Filosofia

Viaggio nel mondo di Leopardi, dalla Ginestra al Vesuvio (Parte 3)

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April 8, 2019

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.” -L’Infinito. Recanati; 1819.

Il viandante sul mare di nebbia (1811) Caspar David Friedrich: immagine solitamente legata alla contemplazione dell’infinito.

La siepe della poesia è ciò che delimita il paesaggio, impedisce una conoscenza realistica, vieta una percezione che deprime de inmeschinisce le cose e fa esplodere l’immaginazione che accede all’immensità spaziale e, con lo stormire del vento fra le fronde, a un’immensità temporale.

Il fittizio possesso dell’infinto è il massimo che l’uomo possa avere o forse può ottenere qualcosa di simile solo naufragando.

È un punto a sfuggire sia a D’Avenia che a Leopardi: di chi è la colpa? Giacomo si porrà questa domanda per tutta la vita. D’Avenia invece se lo sarà chiesto due o tre volte.

La colpa, forse, è dei tempi che corrono. Leopardi si è confrontato con la letteratura antica, ha letto di un mondo in cui l’uomo viveva a contatto col mito. E il problema potrebbe essere questo: aver smarrito la dimensione delle leggende. Anche se, in realtà, i greci erano molto più illusi di noi.

Lo scontro, comunque, è sempre lo stesso: tra realtà e fantasia. Il fato, il destino, il mondo esterno. Ecco chi è il vero nemico, questa è la radice del male. Non è la Natura, lei non può essere colpevole perché è una madre amorevole, che ci ha dato una mente per sentirci infiniti. Il mondo è limitato, e ci ha fatto il grande regalo delle illusioni e degli inganni.

Ma torniamo al punto. Leopardi è il poeta del dolore o forse, la questione, è più sottile?

“Tentativo d’esaurimento delle ricette registrate dal conte Giacomo Leopardi sui suoi diari personali: fiori di zucca fritti, bignè di patate, polpettone, budini, frittelle di borragine, di pere, di mele, gnocchi di patate, polenta e semolino, tortellini di magro, maccheroni, tagliolini, cappellini al burro […]”.

Leopardi non canta davvero il dolore, canta l’amore insoddisfatto, il piacere inappagato dei sognatori, dei golosi. Giacomo non canta la tristezza, canta il desiderio, un sogno di chi ama troppo la vita e ne è affamato come pochi.

Ecco, adesso D’Avenia poteva parlare della fame d’infinito che scuote l’animo del poeta.

Se il giovane Giacomo non avesse conosciuto la felicità, non avrebbe potuto evocarla in modo così forte. In fondo, l’attività poetica di Leopardi, ha come scopo quello d’intensificare la nostra esistenza e sollecitare il nostro appetito per la vita. È la missione della grande letteratura.

Questa interpretazione del pensiero leopardiano è stata propria del professore Walter Billi, uno dei più grandi studiosi della letteratura leopardiana del secolo scorso, il quale sosteneva l’importanza del dover concretizzare le “idee vive di un’intellettuale dalla mente vivacissima”.

La possibilità del poter rimediare alle incertezze ed all’infelicità dell’uomo è un concetto importantissimo nel pensiero del poeta, ma non si tratta di una costante.

Leopardi ha ventiquattro anni quando smette, quasi definitivamente, di sognare il mondo.

Giacomo è un prigioniero che desidera la fuga, ma il suo animo poetico necessita del tormentato stato di reclusione che lo porta alla sofferenza morale. Leopardi comincia a viaggiare e frequenta i dotti ambienti bolognesi, i circoli letterari di Firenze e i Simposi poetici di Milano e di Roma. Ma non rimane particolarmente soddisfatto da queste sue esperienze, in particolar modo è deluso dal soggiorno romano. Quest’ultimo è, agli occhi di Giacomo, allo stesso tempo meraviglioso ed arido, dedito unicamente all’archeologia, misero e superficiale.

“Orrori; e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigne sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati. Letterature e antiquario, in Roma, è perfettamente tutt’uno: s’io non sono antiquario, s’intende che non sono letterato e che non so nulla”. (Lettera a Carlo Leopardi, Roma, 16 Dicembre 1822).

Il dubbio del lettore medio di Leopardi entra in scena in questo momento. Forse non è Recanati l’inferno, forse non è la sua vita il problema: ovunque vada, Leopardi è infelice. Ovunque vada, gli uomini, gli sembrano preda delle stesse illusioni.

“Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro buono che quel che non è; le cose che non son cose; tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi non esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone dell’infinità vera, per così dire, del non esistente, del nulla. Questo sistema, benché urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibniz, del Pope ecc. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità? [Zibaldone, 4174, Bologna, 22 Aprile 1826]”.

Il viaggio che rappresenta l’esperienza più significativa è la permanenza a Pisa, dove Leopardi riuscirà finalmente a “risorgere”, a ritornare alla vita e alla poesia.

