Storia

La partecipazione al lavoro delle donne nell’Italia bassomedievale

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April 18, 2019

Attraverso quest’analisi sul lavoro femminile nella penisola italiana nei secoli basso medievali, si può affermare che la visione della donna come lavoratrice all’interno del solo ambito familiare, in cui ella aveva il ruolo di accudire la casa e i figli, sia un preconcetto della storiografia medievistica fino agli anni 90 del XX secolo. Infatti questa ricerca si è resa possibile grazie agli studi condotti nella seconda metà degli anni ‘90 e nei primi 2000, la cui consistenza è stata tale da permettermi una ricostruzione della storia del lavoro in maniera dettagliata.

Lavoro tessile: all’interno della filatura serica e dell’oro

Esistevano ambiti lavorativi che erano quasi esclusivamente femminili, soprattutto all’interno del comparto tessile: filatura (lana, seta o cotone) e tessitura.

I settori in cui vi lavoravano soltanto donne erano per certo tre, dove esercitavano autonome capacità organizzative. Questi ambiti erano:

· le fasi preliminari alla filatura serica, che comprendevano trattura, binatura e incannatura;

· la filatura dell’oro;

· la confezione di veli e cuffie/acconciature di seta e di cotone, ovvero articoli destinati alle donne e che richiedevano un gusto femminile nell’ideazione, per cui veniva lasciata a loro l’intera organizzazione del ciclo produttivo, compreso il capitale necessario ad avviare l’attività.

I primi due ambiti vedevano le donne come segmento produttivo, anche se spesso autonomamente organizzato in laboratori artigianali, del processo di lavorazione facente capo all’imprenditore.

In alcune città l’organizzazione femminile delle fasi preliminari alla filatura serica si concretizzava già nella fase dell’insegnamento. Per esempio, a Firenze, l’Ospedale degli Innocenti, struttura creata dalla corporazione serica per accogliere i bambini abbandonati, istituì una scuola femminile dove le bambine avrebbero imparato l’incannatura1.

Collegata al comparto serico, la filatura dell’oro consisteva nell’avvolgere su seta foglie sottilissime di metallo prezioso, per ottenere fili con cui tessere i drappi auroserici. Rappresentava un altro settore d’impiego della manodopera femminile di grande importanza, documentata specialmente a Milano, Genova, Firenze e Venezia. Nella creazione di tessuti preziosi era necessario il ruolo dei “battiloro” cioè di artigiani specializzati che realizzavano lamine di metallo sottilissime per poter essere avvolte su fili di lino o seta. A Genova, dai contratti di apprendistato che documentano questa attività sappiamo che le maestre appartenevano ai più disparati ceti sociali, e che lavoravano sia in società fra loro, facendosi finanziare da un mercante, col quale dividevano a metà i guadagni, sia a cottimo2. Per Milano abbiamo un elenco di 198 filatrici d’oro che lavoravano per una bottega nella seconda metà del XV secolo. Erano maestre autonome che gestivano laboratori e assumevano apprendiste con contratti uguali a quelli maschili, buona parte dei documenti ritrovati riguardano la formazione di maestre. Bisogna specificare che era l’unico ambito per il quale esistesse un apprendistato quasi ufficiale e simile a quello maschile. Dalla seconda metà del XIV secolo e di più in quello successivo a Venezia in questo settore le donne si organizzarono come “mercantesse pubbliche” riconosciute dal governo veneziano, dotate di propri capitali e organizzavano tutto il ciclo di lavorazione dell’oro filato: dall’acquisto della foglia alla vendita3. Si può affermare, quindi che il lavoro femminile in questo settore era fondamentale e portò l’attività lavorativa della filatura serica e dell’oro a raggiungere proporzioni enormi.

Il settore dell’edilizia

In questo settore, per l’Italia, le notizie sono assai scarse, ma il lavoro femminile in questo campo era molto più diffuso di quanto si possa pensare, da come si intuisce dalle poche fonti scritte ed iconografiche.

