Arte

“Arturo Martini e un discepolo singolare”

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March 29, 2019

Mario Raimondi tra le carte di Antonio Pinghelli.

FIG 1 – “Arturo Martini tra i discepoli Mario Raimondi, a sinistra nella foto, e Antonio Pinghelli (ex capostazione e scultore, il primo; scrittore, poeta, giornalista, il secondo), ritratti a Savona il 3/11/1936 da Arnaldo Maggi, fotografo, amico e mecenate di Martini, a Vado Ligure, negli anni Venti e nella prima parte degli anni Trenta. A.P.” (Fondazione Mario Novaro, Genova).

Mario Raimondi è stato uno scultore attivo nella prima metà del ‘900. Poco conosciuto come artista, più noto in quanto allievo del grande scultore Arturo Martini. Il rapporto tra i due è già stato indagato in un articolo[1] precedente a questo.

Nelle righe che seguono intendo far luce non solo sulla vicenda artistica ma anche su quella biografica di Raimondi; con l’ausilio di aneddoti volti ad inquadrare meglio una personalità così poco nota.

Per ricostruirle mi sono affidata anche alle parole di Antonio Pinghelli, scrittore e giornalista, ma soprattutto amico di Martini e Raimondi. Fu proprio quest’ultimo a proporre la definizione di Raimondi come “discepolo singolare”[2] di Arturo Martini e leggendo ciò che raccontò riguardo la sua personalità si comprende il perché egli abbia usato questo aggettivo.

Raimondi nacque a Torresina, in Piemonte ed è stato uno dei “ragazzi del ’992*. Egli dopo aver preso parte al primo conflitto mondiale  si trasferì a Vado Ligure per seguire la famiglia.

FIG 2 – Mario Raimondi, Katusha, 1932, testa in terracotta, cm.28 x 15 x 18, proprietà privata.

In paese era conosciuto come “Raimondin” a causa della sua piccola taglia ma anche per indicare il suo carattere aperto e scherzoso.

Egli trascorse la prima parte della sua vita lontano dall’arte ricoprendo il ruolo di Capostazione nelle Ferrovie dello Stato, in particolare nella stazione di Vado.

Raimondin non aveva una personalità facilmente classificabile, anzi, era noto il suo temperamento vivace e la sua militanza antifascista.

Quando Arturo Martini, il maggior scultore italiano del ‘900, giunse a Vado Ligure, Raimondi contribuì alla creazione dei suoi capolavori con un aiuto unicamente di tipo pratico. Si occupava, infatti, del trasporto della creta che Martini avrebbe in seguito modellato. Entrando nell’orbita martiniana, si sviluppò in lui quello che, fino ad allora, era stato soltanto un germe latente.

Al 1931 risale la prima testa modellata da Raimondi: Katusha, definita dal suo maestro Martini un “miracolo”[3]. Successivamente inizierà il periodo definito dalla critica come il suo più florido.

Raimondi iniziò ad esporre le sue opere al Concorso del dopolavoro ferroviario genovese (1932), poi alle Sindacali di Torino e Genova (1933) fino ad arrivare alla prima personale, insieme al suo amico e pittore Raffaele Collina, tenutasi a Savona nel 1934.

Poco dopo riuscì a sfondare le barriere regionali e partecipò a due Quadriennali di Roma (1935 e 1943) e a due Biennali di Venezia (1936 e 1948). La sua fama si diffuse in tutta Italia tramite mostre regionali e interregionali e attraverso alcune esposizioni personali; tra queste, degne di nota, quella a Roma con il pittore Pietro Morando e quella a Milano alla Galleria del Milione.

Divenne, poi, ambasciatore della scultura italiana all’estero esportando le sue opere in Austria, Francia, Spagna, Germania e Ungheria.

In questo primo periodo i caratteri della sua arte seguono l’esempio del suo maestro Arturo Martini e possono essere classificate nel solco della tendenza di ritorno all’ordine promossa in Italia da gruppi come “Novecento”, di cui Martini stesso faceva parte. Raimondi, insomma, era ancora in cerca della propria autonomia artistica.

FIG 3 – Mario Raimondi nello studio presso la vecchia stazione di Vado Ligure in Piazza Corradini.

Nel 1942 iniziò, però, un periodo di forte crisi, dovuto anche, come egli stesso era solito raccontare, alla lettura di un testo del suo maestro Martini “La scultura lingua morta”[4]. Questo durerà fino al 1947 ed è Raimondi stesso a raccontare che “non toccai né creta né pennello”[5].