Giacomo abbandona provvisoriamente la lirica ed inizia a scrivere le “Prose dell’Acerbo Vero”, dedicandosi alle Operette Morali. Si tratta del famoso passaggio da “pessimismo storico” (ovvero dall’opposizione del poeta fanciullo alla meschina realtà moderna con gli ideali passionali dell’antichità) al “pessimismo cosmico”. È l’apoteosi del negativismo totale, la completa assenza della speranza, la dissipamento completo delle epoche d’oro e la concezione dell’umanità come un condensato di sventure e di male irredimibile.

Romanticismo, classicismo, liberalismo, politica […], l’intellettuale di due secoli fa era prepotentemente chiamato ad esprimersi. La modernità era in cammino, tutto era progresso.

Ma Giacomo, in tutto questo, è solo. Non può seguire le mode, non può votarsi ad un’ideale: la vita dell’uomo, lo ha capito, non cambia.

L’umanità è imprigionata in una condizione esistenziale stagnante. Con questa osservazione, Leopardi ha smentito tutta la tradizione filosofica del mondo classico: ha individuato l’insospettabile identità dell’essere diveniente come entità fermamente definibile del divenire.

Dunque, il diveniente mutamento umano, è una concezione spaziale stabile, e l’essere costante è l’archè nel divenire temporale.

Lo svantaggioso vantaggio del poeta è quello di essersi formato in una realtà a “misura medievale” (un piccolo borghetto paesano), dove si forma attingendo ad una cultura arcadica e dal pensiero arretrato. Eppure, senza quella preparazione, non avrebbe forse compiuto quell’immenso salto di qualità che lo portò verso l’orizzonte dell’infinito.

Quando Leopardi, per la sua statura intellettuale, supera le angusite della cultura in cui si è formato, percepisce il retroterra come strumento per vedere le velleità della cultura nascente.

In questo modo, il poeta, sviluppa una concezione unica del mondo borghese moderno e scorge (meglio di chiunque) l’immensa sviolinata ideologica per il culto del progresso.

Il giovane favoloso s’immedesima in Tristano, e finge di ritrattare il pessimismo delle Operette Morali. Ma, in realtà, polemizza ed ironizza col proprio tempo perché è un’epoca che crede che la storia debba andare sempre meglio, che l’umanità sia sempre in evoluzione e che occorre investire nel secolo futuro perché eclissi quelli precedenti.

Il secolo attuale, dice Tristano, è un secolo arido, che manca di poesia e che vorrebbe trovare l’utile nella poesia.

Leopardi, interrogandosi su come migliorare la condizione dell’uomo, è un disilluso. Non è la sua epoca ad essere triste, è l’universo, è la stessa esistenza. Perché l’uomo è illuso e tradito dal vero.

“Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
[…]O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi […]”. A Silvia (19-20 Aprile 1828)

Ecco come D’Avenia doveva dividere la poesia, ovvero esaltando solo i versi che la classificano come un componimento di ricordo, una poesia di nostalgica rimembranza della “Beatrice” di Leopardi: Teresa Fattorini. Silvia è forse la causa della mancata giovinezza di Giacomo perché è morta senza conoscere l’amore e il poeta non ha vissuto la fanciullezza. Ma di chi è la colpa?

La colpa è tutta della Natura, la “Natura matrigna”, impassibile, fredda traditrice che illude gli uomini e delude senza dare risposta.

Leopardi avrà ipotizzato che, la Natura, ci ha regalato le illusioni per rimediare all’insoddisfazione. Ma chi ci ha fatto insoddisfatti? Chi ci ha sadicamente reso limitati, condannati e infelici? E quelle stesse fantasie, quelle illusioni, sono davvero un bel regalo? O non sono, forse, un immenso imbroglio?

La risposta che Giacomo trova è semplice: Madre natura è indifferente. Anzi, probabilmente è nemica dell’uomo.

“Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano”. A Silvia (20 Aprile 1828)

Ma Leopardi è anche il poeta dell’adolescenza. In questo senso, D’Avenia, ha colpito il bersaglio. Tutti gli insegnanti d’Italia cercano di attualizzare il pensiero del giovane Giacomo per portarlo nella vita dei giovani di oggi. Suppongo però che Leopardi non sia né come lo vogliono gli stereotipi del suo secolo, né il poeta dell’adolescenza ritrovata e perduta come lo vorrebbe D’Avenia. Leopardi non è neanche “l’eroe giovanissimo, bellissimo, aitante nella persona, con quell’ardor giovanile dell’animo che tanto piace al bel sesso” descritto da Ranieri, e non è neppure “gobbo davanti e di dietro, esile e pallido, occhio celeste, delicato, capelli finissimi, deforme, gentile” come lo presenta Giacomo Cioli.

Sì, Giacomo ha un pensiero anche tormentato e contraddittorio. Ecco il vero Leopardi: un eroe solo in un secolo illuso.

D’Avenia non spiega come la “filosofia disperante”, ovvero quella filosofia che ha abdicato alla “speme” di Giacomo e Silvia, non comporta vittimismo rassegnazione, ma ne scaturisce una reazione inaspettata. Giacomo sfida la filosofia ottimistica e progressista degli amici toscani propugnando il proprio atteggiamento eroico di una personalità intellettuale titanica e consapevole (contrariamente agli altri uomini che, per viltà, hanno bisogno di una fede o di un’ideale per sopravvivere) di come è infinitamente poetico affrontare la vita (e anche la morte) senza veli, senza illusioni, senza speranze.

