Storia

Gaius Iulius Caesar

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March 22, 2019

Suburra

Cesare nacque il 13 luglio 101 o il 12 luglio 102 a.C. da un antica e nota famiglia patrizia, la “gens Iulia”, che secondo il mito vantava tra i suoi antenati il primo re di Roma: Romolo. Il suo quartiere di origine era quello della Suburra, una vasta area dell’antica Roma che si estendeva dalle pendici dei colli Quirinale e Viminale fino all’Esquilino. Ad abitarla era principalmente un sottoproletariato urbano e il nome Suburra indicava in senso generico un luogo malfamato, teatro di criminalità e immoralità. In origine faceva parte del così detto Septimontium, nell’ambito di una processione religiosa che si celebrava ogni anno l’11 gennaio.

La  Suburra era percorsa dall’Argileto (le attuali via Leonina e via della Madonna dei Monti) che si divideva nel Vicus Patricius, il quale andava in direzione della porta Viminale, e nel Clivus Suburanus in direzione della porta Esquilina. Nella parte bassa della valle venne prima edificato il Foro di Cesare nel 46 a.C. e poi il Foro di Augusto nel 2 a.C.

Foro Traiano

A seguire sorsero altri monumenti come: il Tempio della Pace, il Foro di Nerva e il Foro di Traiano. Aree monumentali che vennero messe al sicuro dagli incendi (che scoppiavano spesso nel quartiere della Suburra) tramite l’innalzamento di una gigantesca muraglia.

Tornando a Cesare, la sua famiglia se pur aristocratica non era ne ricca, secondo gli standard di Roma, ne tanto meno influente e ciò rappresentò un grande ostacolo alla carriera politica e del nostro protagonista.

Egli venne educato da Antonio Gnifone, un illustre grammatico nativo della Gallia e trascorse il suo periodo di formazione assistendo a due episodi significativi per la storia di Roma:

1) la minaccia di Mitridate nelle province orientali;
2) la guerra civile in Italia tra le fazioni degli optimates (favorevoli al potere aristocratico) e dei populares (che sostenevano la possibilità di rivolgersi direttamente alle assemblee elettorali).

Nell’86 a.C. perse lo zio Gaio Mario, mentre l’anno seguente morì anche il padre Gaio Giulio Cesare il Vecchio. Nell’84 a.C. Cesare ripudiò la promessa sposa Cossuzia per prendere in moglie Cornelia Cinna Minore, figlia di Lucio Cornelio Cinna, alleato di Gaio Mario durante la guerra civile. In questo modo si legò a una famiglia notoriamente schierata con i popolari e ciò gli causò ulteriori problemi durante la dittatura di Silla, soprattutto quando il dittatore tornò a Roma e sconfisse i seguaci di Mario nella battaglia di Porta Collina nel 82 a.C. Silla ordinò a Cesare di divorziare da Cornelia, perché non patrizia, ma ricevendo un rifiuto meditò di farlo uccidere, dovendo poi desistere in seguito ai numerosi appelli rivoltigli dalle vestali e da Gaio Aurelio Cotta.

Temendo comunque per la sua vita Cesare lasciò Roma e si ritirò prima in Sabina e poi, raggiunta l’età giusta, partì per il servizio militare in Asia come legato di Marco Municio Termo. Durante l’assedio di Mitilene partecipò per la prima volta a uno scontro armato, durante il quale si distinse per il coraggio, ottenendo oltretutto la corona civica, concessa a chi avesse salvato la vita di un cittadino.

Silla: immagine riprodotta usando come riferimento i busti originali

Dopo due anni di potere assoluto Silla si dimise dalla sua carica di dittatore e alla sua morte, nel 78 a.C., Cesare fece ritorno a Roma. Qui si dedicò alla carriera forense come pubblico accusatore e a quella politica come esponente dei popolari fino al 74 a.C., quando decise di lasciare Roma una seconda volta per recarsi a Rodi, dove studiò la cultura e la filosofia greca.