Abbiamo alcuni esempi da alcune località nella zona di Pavia, dove da un elenco del personale impiegato per lo scavo di una roggia, intorno al 1474-1475, emerge che su 640 lavoratori, 284 erano donne: venivano costituite vere e proprie squadre femminili coordinate da una “capitanea”. Tutte percepivano la stessa retribuzione, che era corrispondente ai due terzi del guadagno degli uomini. Era sempre superiore, in comparazione a quella delle donne nei cantieri toscani del XIV secolo4.

Fino al XIII secolo abbiamo documentato il lavoro femminile per la città di Messina. Nel 1282 secondo la cronaca di Carlo Villani, durante l’assedio di Carlo d’Angiò donne e bambini lavorarono per la costruzione delle mura cittadine. A Siena, secondo la testimonianza di Ambrogio Lorenzetti nel “Buon Governo” (1338-1339) nello scavo dell’acquedotto e del Duomo, furono presenti le “chalcinaiuole”, ovvero donne manovali o portatrici di calcina.

Sempre in area senese, tra il 1354-1355 le donne parteciparono alla costruzione del cassero di Montepulciano. La retribuzione femminile, in questo caso, equivaleva quasi sempre alla metà esatta rispetto alla paga degli uomini che avevano l’incarico di manovali a basso livello5.

Lavori pesanti

Come per il settore dell’edilizia, è possibile trovare donne impiegate in settori in cui il lavoro era considerato fisicamente pesante o nocivo.

A Milano, alla fine del XV secolo vi furono delle donne che gestivano le botteghe per la tintura del cuoio o esercitavano in prima persona questo lavoro, ritenuto estremamente nocivo e inquinante. Alcune, dirigevano le rivendite di vino.

A Verona, Vicenza o Brescia e in altre città della Terraferma del Veneto, troviamo donne impiegate nella lavorazione del vetro, nella tintura o nella realizzazione di boccali e supellettili in terracotta, alcune volte producevano salnitro6.

Alle volte la manodopera femminile veniva usata quando erano richieste operazioni di estrema destrezza ed abilità, come, per fare un esempio, nelle cartiere per la scelta degli stracci e per la lisciatura dei fogli. In alcuni di questi impianti le donne potevano coprire anche ruoli manageriali: a Milano nel 1352 una donna stipulò una società per la gestione della cartiera di un monastero7.

Verona

Imprenditoria femminile

Erano presenti aziende a conduzione femminile in tutti gli ambiti lavorativi. Nel settore tessile, la produzione di veli di seta, cotone o lino destinati alla realizzazione di copricapi e acconciature femminili, era ovunque, dal XIV al XVI secolo inoltrato, un settore completamente in mano alle donne, sia per l’apporto di capitale, per l’ideazione, per la realizzazione dei capi e la loro vendita. Le donne imprenditrici proprietarie di capitali commissionavano ad altre donne che lavoravano a domicilio, spesso con delle allieve, la tessitura e l’increspatura dei manufatti.

A Venezia tra i secoli XV e XVI la produzione di zendadi e veli era completamente in mano alle tessitrici, in alcuni casi erano dipendenti di un setolaio per il quale lavoravano a cottimo come unità produttive esterne, in altri casi lavorano autonomamente ed erano proprietarie della seta, con cui realizzavano veli o altri tessuti leggeri che poi vendevano nei mercati locali. Vi erano anche vere e proprie piccole imprenditrici che avevano modesti capitali e commissionavano stoffe a parecchie altre donne, spesso affittando loro anche il telaio. Alcune di loro erano talmente apprezzate nel contesto veneziano che era permesso loro di applicare il proprio marchio di bottega sui tessuti. Le tessitrice erano dotate di conoscenze tecniche tali da riuscire, anche, ad effettuare in proprio la tintura e sperimentare nuovi filati8.