Le sue difficoltà erano dovute anche alla distruzione, durante la guerra, dello studio in cui lavorava in Piazza della Stazione a Vado Ligure. Avvenimento che causò la perdita di moltissime opere; alcune furono trafugate, altre invece risultano ancora oggi disperse e non si hanno notizie della loro sorte ma l’ipotesi più probabile è la loro fusione in seguito al sequestro militare dello studio.

Superata la crisi i caratteri delle sue opere mutarono radicalmente; al punto che il pubblico in alcune esposizioni non riconducesse la nuova produzione alla sua fattura.

Nel 1949 Raimondi presentò al pubblico le sue novità in una mostra a Milano, alla galleria Il Milione. L’artista mutò radicalmente il modo di concepire le sue opere ed inaugurò un nuovo tipo di scultura  conosciuta come scultura con la luce oppure scultura in negativo.

FIG 4 – Mario Raimondi, Ritratto di Dorian Gray, particolare, fine anni ’40-inizi ’50, pannello in gesso dipinto cm.65 x 65 x 4, proprietà privata.

Si tratta di una scultura eseguita in cavo su pannelli di gesso che muta la percezione del fruitore a seconda del modo di riflettersi della luce sulla superficie. Raimondi, a questo proposito, scrisse un’interessante introduzione alla sua mostra milanese del ’49 in cui raccontò in modo estremamente chiaro che cosa intendesse rappresentare e quali fossero le caratteristiche di questo suo nuovo modus operandi.

Si tratta di “Arte figurativa, diciamo, nata da un bisogno di evadere dalla “Statuaria” e dalla “Quadreria”, propria-mente dette”[6]. Poi, si soffermò a chiarire al visitatore della mostra come questa nuova arte fosse per lui contemporaneamente scultura e pittura:

“Questa “arte figurativa” è scultura, in quanto rappresenta la “formatura” di una scultura […] ed è pittura, poiché vi è il rispetto dei valori tonali. Del resto, che essa sia scultura o pittura poco m’importa, perché le arti non hanno già a senso restrittivo dei partiti politi e se lo avessero io mi riterrei anarchico, inteso nel senso di mite insofferenza”[7].

Nel 1951 diventò uno tra i promotori del “Premio Vado Ligure”, concorso di pittura e scultura a cui partecipò anche come espositore confrontandosi con altri artisti, vadesi e non, sul tema del lavoro. Proprio alla prima edizione del 1951 Raimondi trionfò nella sezione scultura con La moglie del pescatore.

FIG 5 – Mario Raimondi, Offerta, 1938 circa, altorilievo in gesso cm 202 x 122 x 37, Museo di Villa Groppallo – Vado Ligure.

Da qui alla sua morte passeranno pochissimi anni. Raimondi, infatti, morì per un infarto nel 1953.

Quest’ultimo è reputato il periodo meno significativo della sua carriera dal punto di vista artistico.

Per comprendere a pieno la figura dello scultore è importante la lettura e l’analisi di ciò che ricorda il nipote dell’artista: Sergio Bonapace. Egli, infatti, ha scritto alcune righe in occasione della mostra tenutasi nel Museo di Villa Groppallo a Vado Ligure nel 2003 in ricordo di Raimondi a cinquant’anni di distanza dalla morte. È interessante la sua analisi dell’opera raimondiana tramite la divisione di essa nei temi principali da lui trattati.

Nei primi anni di attività, coincidenti con il Fascismo al governo, le tematiche principali per Raimondi erano il mito e l’arte sacra. Risale proprio agli anni ’30 una frase dello scultore durante un’intervista che chiarisce il motivo, molto semplice, per il quale si dedicò a questa tipologia di soggetti: “Faccio le statue greche perché mi piace guardarmele quando le ho finite, e basta…”[8].

Risalgono a questi anni: Ritorno di Ulisse, Bellerofonte, Andromaca e Offerta – Frammento di Ara.

FIG 6 – Mario Raimondi, Offerta, particolare.

Quest’ultima fu esposta alla XXI Biennale di Venezia e attualmente si trova nel Museo di Villa Groppallo a Vado Ligure. Già ad un primo sguardo emerge prepotentemente il contrasto tra la rigidità delle vesti, simili a colonne, e la delicatezza dei volti.

In seguito Raimondi si aprì ad altre tematiche, prima tra tutte la maternità, una costante ricorrente per quasi tutta la durata della sua carriera. Esempio più alto a questo proposito è la già citata Annunciazione. Qui troviamo la Vergine irrigidita, bloccata dalla vista dell’Angelo. Questi, invece è in movimento e lo si nota dai capelli ancora smossi dal vento. Anche la Madonna del Parto celebra la maternità. Questa fu esposta nel 1935 a Vienna e l’anno successivo alla Biennale di Venezia. A Budapest Raimondi decise di portare la Madonna e bambino, in seguito in mostra anche a Napoli (1937).