Durante il viaggio verso l’isola la sua nave subì un attacco dai pirati, che rapirono Cesare e lo portarono sull’isola di Farmacusa, una delle Sporadi meridionali a sud di Mileto (la permanenza sull’isola si protrasse per 38 giorni). Per la sua liberazione venne chiesto un riscatto di 20 talenti, ma Cesare rispose che ne avrebbe pagati 50 e mandò i suoi compagni a procurarsi la somma di denaro. Su questa vicenda sono state scritte due opere, una da Svetonio, che descrive quando Cesare mandò i suoi servi a Roma per procurarsi il denaro, mentre l’altra venne scritta da Plutarco (la cui versione era molto più ricca e dettagliata, facendo assumere alla figura del condottiero un rilievo molto più forte) e sosteneva che i servi vennero mandati nelle città vicine a raccogliere i soldi necessari (soldi che giunsero da Mileto).

Pagato il riscatto, Cesare giunse a Mileto in tutta fretta e fece armare alcune navi con le quali poter fare ritorno all’isola di Farmacusa per catturare i pirati che lo avevano sequestrato. Impresa che riuscì a compiere senza difficoltà. Successivamente a questi fatti prese parte alla guerra contro Mitridate del Ponto.

Gneo Pompeo Magno 

Nel 73 a.C., mentre si trova ancora in Asia, venne eletto nel collegio dei pontefici come risarcimento per non aver potuto ricoprire la carica del flaminato durante la dittatura di Silla. Tornato a Roma ebbe una intensa attività politica e giudiziaria, nel 72 a.C. venne eletto tribuno militare e si impegno nelle battaglie politiche dei populares, come l’approvazione della Lex Plotia (che avrebbe permesso il rientro degli esiliati colpevoli di aver partecipato
all’insurrezione di Lepido), e il ripristino dei poteri dei tribuni della plebe. Tale ripristino venne ottenuto soltanto nel 70 a.C., anno in cui vennero eletti consoli Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso.

Nel 69 a.C. Cesare ottenne la nomina di questore, mentre l’anno seguente in un clima politico romano avviato al cambiamento dopo il totale smantellamento della costituzione sillana, attuato da Pompeo e Crasso, si recò in Spagna Ulteriore dove poté dedicarsi a una intensa attività giudiziaria, riuscendo anche a librare i cittadini dai pesi fiscali che Metello aveva precedentemente imposto, accattivandosi così le simpatie del popolo. Rientrato ancora una volta a Roma votò per l’approvazione della Lex Gabinia e della Lex Manilia. Leggi che diedero ampi poteri e massima libertà operativa a Pompeo nella conduzione della terza fase della guerra contro Mitridate (lex manilia) e nella guerra contro i pirati che da anni rendevano insicuro il Mediterraneo. Altro personaggio che appoggiò la Lex Gabinia fu Cicerone, che pur dichiarandosi consapevole della sua illegalità la ritenne necessaria. L’approvazione di questa legge segnò una tappa fondamentale sul collasso del potere senatorio e della Roma Repubblicana. Dopo la loro votazione Cesare venne eletto aedilis curulis nel 65 a.C. e riuscì a consacrarsi leader del movimento popolare conquistandone la simpatia con l’organizzazione di giochi gladiatori (in onore del padre) e l’esposizione delle sue personali collezioni d’arte nel Foro e sul Campidoglio.

Gladiatori

I giochi gladiatori preoccuparono non poco gli optimates, che non vedendo di buon occhio l’affermazione di Cesare promulgarono una legge con la quale vietarono di avere alle proprie dipendenze più di un certo numero (a noi sconosciuto) di gladiatori. Un altro grandissimo successo ottenuto da Cesare nelle istituzioni politiche di Roma fu l’elezione, nel 63 a.C., a pontefice massimo dopo la morte di Quinto Cecilio Metello Pio nominato da Silla. Cesare si era battuto perché questa carica tornasse a essere elettiva, lui stesso si candidò per ricoprire questo ruolo. A sfidarlo c’erano però dei rappresentanti più anziani, da tempo giunti al culmine del cursus honorum della fazione degli optimates, tali Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Vatia Isaurico. La campagna elettorale di Cesare venne sostenuta in particolare da Crasso, che fornì ingenti somme di denaro per corrompere l’elettorato, garantendogli così l’accesso alla carica ed assicurarsi la successiva elezione a pretore nel 61 a.C.

Dopo questi fatti giunse anche la nomina a governatore della Spagna ulteriore, dove condusse operazioni militari contro i Lusitani, tali da fargli tributare il trionfo una volta tornato a Roma: onore che si trovò però costretto a rifiutare poiché lo avrebbe costretto a mantenere le sue vesti militari e restare quindi fuori dalla città.