A Vicenza, da un processo per furto del 1527 vengono fornite molte notizie su un’imprenditrice attiva nella produzione e nel commercio di veli in seta lino o cotone, e fazzoletti in seta. Nel processo tutti i presenti dichiararono che la sua attività le consentiva di guadagnare molto9. Tutte le donne lavoratrici, all’interno di queste attività, svolgevano il lavoro nelle proprie case o nelle botteghe dei mariti, spesso con l’aiuto di figlie o apprendiste assunte con accordi orali tramite una rete di conoscenze.

Anche nell’attività edilizia non mancano iniziative imprenditoriali femminili. Alcuni atti notarili milanesi dei primissimi anni del Cinquecento tracciano la vicenda di quattro sorelle che ereditarono dal padre un’impresa per la produzione e il commercio di laterizi. Stipularono una società tra di loro, affidandone la gestione e la rappresentanza a uno dei mariti. Il gestore doveva rendere noto il buon andamento dell’impresa tenendo i libri mastri. L’accordo societario funzionò per oltre un decennio.

A Roma l’interesse delle donne era rivolto verso l’ospitalità dei pellegrini, per cui esistevano molte imprenditrici che gestivano uno o più alberghi10. La gestione degli alberghi romani era molto redditizia, specialmente negli anni santi, da attirare anche investitrici forestieri, come Beatrice da Marsiglia che nel 1472 prese in affitto un locale da adibire a struttura ricettiva.

Nel settore imprenditoriale femminile vi erano attive anche le nobildnonne. Per esempio, Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, nei primi decenni del Cinqucento impiegò le proprie finanze per alcune attività imprenditoriali: vendette una catena d’oro per finanziare la ricostruzione degli argini di un fiume e impiegò una perla e un rubino per avviare un allevamento di bufale11. Finanziò anche una grossa opera di bonifica nei territori estensi.

A Venezia, troviamo patrizie di inizio XIV secolo che introdussero progetti imprenditoriali nell’attività di ricamo dei merletti, attività riconosciuta principalmente come un passatempo12.

Altro settore in cui erano attive le nobildonne veneziane era quello della produzione dell’arte della stampa. Molte donne avevano ereditato quest’attività dal marito, abbiamo la testimonianza di due donne che giunsero a firmare le pubblicazioni come editrici: Anna Notaras, nobildonna greca emigrata da Costantinopoli, e la vedova di un editore milanese13.

Venezia nel Medioevo

Professione medica delle donne

A Salerno, dal XII secolo la presenza di donne in questa professione è molto rilevante. Alcune di loro vengono citate come autrici di terapie per altre donne. Uno dei nomi più noti è quello di Trotula, figura leggendaria del XII secolo che sarebbe stata medico e moglie di un archiatra della città. Studi recenti hanno chiarito che sulla reale identità di Trotula non si sa nulla. Attualmente, questo appellativo viene usato per indicare una serie di scritti medici, raggruppati sotto tre tipologie:

· per la sintomatologia delle malattie femminili il “Liber de sinthomatibus mulierum”;

· per la loro cura “De curis mulierum”;

· per la cosmetica “De ornatu mulierum”.

Di questi scritti solo il secondo potrebbe essere attribuito a una donna medico di nome Trotula, vissuta a Salerno a fine XII secolo, che però fu una delle tante “Trotule” e una delle tante donne medico a Salerno14.