Bonapace ricorda la figura dello zio come quella di un poeta. Raimondi dimostra questa sua vocazione letteraria in scultura traendo i suoi soggetti anche dal mondo fiabesco e fantastico. A questo proposito citiamo: Fata Turchina, Fiaba o Pinocchio e Lucignolo, Fuga in Egitto, che è metafora di un viaggio nel tempo mai cominciato e mai finito, Partita a scacchi e Cavalluccio marino.

FIG 7 – Mario Raimondi, Annunciazione, terracotta, altezza m. 1,25, opera esposta alla II Quadriennale, 1935.

Un altro tema, affrontato specialmente nella seconda parte della sua carriera, è quello della solitudine. Ricordiamo: Ritorno in collegio e la serie delle Attese in cui compaiono piccolissime figure umane isolate che si stagliano su un fondo composto da porticati o da abitazioni o angoli di strada. Queste sono metafore della solitudine non solo fisica, ma anche psicologica, dell’uomo.
Negli ultimi anni, periodo della scultura con la luce, è presente in ogni sua opera un sentimento negativo; è il nipote stesso a ricordare come gli “oggetti e le cose diventano quasi simboli di uno stato d’animo, e sembrano farsi carico di un oscuro “male di vivere”[9]. Esemplificativi di questo modo di sentire sono i numerosi manufatti in cui ritornano gli stessi soggetti che affollano la mente dello scultore. Si tratta di Dorian Gray, Nanà, ritratti di Dame allo specchio, ritratti di Hidalgo, oppure paesaggi, strade e luoghi deserti, quasi metafisici.

FIG 8 – Mario Raimondi, Attesa, bassorilievo in gesso cm.64 x 80 x 12, Museo di Villa Groppallo – Vado Ligure.

Come già specificato sopra, per comprendere a pieno la figura dello scultore ho deciso di prendere in esame anche aneddoti riguardanti la sua vita privata.

É lo scrittore vadese Antonio Pinghelli, amico e confidente di Martini ma anche di Raimondi, a raccontare sia in articoli pubblicati che in frammenti annotati su diari personali eventi estratti dalla vita dei due scultori.

Nel 1966 comparve per la prima volta in un articolo dello scrittore Raimondi citato come il “capostazione che buttò alle ortiche i suoi ‘quattro filetti’ per dedicarsi interamente alla scultura”[10]. In seguito Pinghelli divenne “amico, affiancatore, confidente”[11] dello scultore fino al 1953, anno della sua morte.

Frutto di questa lunga e profonda amicizia è una delle più belle, e veritiere, descrizioni del “personaggio che era già tale prima dell’incontro con Martini”[12]. Il 6 dicembre 1937 Pinghelli sul suo diario scrisse:

“Raimondi al primo incontro fa l’impressione di un farabolone: lo so con certezza da replicate esperienze. Poi, con la conoscenza maggiore del suo animo e della sua mente, si cambia, si rovescia l’opinione. Ebbene, io che da tanto tempo gli sono vicino, ho trovato di lui questa definizione, che egli stesso ha trovato giusta: ‘Raimondi è un artista che pensa ad alta voce”[13].

FIG 9 – Mario Raimondi, Attesa.

Ed era vero, lo scultore pensava forse troppo spesso ad alta voce; infatti, in paese, si credeva che fosse matto. Erano molti gli aneddoti che all’epoca circolavano sul suo conto. Pinghelli amava inserirli nei suoi articoli per delineare al meglio la personalità dell’amico. I racconti più interessanti provengono dal fronte politico. Raimondi, a tal proposito, proponeva per descrivere se stesso la definizione di “anarchico individualista”[14]. I suoi più cari amici erano noti sovversivi della zona che, anche quando erano braccati dagli squadristi, ricevevano la visita dello scultore che gli procurava cibo e viveri. Proprio a causa di questo suo comportamento poco tollerato da chi si trovava al potere all’epoca, Raimondi ricevette numerosi avvertimenti e “credo, qualche manganellata”[15]. Infatti prese la decisione di portare con sé un revolver. Si recò anche molte volte in Costa Azzurra per fare visita ai suoi amici espatriati. E si accompagnava ad Oxilia, colui che una notte aiutò Turati a fuggire da Capo Vado alla Corsica a bordo di un motoscafo. inoltre, era uno dei pochi dipendenti dello Stato a non essere tesserato del Partito Nazionale Fascista. E, a Vado, le autorità locali diffidarono i Giovani fascisti dal frequentarlo. Però questi, tra cui Pinghelli e Martini, non ubbidirono. Dopo la seconda guerra mondiale nel suo curriculum di antifascista convinto vi è un cambio improvviso di rotta. Raimondi, infatti, decise di seguire Mussolini nel periodo più difficile per il fascismo. Egli aderì alla Repubblica di Salò e per questo fu processato e finì in prigione. Quando i magistrati, a cui erano assai note le sue convinzioni politiche, gli chiesero la motivazione per la quale prese questa decisione, egli rispose: “Erano ormai così pochi, i fascisti, che sono andato con loro”[16].