Giunto a questo punto della sua carriera avanzò al Senato la richiesta di candidarsi per il consolato, la quale venne però respinta in seguito all’intervento di Catone l’Uticense, ma questo inconveniente non rappresentò un vero ostacolo. Cesare decise comunque di candidarsi, venendo poi eletto al consolato nel 60 a.C.

Fu nello stesso anno che stipulò un’alleanza strategica con i due maggiori capi politici del momento: Crasso e Pompeo. Accordo chiamato successivamente dagli storici primo triumvirato. Con un fine lavoro diplomatico Cesare seppe riappacificare Crasso e Pompeo, i quali non avevano il più idilliaco dei rapporti.

Tramite l’appoggio di Pompeo ed i finanziamenti di Crasso, Cesare puntava ad ottenere la carica di console, promettendo al primo alleato una distribuzione di terre per i suoi veterani, mentre al secondo avrebbe ridotto di un terzo il canone d’appalto delle imposte della provincia d’Asia.

Durante il suo consolato, oltre che rispettare il patto con gli alleati del triumvirato con apposite riforme, Cesare programmò la fondazione di nuove colonie in Italia, riformò le leggi sui reati di concussione e fece promulgare una legge che imponeva al Senato di stilare le relazioni di ogni seduta.

Grazie all’appoggio dei triumviri ottenne l’approvazione della Lex Vatinia, che gli consegnava il proconsolato della Gallia Cisalpina, dell’Illirico e della provincia della Narbonense per cinque anni, oltre che di un esercito composto da quattro legioni la VII, VIII, IX e X.

Quando Cesare promise di ottenere grandi trionfi e compiere grandi gesta in Gallia, il Senato accettò di buon grado le sue proposte sperando di allontanarlo da Roma proprio mentre stava acquistando maggiore popolarità e potere.

Nel marzo del 58 a.C., prima di partire per la Gallia (dove la prima minaccia furono le migrazioni elvetiche) Cesare incaricò Publio Clodio Pulcro di far approvare una legge che punisse coloro che avevano condannato a morte dei cittadini romani senza avergli concesso la provocatio ad populum, mossa che servì a far allontanare Cicerone da Roma. Il 28 marzo, con la sola decima legione a disposizione, Cesare si dovette precipitare in Gallia avuta la notizia che gli Elvezi erano giunti sulle rive del Rodano perché in fuga dalla pressione dei popoli germanici d’oltre Reno.

Una volta sul posto, non potendo affrontare un intero popolo che contava 368.000 persone, tra cui 92.000 uomini in armi, fece distruggere il ponte per impedire il passaggio degli Elvezi sul fiume e cominciò a reclutare in tutta la
provincia forze ausiliarie e ordinando alle legioni di stanza ad Aquileia di raggiungerlo. Gli Elvezi inviarono dei messaggeri a Cesare chiedendo il permesso di attraversare pacificamente la Gallia Narbonense, ma questi si rifiutò di fare concessioni verso un popolo ostile che non si sarebbe trattenuto dall’infliggere danni dove gli fosse stato possibile. Con la legione che aveva con se e gli uomini reclutati nella provincia, fece costruire una massicciata alta sedici piedi e scavare un fossato lungo diciannove miglia per impedire il passaggio al nemico. Gli Elvezi, abbandonata la speranza di ottenere il permesso di passare, tentarono di guadare il fiume a bordo di barche e zattere, ma vennero respinti dalla fortificazioni e dai proiettili lanciati dai soldati romani. L’unica via rimasta percorribile era quella attraverso il territorio dei Sequani.

Messo Tito Labieno a capo della linea fortificata, Cesare si recò in Italia per reclutare due nuove legioni. Nel frattempo gli Elvezi avevano raggiunto il territorio degli Edui e stavano facendo razzie nelle campagne, tanto che quest’ultimi mandarono una delegazione a Cesare in cerca di aiuto.

