in cui Spengler ricostruisce l’origine della tecnica legandola agli albori dell’umanità e slegandola così da un’origine prettamente occidentale. Per Spengler la tecnica non è altro che «la tattica di un’intera vita, la forma intima del comportamento nella lotta che si può identificare con la vita stessa»[2]. L’uomo europeo sarebbe entrato in una crisi senza via d’uscita, in cui l’unica strada da seguire sarebbe stata adottare lo stile di vita di un predatore, di chi guarda alla Terra come ad un terreno di bottino, di conquista. La tecnica aveva dimostrato in guerra la sua terribile potenza e l’uomo tedesco aveva l’arduo compito storico di plasmarla secondo la sua volontà non solo per la sua sopravvivenza, ma in vista del dominio totale del mondo. Secondo Spengler, le civiltà asiatiche ed africane avrebbero ben presto imparato dagli europei l’utilizzo dello strumento tecnico per vendicarsi dei secoli di umiliazione subiti. Per prepararsi a questo apocalittico scontro di civiltà, all’uomo europeo e soprattutto tedesco, non rimaneva che sviluppare le potenzialità della tecnica ed adottare la filosofia di Achille: meglio una vita breve densa di fatti di gloria che una lunga vita priva di contenuto, resistendo stoicamente tenendo fermo sulle posizioni perdute.

Hans Freyer

Con toni meno apocalittici e meno intrisi di un pessimismo tipicamente aristocratico si attestava Hans Freyer esperto di sociologia. Dopo aver scritto “Revolution von Rechts” (trad. Rivoluzione di destra) in cui auspicava una rivoluzione della destra tedesca che rimettesse al centro lo Stato innalzandolo ad organo supremo della nazione, Freyer si dedicava alla riconciliazione tra tecnica e Kultur. Egli sosteneva che i mali della modernità derivassero dall’eccessivo peso che le leggi economiche acquistavano nei rapporti fra gli uomini generando divisioni di classe che impedivano quell’unità di intenti che solo lo Stato poteva garantire. Con la mediazione di una suprema autorità statale sarebbe stato possibile dirimere i conflitti di classe, prettamente economici, ed indirizzare le energie della nazione verso una nuova potenza. Nei confronti della tecnica Freyer si schierava apertamente verso un’integrazione della stessa nella sfera della Kultur, sostenendo che se fino al XIX secolo fosse possibile sostenere politiche di ostilità verso la tecnica, nel mondo dell’elettricità e della chimica del XX secolo tali politiche avrebbero avuto l’effetto di condannare la Germania ad un oblio senza via d’uscita. La tecnica doveva essere integrata e plasmata dallo Stato che ne avrebbe garantito uno sviluppo “tedesco”. Inoltre, Freyer collocava lo sviluppo della tecnica in un’epoca precapitalista slegandola dalla sfera della Zivilisation. La tecnica, per Freyer, non era altro che la volontà di sottomissione della natura da parte dell’uomo che era presente fin dai primordi della civiltà europea, Germania inclusa. In questo modo il nazionalismo tedesco poteva integrare la tecnica nel proprio bagaglio culturale senza doverne accettare gli aspetti razionalistici tipici dell’Occidente capitalista. Per Freyer, l’integrazione della tecnica e la sua pianificazione statale avrebbe garantito nuova linfa vitale oltre ad assicurare potenza in caso di guerra. Proprio nella generazione del Frontlebnis Freyer riponeva le sue più grandi speranze. Toccava a loro, ai sopravvissuti della guerra, plasmare una nuova Germania, saldare quell’unità tra Volk e Stato rimediando ai fallimenti del XIX secolo e creare le basi per una nuova «cultura, non mediante la tecnica e certo non contro la tecnica, ma all’interno della tecnica attraverso il superamento dell’uomo capitalista»[3]

