Blitzkrieg

“I morti non… Parlano” Lettere di due condannati a morte fedeli all’Italia

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March 11, 2019

Oggi vi mettiamo di fronte a due scritti di un tempo sufficientemente lontano per definirsi “Passato”, ma ancora sufficientemente “Presente” da condizionare il nostro modo di pensare e vedere le cose al punto da rimarcare, invece di assottigliarle, quelle divisioni che un tempo portarono ad una drammatica guerra fratricida tra italiani. Come molti avranno intuito mi riferisco alla Guerra Civile Italiana che si svolse tra il 1943 e il 1945, nel bel mezzo quindi della Seconda Guerra Mondiale. Quel conflitto talmente drammatico e colmo di sfaccettature da riuscire a disgustare e al contempo affascinare tutti coloro che vi entrano in contatto.
I protagonisti che vi presenteremo facevano parte di due schieramenti opposti. Il loro nomi erano Emanuele e Giancarlo. Entrambi hanno combattuto per ciò che amavano più di ogni altra cosa: l’Italia; questo possiamo comprenderlo dal modo in cui sottolineano il loro intento all’interno delle lettere che scrissero ai propri cari in due momenti drammaticamente differenti l’uno dall’altro.
Nello specifico, Emanuele Frezza fu uno dei tanti giovani che volle arruolarsi nella XMAS dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Combatté a Nettuno tra le file del Barbarigo, morendo in combattimento nel tentativo di difendere la propria postazione. Mentre Giancarlo Puecher Passavalli fu uno tra gli organizzatori dei gruppi partigiani e prese parte a numerose azioni fino a quando non venne catturato il 12 Novembre del 1943 e poi fucilato il 21 Dicembre dello stesso anno.
Entrambi i giovani, che affermano di aver combattuto per difendere la loro amata Italia, al momento della morte non avevano più di 20 anni.

Lettera di Emanuele Frezza, La Spezia, 20 Novembre 1943:
“Babbo e mammina carissimi, 
vi scrivo oggi poche ore prima di arruolarmi volontariamente in qualità di aspirante ufficiale nella Xa Flottiglia MAS. 
Lotte segrete di parti, fermentate dal più vile servilismo hanno condotto nel baratro la nostra bella Italia e con essa gli Italiani. 
Un vile tradimento, un odioso armistizio hanno portato all0invasione di buona parte del nostro sacro suolo. Ed in quella parte calpestata dalle tanto odiate orde nemiche vi trovate voi. Il destino ci ha separati. 
Da molto tempo –sembrano secoli- siamo da ambo le parti privi di notizie; il conforto della parola ci è venuto a mancare. Solo la fervida speranza ci sorregge riunendoci nel pensiero e nella preghiera. Così al dolore della Patria distrutta si è aggiunto il dolore di noi stessi. Forse nel momento cruciale che attraversiamo non si dovrebbe più parlare di sentimento patrio, perché non si sa quale sia il vero nemico. Così Ognuno è lasciato al proprio arbitrio; c’è chi odia i tedeschi, c’è chi odia gli angloamericani. Io, e spero anche voi, sono compreso fra i secondi… Ho dovuto assistere a tante scene che mi hanno fatto vergognare di essere italiano. Non ve le descrivo perché il rivederle mentalmente mi fa maggiormente vergogna. Sono state scene apocalittiche che anche il più fine regista non potrebbe mai realizzare sulla scena del cinematografo. Così, in quell’immane travaglio, solo pochi valorosissimi, spinti dal più puro ideale, hanno preso la guida della pericolante nave dell’onore italiano per condurla verso la cala del riscatto. Essi si sono rivolti ai giovani Ai giovani è affidato il compito di riscattare l’onore perduto. Io ho 19 anni: sono un giovane italiano. Il mio dovere è uno: combattere!
Babbo e mammina tanto cari, voi che mi avete dato alla luce del mondo, voi che mi avete allevato, voi che mi avete infuso il pensiero, voi che avete tanto sofferto e tanto vi siete sacrificati per me, voi mi comprendete. Come posso restare sordo all’appello della Patria? Il mio nemico è uno: l’Inghilterra.
Contro di esso combatterò con tutte le mie forze. Forse la lotta è vana, ma il risultato sarà grande lo stesso: laveremo col sangue l’onta del disonore. Perciò non piangete se il destino mi riserverà la fine degli eroi oscuri. Dovreste essere fieri del vostro Lello che tutto avrà dato per la Patria. Siate forti come sempre lo siete stati nei momenti più cruciali della vostra vita. Quando si è giovani bisogna osare e lottare perché la vita è lotta. Smetto di scrivere allegando alla presente due mie recentissime foto: so che vi sono gradite. Con la speranza che un giorno vi sia recapitato, affido questo scritto alla persona che a Spezia mi è stata più cara:………. Durante qualche licenza ho avuto occasione di parlarvi di essa: è tanto buona. Le ho sempre voluto bene e ne è degna! Vogliatele bene anche voi. 
Salutare per me i parenti tutti e a quelli che più mi hanno voluto bene vada il mio pensiero più caro. Ad Anastasia e Linuccia do tutta la mia tenerezza. A Peppino, Pio, Vito e Mario lascio una sola consegna: amare la patria sopra ogni cosa e difenderla contro tutto e contro tutti. 
A voi, carissimi, affido ciò che ho di più caro: il mio cuore; in esso sono racchiuse tutte le mie ansie e gli affetti dei miei 19 anni; custodi telo. 
Questo è il mio testamento spirituale.
Babbo e mammina carissimi, mi arruolo con la certezza della vostra comprensione.
Beneditemi!”[1]

Giancarlo Puecher Passavalli

Giancarlo Puecher Passavalli, dicembre 1943. 
Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato: Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere. Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita. L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia. A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti. Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. 
Baci a tutti. 
Giancarlo[2]

Emanuele Bacigalupo

Immagine di Tommaso Debernardis

Note:
[1]: Lettere dei Condannati a Morte della R.S.I., B&C, Roma, 1976, pp.43-44-45.
[2]:http://m.flcgil.it/…/25-aprile-le-lettere-dei-condannati-a-…

Bibliografia:
Lettere dei Condannati a Morte della R.S.I., B&C, Roma, 1976

Sitografia:
http://m.flcgil.it/…/25-aprile-le-lettere-dei-condannati-a-…

https://toscano27.wordpress.com/…/giancarlo-puecher-passav…/

https://www.associazionedecimaflottigliamas.it/btg-barbarigo.html

 

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