Le legioni di Cesare contro gli Elvezi

Ugualmente gli Allobrogi si rifugiarono presso i romani protestando che gli rimaneva solo la nuda terra. Gli Elvezi cercavano di attraversare il fiume Arai a bordo di zattere. Informato di ciò dai ricognitori, Cesare uscì dall’accampamento con tre legioni e assalì gli uomini che non avevano ancora guadato il fiume perchè impacciati dai bagagli. Molti vennero uccisi e i superstiti fuggirono nelle foreste circostanti, obbligando i romani a dover costruire un ponte sull’Arai pur di inseguirli. Sconcertati dal repentino arrivo dei romani per l’attraversata compiuta in un solo giorno (impresa che a loro ne era costati venti) mandarono un’ambasceria per siglare una pace con cui avrebbero accettato di insediarsi in qualsiasi luogo stabilito da Cesare, il quale rispose che avrebbe posto fine alle ostilità soltanto e avessero consegnato ostaggi e indennizzato il popolo degli Edui e degli Allobrogi per i danni a loro inferti. Da parte loro gli Elvezi risposero che non era loro consuetudine dare ostaggi, ma prenderli. L’indomani ripartirono e altrettanto fece Cesare, che mandò avanti la cavalleria all’inseguimento della retroguardia nemica, dalla quale venne respinta dopo aver ingaggiato un combattimento in posizioni che le erano sfavorevoli. Esaltati dalla vittoria, gli Elvezi si attardarono con la retroguardia per provocare l’esercito romano alla battaglia. Trattenuti gli uomini a rispondere alle provocazioni dei nemici, Cesare rifornì le sue legioni di grano fornitogli dagli Edui e venne a sapere dai ricognitori che gli avversari si erano fermati sotto un’altura a otto miglia dal suo accampamento. Decise di inviare Tito Labieno con al seguito due legioni sulla sommità dell’altura stessa e all’alba mosse verso i nemici con la cavalleria schierata davanti, mentre Labieno era posizionato con i suoi uomini sulla cima. Gli Elvezi tuttavia erano già partiti e l’inseguimento continuò anche per il resto del giorno successivo, fino a che Cesare decise di portare le truppe a Bibracte che distava poche miglia.

Gaius Iulius Caesar

Gli Elvezi, venuti a conoscenza del cambio di percorso e credendo che i romani avessero paura, presero a inseguirli a loro volta incalzando la retroguardia per provocare gli avversari al combattimento. Cesare ritrasse i suoi uomini su di un colle mandando la cavalleria a respingere l’assalto nemico, schierando nel mentre, a metà colle, tre legioni veterane e sulla sommità le due legioni da poco arruolate in Gallia Cisalpina insieme alle truppe ausiliarie. Gli Elvezi in formazione di falange respinsero la cavalleria e attacarono la prima linea. Cesare incitò i suoi alla battaglia. Il lancio dall’alto dei giavellotti spezzò facilmente la falange nemica consentendo cosi l’assalto con spada alla mano. Dopo breve gli Elvezi cominciarono a ritirarsi sulla montagna alle loro spalle e fu allora che quindicimila uomini, tra Boi e Tulingi, che chiudevano la colonna elvetica, assalirono su di un fianco l’esercito romano. Rendendosi conto di ciò gli Elvezi ripresero a premere riaccendendo la battaglia. Le truppe di Cesare si divisero in due per sorreggere lo scontro che si stava svolgendo su due fronti e che si protrasse fino a notte inoltrata. Dopo una lunga lotta l’accampamento elvetico e i loro bagagli caddero in mani romane, i superstiti erano circa centotrenta mila e fuggirono per tutta la notte.

Per tre giorni i romani non poterono inseguire i fuggiaschi, essendo impegnati con le sepolture e i feriti. Gli Elvezi al quarto giorno raggiunsero il territorio dei Lingoni, ma non ricevettero nessun aiuto poiché Cesare aveva mandato dei corrieri con un messaggio nel quale impediva ai Lingoni di portare aiuto ai superstiti, altrimenti sarebbero stati considerati a loro volta dei nemici, dopo di che si mise al loro inseguimento con tutte le sue forze.