Ernst Jünger

Ernst Jünger è forse il rappresentate più tipico dei modernisti reazionari. Influenzato dalle opere di Spengler per cui nutriva un’immensa ammirazione, Jünger è accanito sostenitore della superiorità tecnica e fautore di una riconciliazione con la Kultur indispensabile ai fini di una politica di potenza mondiale. Jünger si rivolgeva prevalentemente a quei nazionalisti che ostinavano un’avversione nei confronti della tecnologia e proponeva loro di superare questa ostilità poiché i tempi necessitavano di una piena potenza e la macchina la offriva. Veterano della Grande Guerra, Jünger era convinto che i giovani tedeschi tornati dalle trincee fossero la prima generazione che stava effettivamente riconciliando uomo e macchina:

«Dobbiamo traferire ciò che è dentro di noi nella macchina, compresi il distacco e la freddezza mentale che trasformano l’impulso fulmineo del sangue in un’azione logica e consapevole. Che cosa sarebbero queste armi d’acciaio, dirette contro l’universo, se i nervi non vi fossero intrecciati e se il nostro sangue non corresse attorno ad ogni asse?»[4]

Ernst Jünger durante la Grande Guerra

Jünger sosteneva la necessità di superare il grigio mondo borghese per lanciarsi verso mete più elevate e profonde, spirituali, in completa antitesi con il mondo liberista e capitalista. La tecnica sarebbe stata lo strumento con cui superare il dominio borghese per instaurare un nuovo regno, un nuovo mondo dominato dalla tecnica e da un altro abitante: l’operaio. L’operaio, infatti, non sarebbe altro che l’uomo plasmato dal contatto con la tecnica, modificato in funzione di essa. Jünger innalza la tecnica al rango di una forza metafisica caratteristica del proprio tempo. Essa plasma, modifica e dona la propria impronta agli uomini in grado di interagire con la sua essenza. Da queste trasformazioni il borghese rimaneva completamente escluso. La tecnica, per Jünger, mobilitava tutte le energie umane portando i semi di un nuovo ordine, di un nuovo mondo. Nulla avrebbe resistito a questa “mobilitazione totale”: la famiglia, i culti, la scienza, i rapporti economici e sociali e gli antichi ordinamenti sarebbero stati radicalmente trasformati da questa forza possente ed inarrestabile. Dopo la distruzione, al di la del livellamento, un nuovo ordine totale avrebbe atteso gli uomini di tutto il mondo. Nuove immagini e simboli per tutto il genere umano, poiché la tecnica agisce a livello planetario. Anche qui, come in Spengler, lo spazio di dominio tra le potenze è l’intera superficie del pianeta. Jünger ribadiva come fosse impossibile arrestare l’avanzata della tecnica poiché «non c’è via d’uscita, non c’è scappatoia laterale né posteriore; vale la pena, piuttosto, accentuare l’impeto e la velocità del processo in cui siamo coinvolti»[5]. Dopo aver distrutto gli antichi ordini umani, la tecnica avrebbe reso fertile il terreno per un nuovo dominio totale, un potere in grado di generare strumenti in grado di pianificare l’intero spazio planetario. Jünger descriveva queste trasformazioni con una serie di immagini evocative: aerei, dirigibili, turbonavi, eserciti motorizzati, città meccanizzate, arene gigantesche, strade mobili. Sono queste le fotografie raffiguranti il mondo trasformato e meccanizzato caratterizzato dal dominio della figura dell’operaio.

Giovanni Belnome

Note: 

[1] Stefan Breuer, La rivoluzione conservatrice in Germania, p. 54.

[2] Cfr. Oswald Spengler, L’uomo e la tecnica, Nino Aragno editore, Torino 2016, p. 16.

[3] Jeffrey Herf, Modernismo reazionario. Tecnologia cultura e politica nella Germania di Weimar e del terzo reich, p. 180.

[4] Ivi, pp. 124-125

[5] Ernst Jünger, L’operaio, Guanda, Parma 2010, p. 180

 

 

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