Una donna medico non era per forza un’ostetrica e non si dedicava solo a problemi femminili, curava anche gli uomini. Ritroviamo dottoresse attive in molte specialità come quella del fisico, barbiere, chirurgo o oculista15. Tra il XIII e XV secolo era concesso loro l’accesso ufficiale alla professione, ma erano rare coloro che ricevevano il riconoscimento ufficiale o che facevano parte della corporazione. Una recente raccolta di studi sulle attività mediche femminili in Europa tra il 1400 e il 1700, a cura di Sharon Stroccia, contrappone alle tesi tradizionali che relegavano il ruolo della donna in quest’ambito come marginale, collocandolo invece a una posizione di primo piano16. Nel Regno di Napoli, tra il 1273 e il 1410 sono testimoniate ventiquattro donne chirurgo. A Venezia nel XIV secolo vi furono tre donne a cui venne riconosciuta la dignità professionale, un caso davvero raro perché la dignità veniva concessa solo eccezionalmente. Queste donne esercitavano la loro professione di medico grazie al rilascio di una licenza ufficiale dalla magistratura preposta alla sanità. Una di queste donne era specializzata nella cura della podagra e delle malattie degli occhi17.

La donna a Genova

L’apporto lavorativo della donna a Genova viene trattato solo marginalmente nella storiografia genovese18. Esso era essenziale, e secondo una ristretta documentazione, era legato al lavoro del marito. Anche se i riferimenti espliciti sul lavoro femminile non consentono un’analisi quantitativa, permettono, però, di formulare alcune riflessioni. Nella maggior parte dei casi, le donne non entrano nel mondo del lavoro dopo un periodo di apprendistato, tra i contratti di apprendistato raccolti solo il 9% sono femminili. La procedura normale sembra essere stata quella di collocare le femmine presso una magistra. Ovviamente abbiamo dei casi che rappresentano delle eccezioni, come quello di Sibilla figlia di Guglielmo di Alessio da Montoggio che nel 1226 venne collocata come apprendista per sette anni presso Giovanni di Crosa, tessitore19. O ancora nel 1258 Benfatta figlia del fu Tedisio di Mezzanego fu al servizio per sei anni da Giacomo porporaio di San Donato.20 Allo stesso modo è possibile trovare presso una magistra un apprendista maschio. Gli ambiti lavorativi verso cui erano orientate erano quello della tessitura o di filatura dell’oro.

Genova

Il settore della filatura d’oro era in prevaleza dominato dalle donne. Abbiamo solamente quattro casi in cui vi sono riferimenti al lavoro di donne in settori prettamente maschili: abbiamo due situazioni di compravendita di merci datate 1248 e 1253, in cui le protagoniste sono Maria spateria21 (speziale) e Adalasia Nigra tabernaria22 (taberniere). Il terzo caso è quello di Giovanna di San Giorgio che porta la specificazione di capsiaria (fabbricante di casse) e che nel 1266 impiega un lavoratore affinché curi la sua terra in cambio dell’hospicium23. In un atto notarile incompleto del 1267 è attestata la presenza di Simona speciaria (commerciante) che dichiara essere “uxor quondam Lanfranci speciarii de Bonifacio et filia quondam Petri de Cogno”24. Possiamo giungere alla conclusione che l’apprendistato femminile fosse un fenomeno ristretto, ma presente.

di Camilla Bigatti

Laureata triennale in Storia (Classe L-42) presso l’Università degli Studi di Genova, con una Tesi dal titolo “Pellegrini e itinerari medievali negli Annales Stadendes”. Attualmente iscritta al corso di Laurea Magistrale in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Padova.

 

 

 

 

 

 

[1]      L. Sandri, Fanciulli e fanciulle “posti con altri” all’Ospedale degli Innocenti di Firenze: note per una storia del lavoro minorile nella seconda metà del Quattrocento, in Senza famiglia. Modelli demografici e sociali dell’infanzia abbandonata e dell’assistenza in Italia (sec. XV-XX), a cura di G. Da Molin, Atti del Convegno, Bari, 22-23 ottobre1996, Cacucchi Editore, Bari, 1997, pp. 221-252.

[2]      Brenni, L’arte del battiloro, pp. 35-42 e pp. 39-41.

[3]      Clarke, Le “mercantesse” di Venezia, pp. 105-106.

