Storia

Propaganda di guerra, oltre la guerra (parte 3)

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May 14, 2019

 

Per approfondimenti potete leggere:

Parte 1: Paperino e Topolino contro Hitler: guerra di comunicazione

Parte 2: I figli dell’immaginario: Frank Capra e Steve Rogers

Parte 3

Il nostro viaggio finisce dove in realtà ne comincia un altro. Abbiamo capito che la seconda guerra mondiale si presta a molte vie di studio che sfociano in diverse soluzioni, quella che abbiamo scelto noi è complessa ma entusiasmante. Studiare e dimostrare che una guerra si può vincere anche con la fantasia e con la propaganda era l’obiettivo che ci eravamo prefissati all’ inizio. Se il Fuhrer butta nella mischia la sua “Gioventù Hitleriana” il signor Disney risponde con Donald Duck, e lo fa toccando le corde giuste all’interno dell’immaginario americano; impossibile lavorare in una fabbrica tutto il giorno, impossibile vivere in una società pienamente dedita alla guerra, l’americano medio ha paura dell’incubo di Donald Duck, lo terrorizza, lo respinge e alla fine lo vince.

Ma non basta, come si possono sconfiggere uomini che sognano sin da bambini la guerra? Come si possono sconfiggere paesi che hanno come unico obiettivo la conquista totale del mondo? Tutti insieme! Lo grida Capra, ricordando agli americani che il sogno statunitense è nato dall’ unione di tante nazionalità che chiedevano un paese libero e giusto, lo ricorda Walt Disney sottolineando che le guerre non si vincono solo con la

Frank Capra

“Wehrmacht” o con la “Dai-Nippon Teikoku” ma anche con uomini che, non potendo andare al fronte, pagano le tasse per sostenere uno sforzo bellico senza precedenti. E’ qui che nasce una crepa fra la propaganda tradizionale e quella americana della seconda guerra mondiale; quest’ ultima è finalizzata non solo ad aprire gli occhi sulla soluzione ma anche sul perché. Frank Capra dedica i tre anni di guerra americani a far capire appunto il perché si debba combattere, il suo è un compito arduo perché deve parlare a soldati che con molta probabilità non rivedranno mai più l’America, eppure ci riesce perché parla alla pancia delle persone. Come un carro armato non si ferma davanti a nulla e critica tutto quello che il mondo ha fatto nell’ ultimo decennio. Smuove le coscienze e rianima quella fiamma patriottica che brucia ancora dentro ogni buon americano. Walt Disney dal canto suo segue lo stesso sentiero spiegando, attraverso i suoi famosissimi personaggi, la durezza della guerra e le modalità della sua nascita, anche per creare un monito per le generazioni future.

Mentre Captain America? Il personaggio della Timely Novel (poi divenuta Marvel Comics) viene inserito raramente all’ interno del processo propagandistico americano degli anni ’40. In effetti, a chi non lo considera fondamentale, non possiamo dare tutti i torti. E’ vero che sia Joe Simon che Jack Kirby hanno espresso più volte che Captain America nacque per sostenere la causa dell’entrata in guerra americana, però era pur sempre un fumetto che ancora aveva poco seguito negli Stati Uniti. Eppure se lo si studia in profondità, se si leggono le sue storie e le sue avventure, emerge qualcos’altro. Emergono, nello stesso personaggio, lo spirito tipico dell’America, il “manifest destiny” che ha permesso la realizzazione del sogno americano; ma anche, e soprattutto, la voglia non tanto di vincere la guerra ma di dare un segnale di speranza al mondo intero, perché la libertà non è un diritto che qualcuno può avere e qualcun altro no, è di tutti. Il paladino che si veste come la bandiera a stelle e strisce per salvare il mondo dalla minaccia nazista è l’emblema della seconda guerra mondiale americana, una nazione che come una sentinella veglia sul bene più prezioso del mondo e contribuisce, prima in segreto e poi alla luce del giorno, a salvaguardarlo.

Il messaggio che trapela dalla propaganda che abbiamo studiato è un messaggio diretto agli americani dell’immediato presente ma anche a quelli del futuro. Essa, nelle sue diverse sfaccettature, sembra volerci dire di non perdere mai la bussola, di non girarsi mai dall’ altra parte, di essere sempre i sostenitori delle parole della Costituzione Americana e della Statua della Libertà, di essere sempre americani.