Gli Elvezi, privi di tutto, gli mandarono una delegazione per trattare la pace. Cesare chiese loro di consegnare le armi, degli ostaggi e gli schiavi scappati presso di loro. Ordinò che facessero ritorno alle loro terre dopo aver ricostruito i villaggi e i castelli che avevano incendiato e impose agli Allobrogi di rifornirli di grano. Gli Elvezi furono solo il primo dei popoli sconfitti da Cesare durante tutta la sua permanenza in Gallia, le spedizioni effettuate oltre il Reno e in Gran Bretagna. Secondo quanto scritto da Plutarco nel “Vite Parallele, Vita di Cesare” il futuro dittatore in nove anni di guerre in Gallia prese d’assalto più di ottocento città, soggiogò trecento nazioni e scese in battaglia comandando, separatamente, tre milioni di uomini. Ne uccise in combattimento un milione e ne fece prigionieri altrettanti. Dal 52 a.C. la situazione a Roma si complicò a causa della morte di Crasso, dello scioglimento del triumvirato e soprattutto dell’uccisione del braccio destro di Cesare, Clodio.

Con l’appoggio del senato Pompeo venne nominato console unico per garantire l’ordine pubblico e il 7 gennaio del 49 a.C. il senato revocò il comando delle truppe a Cesare e il proconsolato delle Gallie. Appena tre giorni dopo Cesare, con le sue truppe, passò il Rubicone superando il limite del pomoerium. Era l’inizio della guerra civile. L’avanzata di Cesare in Italia fu rapida e priva di ostacoli grazie alla sua leggendaria rapidità nel muovere le truppe e alla sua clementia.

Colto totalmente alla sprovvista, il suo avversario Pompeo non poté far altro che ritirarsi prima a Capua e poi a Brindisi, dove si imbarcò per l’oriente. Il suo piano era quello di sbarcare nelle regioni meridionali e far convergere contemporaneamente le sue truppe veterane dalla Spagna, soltanto che ogni proposito venne sventato, ancora una volta, dalla abilità e dalla rapidità di manovra di Cesare, che raggiunta la Spagna sconfisse uno dopo l’altro tutti i luogo tenenti di Pompeo.

Nel 48 Cesare passo in Epiro, presto raggiunto dal fedele Marco Antonio. Lo scontro finale contro Pompeo iniziò con una sconfitta che costrinse Cesare a ripiegare inseguito dall’esercito nemico.

Idi di Marzo

Presso la rive destra dell’Enipeo si combatté la battaglia decisiva, che questa volta vide Cesare vittorioso. Pompeo fuggì e si rifugiò in Egitto, dove poco dopo trovò la morte per mano degli emissari del giovane principe egiziano Tolomeo XIII. Con la terza nomina a console nel 46 a.C. e la nomina a vita a dittatore con onore divini, diede il via a una serie di riforme. Per esempio formulò la riforma del calendario, che con minimi ritocchi apportati da Gregorio XIII nel 1582 resta tutt’ora in vigore. Pianificò un gran numero di interventi d’ingegneria e di urbanistica. In campo sociale si occupò innanzitutto del problema dei debiti, che in parte risolse alleviandone di molto l’entità. Si prese cura dei pubblici assistiti, che vennero ridotti a 150 mila da 320 mila che erano. Per fare ciò stabilì che nei pascoli i proprietari dovessero utilizzare almeno un terzo di uomini liberi, concepì poi una politica agraria dal respiro vastissimo. I lotti per le assegnazioni non furono reperiti solo il Italia, sistemò 80 mila capite censi e molti dei suoi stessi veterani oltremare. Fondò numerose colonie in Sicilia, in Sardegna, in Gallia Comata e Narbonensis, in Acaia e nel Ponto. Tutte misure destinate ad incrementare la romanizzazione. Introdusse sanzioni più dure per chi si macchiasse di malversazioni. Per reprimere le pericolose ambizioni dei governatori limitò la propretura ad un anno e il proconsolato a non più di due. Il dittatore venne ucciso in una congiura il 15 marzo del 44 a.C. lasciando il trono in eredità al suo pronipote Ottavio, futuro Augusto.

Lorenzo Motta

Bibliografia:
G. Brizzi, Roma. Potere e identità dalle origini alla nascita dell’impero cristiano, Patron Bologna, 2012 G. I. Cesare, La guerra civile – De Bello Civili, F. Solinas, Mondadori, 1991 G. I. Cesare, Le guerra in Gallia – De Bello Gallico, C. Carena, Mondadori, 1991
Plutarco, Vita di Cesare, Edizione Studio Testi, 1994

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