Macchina del tempo

15 marzo del 44 a.C.: Idi di Marzo

on
March 15, 2019

15 marzo del 44 a.C., i Romani piangono la morte del loro più grande condottiero: Caio Giulio Cesare. Dopo aver sottomesso la Gallia, sconfitto i Pompeiani e ristabilito l’ordine nell’Egitto Tolemaico, Cesare, si ritrovò a essere il padrone assoluto di Roma. Tuttavia, anche se esercitava un potere da dittatore, rimase popolare agli occhi dei soldati e del popolo romano, specialmente nei ceti più bassi.

Nel frattempo, i pretori Gaio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto (figlio adottivo di Giulio Cesare), stavano organizzando una congiura contro “l’imperator”. Alla cospirazione, aderirono più di sessanta persone, tra vecchi sostenitori di Pompeo e cesariani. All’inizio i congiurati volevano compiere l’assassinio a Campo Marzio, ma quando il Senato fu convocato alla Curia di Pompeo per le idi di marzo, preferirono farlo in quel luogo.

Quel giorno, Cesare non godeva di ottima salute. Calpurnia, sua moglie, ebbe dei cattivi presagi e lo scongiurò di non recarsi alla Curia. Inoltre, degli indovini fecero dei sacrifici e l’esito si rilevò sfavorevole. Vedendo la situazione, inviò Marco Antonio, suo più grande amico e collaboratore, a rinviare la seduta. I congiurati, decisero di mandare Marco Decimo Bruto, generale e amico di Cesare, per esortarlo a presenziare alla seduta. Decimo, convinse Cesare che rinviare la seduta sarebbe stata un’offesa verso i senatori e credendo alle parole dell’amico, decise di recarsi al Senato con Antonio.

Quando arrivarono alla Curia, Cesare andò alla seduta mentre Marco Antonio venne trattenuto da Gaio Trebonio, uno dei congiurati. Alla seduta, i senatori attorniarono Cesare come per rendergli onore e Lucio Tillio Cimbro insieme ai congiurati gli si avvicinò per chiederli la grazia di suo fratello in esilio. Cesare, rispose di rimandare la questione, così Cimbro gli afferrò la toga dando il segnale agli altri cospiratori di colpire. Il primo ad attaccare fu Publio Cornelio Casca, che lo ferì alla gola. Cesare, vedendo pugnali avvicinarsi a lui da ogni parte, si coprì la testa con la toga e con la mano sinistra la distese fino ai piedi per morire con dignità.

Cesare spirò a cinquantasei anni, trafitto da ventitré pugnalate. Secondo Svetonio, rivolse le sue ultime parole al figlio adottivo Bruto, pronunciando in greco antico: “Kai su teknòn” (anche tu, figlio).

Cassio, quando vide Antonio, volle uccidere pure lui ma fu fermato da Bruto. Il corpo di Cesare fu deposto in una lettiga da tre schiavi che lo riportarono a casa. Quando tutta Roma seppe della sua morte, i negozi furono chiusi e le strade diventarono deserte. I cesaricidi, dopo l’assassinio, inneggiarono alla libertà per la città e si rifugiarono nel Campidoglio.

Nel suo testamento, Cesare adottò il suo pronipote, Ottaviano, dandoli anche maggior parte delle sue ricchezze. Al popolo, invece, lasciò i suoi giardini intorno al Tevere e trecento sesterzi furono assegnati a ogni cittadino romano.

Il funerale fu tenuto davanti ai Rostri, nel Foro, dove fu costruita un’edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice. All’interno su di un trofeo venne esposta la toga insanguinata che Cesare indossava al momento dell’assassinio. Su di un cataletto d’avorio coperto di porpora e d’oro, portato a spalla dai magistrati, fu portato il corpo di Cesare davanti ai Rostri e deposto all’interno dell’edicola.

Antonio tenne il suo discorso funebre, che sarà ripreso da Shakespeare nella sua opera, “Giulio Cesare”:

“Amici, Romani, compatriotti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Cesare. Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Bruto e degli altri – ché Bruto è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Molti prigionieri egli ha riportato a Roma, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Cesare? Quando i poveri hanno pianto, Cesare ha lacrimato: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Bruto è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Cesare e debbo tacere sinché non ritorni a me.”

Il popolo lanciò ogni cosa per alimentare il fuoco della pira; i veterani le loro armi, le matrone i loro gioielli, gli artisti e musicisti le loro vesti indossate nell’ultimo trionfo di Cesare. Persino i giudei gli resero onore per ringraziarlo di averli liberati dall’oppressione di Pompeo.

Dopo l’assassinio, la Curia di Pompeo venne murata, le idi di marzo furono ricordate come “giorno del parricidio” e al Senato fu proibito di convocare la seduta in quel giorno.

Dopo la morte di Cesare, furono redatte le liste di proscrizione e trovarono la morte tutti gli oppositori di Antonio e Ottaviano; tra questi anche Cicerone. I principali cesaricidi, Bruto e Cassio, dopo essere stati sconfitti dalle forze del Triumvirato nella battaglia di Filippi, si tolsero la vita nel 42 a.C.

Cesare Grande

Sitografia:
http://www.maat.it
www.focus.it
www.capitolivm.it

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT