Riflessioni

Homo Lector

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March 20, 2019

Cesare Pavese aveva parlato di Italo Calvino come di uno “scoiattolo della penna” per via della sua aggraziata sagacia nello scrivere e per l’agilità nel manipolare molti stili con scioltezza.
Ogni buon comunicatore deve destreggiarsi fra intrecci e strategie narrative con la leggerezza di uno scoiattolo che si arrampica rapido e leggero tra i rami del grande albero dei segni, scartando le nocciole marce (cioè i messaggi inutili), balzando con esattezza tra le fronde della comunicazione, scrutando le tracce dei suoi predecessori e scegliendo la propria tana: lo stile.

Calvino aveva elencato le virtù del principe del foro nella Rapidità, Leggerezza, Esattezza, Visibilità e Molteplicità.
Necessaria è quindi la maturazione di un prodotto comunicativo che nasce da una visione molteplice della realtà assemblando diversi codici e segni.
Occorrerebbe inoltre che il disegno complessivo dell’opera ripercorresse le tappe tracciate dall’autore attraverso un percorso “visivo” di immagini da evocare nell’interlocutore.
Il racconto dovrebbe quindi acquistare una ritmicità che avvicina l’interpretazione del lettore e l’accomuna all’idem sentire creativo attraverso un gioco di attese e anticipazioni.
Il ritmo diventa per Calvino “un incantesimo”, che agisce sulla percezione dello spazio e del tempo, contraendolo o dilatandolo a piacere, suscitando nel destinatario il desiderio di avvicinarsi alla dimensione perseguita originariamente dall’autore.
È questo, per lo scoiattolo, scrivere con vivacità, costruendo un universo letterario diverso da quello reale, percepito come “lento e pesante”.

L’esperienza devastante di scoprire che, malgrado i nostri desideri, Amleto e il principe Andrej sono morti, che le cose sono andate per sempre in tal modo, comunque noi volessimo e sperassimo nel corso della nostra lettura, ci fa avvertire il brivido del destino. Comprendiamo che non sta a noi decidere se Achab catturerà o meno la balena, la vera lezione di Moby Dick è che la balena va dove vuole. Il fascino delle grandi tragedie deriva dal fatto che, i loro eroi, invece di sottrarsi alle leggi del fato, cadono nell’abisso che si sono scavati con le proprie mani. In questo senso, la finzione narrativa, cerca di convincerci che quello di cui narra non è stato accidentale, bensì necessario (come voleva Aristotele). Noi abbiamo accesso al mondo cognitivo di Edipo e Giocasta, ma essi (pur vivendo in un mondo che è parassita del nostro), di noi e delle nostre passioni non sanno nulla. Edipo non può concepire il mondo di Sofocle: altrimenti non avrebbe sposato sua madre (I personaggi fittizi vivono davvero in un mondo incompleto e handicappato).
Ma quando noi comprendiamo quale sia stato inesorabilmente il loro destino, iniziamo a sospettare che, anche noi (cittadini del mondo attuale), spesso andiamo incontro alla nostra rovina perché pensiamo al nostro mondo come se fosse quello possibile dei nostri desideri e delle nostre illusioni.
E così, i personaggi fittizi, diventano esempi supremi della condizione umana reale.

La nostra immaginazione è inoltre popolata da personaggi e animali che, seppur conosciamo benissimo, non abbiamo mai visto. Questi fantasiosi incontri maturano assieme a verità incrollabili che, nel nostro immaginario di cittadini del mondo, costituiscono solide certezze. Ma, i nostri sogni, non hanno solo protagonisti improbabili e situazioni irreali, ma sono spesso ambientati in luoghi fantastici e terre mai esistite: le isole visitate da Gulliver, il paese di Macondo, il tempio dei Thugs di Salgari, la capanna dei sette nani, la città di Troia, l’appartamento di Sherlock Holmes, il castello dell’Innominato… Solitamente si sa che, per quanto ci affascinino, questi luoghi sono comparsi nei sogni di poeti o nelle fantasie di autori ed è impossibile scovare paesi come quello di Cuccagna. Ma, sin dalle epoche più remote, l’umanità ha dissipato i suoi ideali nella ricerca dell’utopico e nel raggiungimento di fari di civiltà. È risaputo che, da sempre, si fantastica su luoghi ritenuti reali, come Lemuria, l’Eldorado, l’isola di Baratteria, Atlantide, le terre della regina di Saba, Mu, le Isole Fortunate, l’Ultima Thule, il regno del prete Gianni, il misterioso nascondiglio del santo Graal, la terra australe e l’isola di Salomone, i paesaggi reconditi di terre cave, il paese delle Esperidi e Iperborea, le isole dell’utopia, la rocca degli assassini del Veglio della Montagna, universi e pianeti di altre dimensioni, il misterioso regno sotterraneo di Agarttha ed altre decine di remote località bizzarre e geniali. Molti di questi luoghi si limitarono ad ispirare miti, numerosissime opere d’arte ed animare leggende. Ma sono anche state motivo di fantasie ossessive di lettori e cacciatori di misteri, talora stimolando esplorazioni che hanno portato molti viaggiatori a scoprire nuove terre inseguendo antiche illusioni.

Carlo Alberto Ghigliotto

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