Inoltre esistevano, a nome dello scultore, due dossier che racchiudevano ciò riportato nelle righe precedenti e molto altro. Il primo, presso la Questura di Savona, contenente una documentazione politica. Il secondo, presso il Compartimento Ferroviario di Genova, in cui erano conservati numerosi rapporti su incidenti, diatribe, discussioni e molto altro avvenute tra Raimondi e funzionari delle Ferrovie. Molto spesso questi ultimi erano superiori a lui nella scala gerarchica. Ma Raimondi non si preoccupò mai di questo. Anzi, non rinunciò mai al gusto della battuta. E “i ‘casi’ quasi sempre spassosi – correndo da una bocca all’altra lungo i binari delle Ferrovie, e dilagando al difuori di esse – finirono per comporre una copiosa aneddotica che valicò, e di molto, i confini regionali”[17].

Quelle riportate sopra sono soltanto alcune delle vicende riguardanti Mario Raimondi. Molte altre si possono trovare leggendo ciò che venne scritto da Antonio Pinghelli e che attualmente è conservato presso la Fondazione Mario Novaro di Genova.

Paola Gargiulo

 Note:

[1] https://ignotus.it/index.php/2019/02/15/arturo-martini-e-un-discepolo-singolare/

[2] Antonio Pinghelli, Arturo Martini e un discepolo singolare, in La stagione ligure di Arturo Martini, Sabatelli, Savona, 1977, p. 71.

[2*] Ragazzi del ’99 è un’espressione nata per indicare i coscritti negli elenchi di leva che nel 1917 avevano compiuto 18 anni e che, quindi, potevano partecipare alla Grande Guerra.

[3] Antonio Pinghelli, Arturo Martini e un discepolo singolare, in La stagione ligure di Arturo Martini, Savona, 1977, pp. 71-75.

[4] Arturo Martini, La scultura lingua morta. Prima raccolta di pensieri, Emiliana, Venezia, 1945.

[5] Giovanni Lunardon, La mostra antologica di Mario Raimondi in Mario Raimondi 2003, Sabatelli, Savona, 2003, p.23.

[6] Mario Raimondi, Parla Raimondi in Mario Raimondi, Sabatelli, Savona, 2003, p.84.

[7] Mario Raimondi, Parla Raimondi in Mario Raimondi, Sabatelli, Savona, 2003, p.84.

[8] Ibidem.

[9] Sergio Bonapace, La vicenda umana e artistica di Mario Raimondi in Mario Raimondi 2003, Sabatelli, Savona, 2003, p.19.

[10] Antonio Pinghelli, La “stagione alta” di Arturo Martini a Vado Ligure e un suo singolarissimo discepolo, in “Risorse”, anno III, n. 2-3, giugno/settembre 1989, pp.26-40.

[11] Ibidem.

[12] Antonio Pinghelli, La “stagione alta” di Arturo Martini a Vado Ligure e un suo singolarissimo
discepolo, in “Risorse”, anno III, n. 2-3, giugno/settembre 1989, p. 26.

[13] Si veda la sezione Diari del Fondo Antonio Pinghelli conservato presso la Fondazione Mario Novaro di Geova.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Antonio Pinghelli, La “stagione alta” di Arturo Martini a Vado Ligure e un suo singolarissimo discepolo, in “Risorse”, anno III, n. 2-3, giugno/settembre 1989, p.28.

[17] Antonio Pinghelli, La “stagione alta” di Arturo Martini a Vado Ligure e un suo singolarissimo discepolo, in “Risorse”, anno III, n. 2-3, giugno/settembre 1989, p. 30.

Bibliografia:

Carlo De Benedetti, La stagione ligure di Arturo Martini, Sabatelli, Savona, 1977.

Arturo Martini, La scultura lingua morta. Prima raccolta di pensieri, Emiliana, Venezia, 1945.

Mario Raimondi 2003, Sabatelli, Savona, 2003.

Antonio Pinghelli, La “stagione alta” di Arturo Martini a Vado Ligure e un suo singolarissimo discepolo, in “Risorse”, anno III, n. 2-3, giugno/settembre 1989

Fonti documentarie:

Si veda la sezione Diari del Fondo Antonio Pinghelli conservato presso la Fondazione Mario Novaro di Geova.

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