[4]      D. Balestracci, “Li lavoranti non cognosciuti”. Il salario in una città medievale (Siena 1340-1344), «Bulletino Senese di Storia Patria», LXXII-LXXXIII, 1975-1976, pp. 116-120; G. Pinto, L’organizzazione del lavoro nei cantieri edili (Italia centro-settentrionale), in Artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nell’Italia dei secoli XII-XV, Atti del X Convegno Internazinale di Studio, Pistoia 9-13 ottobre 1981, Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte, Pistoia, pp. 69-101.

[5]      Pinto, L’organizzazione del lavoro nei cantieri edili, pp. 69-101.

[6]      E. Demo, Donne imprenditrici nella Terraferma Veneta, in «Archivio Veneto», 2012 p. 87-90.

[7]      L. Chiappa Mauri, Carta e cartai a Milano nel XV secolo, «Nuova Rivista Storica», LXXI, 1987, pp. 1-26.

[8]      L. Mola, Le donne nell’industria serica veneziana, Marsilio Editori, Venezia, 2000, pp. 436-439.

[9]      E. Demo, Donne imprenditrici nella Terraferma Veneta, cit., pp. 85-95.

[10]      I. Ait – D. Strangio, “Turisti per … ventura”. L’attività alberghiera a Roma nel Rinascimento, in Storia del Turismo. Le imprese, Annale 8, F. Angeli, Milano, 2010, pp. 13-44.

[11]      D. Ghirardo, Le bufale estensi e l’imprenditoria femminile ducale nella Ferrara del Rinascimento, in «Ferrariae Decus», Studi in onore di Luciano Chiappin, 22, 2004, pp. 68-85; EAD., Le duchesse, le bufale e l’imprenditoria femminile nella Ferrara rinascimentale, Di Scaranari Editore, Ferrara, 2009.

[12]      T. Plebani, Ricami di ago e d’inchiostro: una ricchezza per la città (XVI secolo), in Donne, lavoro, economia a Venezia, «Archivio Veneto», CXLIII (2012), fasc. III, pp. 97-115, pp. 111-113.

[13]      C. Kikuchi, Les femmes dans le milieu du livre vénitien, fin du Xve-début XVIe siècle, intervention proposée dans le cadre de la journée d’études du 22 mars 2014 organisée par Elisabeth Crouzet Pavan: Acteurs sociaux en situations (Europe. Fin du Moyen Âge), in www.academia.edu, p. 2; EAD., The Development of Venetian Printing: a Crossroad for Distant Actors (1469-1530), in www.academia.edu, p. 5.

[14]      M.H. Green, Reconstructing the oeuvre of Trota of Salerno, in La Scuola Medica Salernitana. Gli autori e I testi, Convegno Internazionale, Università degli Studi di Salerno, 3-5 novembre 2004, a cura di D. Jacquart, A. Paravicini Bagliani, SISMEL, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2007, pp. 183 ss.; EAD., Who/what is Trotula?, 2015, in www.academia.edu.

[15]      M. Green, Womens’s Medical Practice and Health Care in Medieval Europe, «Signs: Journal Of Women in Colure and Society», 14, 1989, pp. 434-473.

[16]      Women and Healthcare in Early Modern Europe, a cura di S. Strocchia, numero speciale di «Renaissanse Studies», vol. 28 n. 4, sept. 2014.

[17]      R. Ciasca, L’arte dei medici e speziali, cit., pp. 287-288.

[18]      Alcune riflessione nella monografia di Diane Hughes, Ideali domestici e comportamento sociale, p. 74; Petti Balbi, Apprendisti e artigiani, p. 147.

[19]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, Firenze, Reti Medievali – Firenze University Press, 2015, pp. 67-70.

[20]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, cit.

[21]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, cit.

[22]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, cit.

[23]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, cit.

[24]      D. Bezzina,  Artigiani a Genova nei secoli XII-XIII, cit.

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