Leopardi ha ora acquistato una lucidità nuova, non è più tormentato dai dubbi che infervorano l’adolescenza. Il poeta partecipa al grande dibattito culturale della sua epoca con piena coscienza del proprio valore e del proprio destino: attacca gli intellettuali e le loro idee di progresso.

Osserva dall’alto, compatisce e deride l’inutilità della vita che conducono i suoi contemporanei.

Leopardi è un gigante che urla il suo nome.

“Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto”. A Se Stesso (Firenze; Settembre 1833)

Questi versi sono ispirati alla seconda grande delusione d’amore del giovane poeta. Sono versi aspri, ma di grandissima energia spirituale e, all’interno della lirica leopardiana, rappresentano una vera rivoluzione formale perché viene usato un linguaggio dai nudi periodi brevi, paratattici e con frasi lapidarie, con degli assiomi e delle verità apodittiche. È l’opposto del linguaggio idillico.

Nei canti degli ultimi anni di vita, si ha l’impressione che, la musica della poesia, sia un vero sospeso sopra uno spoglio scheletro di pensiero. Ciò che il poeta combatte non è tanto la rassegnazione quanto il tentativo di ricostruirsi dei “risarcimenti ideologici” al male della vita (l’antica viltà dice di giustificare le sventure con il ritrovamento di una provvidenza che, se non è ideologica, è modernamente storica). Il suo eroismo letterario è cambiato, non è più l’impresa titanica degli anni giovanili, ma si è trasformato in un eroismo difficile (di chi vuole guardare in faccia lo squallore della vita senza far tornare i conti che non tornano).

“Leopardi cantava, desiderava la morte nelle sue altissime poesie. Ma non di meno, nella pratica del vivere, era il più apprensivo, il più eccessivo degli uomini. Aveva l’inesplicabile desiderio di andar fuori da solo e non voleva mai allontanarsi da Napoli” (Le memorie di Antonio Ranieri).

È a questo punto possibile, passando in rivista le opere leopardiana, guardare i suoi testi da un’altra prospettiva e sarebbe forse più efficace partendo dalle ultime quattro righe dello Zibaldone, nell’ultima delle sue quattromila e cinquecento pagine:

“Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”.

Può darsi che Leopardi sia stato un ragazzo triste, quello di cui siamo sicuri è che era effettivamente molto solo, diverso perché possedeva l’esatta percezione di essere molto avanti rispetto ai suoi contemporanei. Si tratta di una visione particolare della realtà, una concezione del mondo che ha maturato dentro di sé negli anni giovanili e che lo ha portato a coltivare un’idea del proprio tempo, della cultura e di una personalissima filosofia estremamente lungimirante rispetto alle idee liberali dei suoi contemporanei.

Egli aveva una fondamentale serenità, dolcezza e gentilezza d’animo verso il prossimo che non passava inosservata; lo stesso De Santis ne rimase colpito quando ebbe l’occasione di conoscerlo durante la sua infanzia.

Il regalo più grande che potremmo fare a Giacomo, oggi, è proprio questo: considerarlo, oltre che poeta, un filosofo. Il più grande del suo secolo e il precursore del successivo.

Basti pensare che, tutt’ora, non è possibile conoscere in profondità il pensiero leopardiano (che è molto ben delineato già nello Zibaldone). Il poeta filosofo distilla l’idea che, la conoscenza e il pensiero, siano alla base della vita degli uomini. Tutto ciò è espresso tramite uno straordinario ed elegante stile descrittivo: l’eccezionale prosa leopardiana, invidiata dallo stesso Nitzische (che lo considerò come il “prosatore più moderno di tutto l’ottocento”) e che propone un’“analisi dello scheletro delle cose”. Tutto ciò comportava una visione lucida, talvolta dolorosa ed ironica. Si tratta di una fine ironia intellettuale che lo identifica come un uomo dal pensiero straordinariamente attuale (basti pensare al famoso dialogo tra il passante ed il venditore di almanacchi delle Operette Morali. Dove vengono trattate le tematiche del futuro, del destino, della felicità e del caso e fa capire come Leopardi puntasse verso l’abolizione di ogni astrazione metafisica della filosofia). Egli sviluppò una visione del mondo che non era pessimistica, ma realistica, e che portava alla consapevolezza dell’essenza vera dell’esistenza, anche nei suoi aspetti drammatici, negativi e tragici, ma non banalmente pessimistici. Non è il pensiero di un nichilista, ma di un uomo che ha compiuto l’intero cammino per la ricerca della verità. E, probabilmente, trovandola mentre vedeva fiorire la Ginestra tra la lava del Vesuvio.

Carlo Alberto GhigliottoCarlo Amberto.jpeg

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia. Ha scritto brevi romanzi incentrati sull’arma letteraria dell’umorismo e giocando con la questione del riso, talora declinata in chiave post-moderna.

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