Ma una volta rientrato il pericolo la propaganda Usa che compito ha? Scompare e chiude ogni rapporto con il pubblico e con quello che ha aiutato a far emergere?

Una foto di Torino bombardata.

Il 7 Maggio del 1945 la Germania firma la resa incondizionata, seguita qualche mese più tardi anche dal Giappone. Dopo sei anni di conflitto il prezzo più alto lo ha pagato l’umanità; circa 70 milioni di morti fra campi di concentramento, bombe atomiche e altre sanguinose e fratricide battaglie. La seconda guerra mondiale ha lasciato strascichi ancora oggi evidenti nel vecchio continente, ma anche aldilà dell’Atlantico. I numerosi gruppi razzisti che nasceranno e acquisteranno vigore in America sono l’esempio principale alla domanda a titolo di questo nostro ultimo articolo relativo alla propaganda Usa durante il secondo conflitto mondiale, ovvero la guerra è finita?

Ancora una volta prendiamo come cartina di tornasole due modelli di studio che abbiamo già analizzato, ossia Captain America e “Why we fight”, quindi il punto cardine della propaganda USA nel secondo conflitto mondiale.

L’ultimo dei sette film del registra Capra si intitola “La Guerra arriva in America”, il titolo di per sé distorce la realtà dei fatti. Non una bomba invero cadde sul suolo americano, esclusa chiaramente Pearl Harbor. Gli Stati Uniti non avranno a termine del conflitto città rase al suolo tipo Dresda o Berlino e non avranno milioni di civili coinvolti nelle battaglie metropolitane e questo, a livello propagandistico, rappresenta un ostacolo per Capra. Come coinvolgere ancora di più il pubblico? Come convincerlo della necessità dello sforzo finale?

La risposta è lampante e per certi aspetti anche terrificante. La guerra non deve finire secondo Capra, o perlomeno non è mai finita. Ecco che nella pellicola il registra ripercorre tutta la storia degli Stati Uniti d’America, dalle prime colonie inglesi fino alla guerra d’ Indipendenza dall’ Impero Britannico, unendo le battaglie del passato a quelle odierne perché accomunate da un unico obiettivo, la difesa della libertà. Il film è pieno di citazioni storiche che alzano il livello di patriottismo alle stelle, Jefferson, Henry e anche Washington vengono “strumentalizzati” per convincere il pubblico che la Costituzione Americana è nata dalla guerra e che per la difesa dei diritti da essa riportata, ovvero Vita, Libertà e Ricerca della Felicità, serve che combattiamo, oggi più di allora e meno di domani. Il succo del discorso è tutto qui, la guerra per la libertà non è mai finita secondo Frank Capra, continua dal 1776 e si protrarrà anche in futuro, perché ci sarà sempre un Impero Britannico o un Adolf Hitler pronti a sfidare il simbolo democratico che gli Stati Uniti vogliono rappresentare.

Anche per quanto riguarda Captain America, con le giuste proporzioni, possiamo dire la stessa cosa. Chiaramente nel fumetto la storia viene deviata e avvicinata a qualcosa che possa colpire il lettore. Infatti l’eroe americano, subito dopo aver assunto il siero del super soldato, è costretto a battersi contro la sua nemesi per eccellenza, il Teschio Rosso, uno spietato gerarca nazista. La storia si mischia ancora una volta alla fantasia ed ecco che Captain America, insieme al suo fidato compagno Bucky, si ritrova in Gran Bretagna nel tentativo di salvare Londra da una V2; l’eroe di Brooklyn non riesce ad impedire il decollo dell’arma destinata al bombardamento ma riesce comunque a lanciarsi al suo inseguimento e, nel tentativo di fargli deviare la rotta, finisce in mare aperto scomparendo per sempre. La fine del primo ciclo del super soldato americano è tragica, Captain America salva l’Inghilterra e permette agli Alleati di vincere la guerra, eppure non torna a casa, perisce nello scontro. Perché un finale così? Non era più logico salvare Londra e farlo tornare a casa? Come il registra di Hollywood anche i disegnatori di Captain America vogliono trasmettere un segnale eloquente, e cioè che il prezzo della libertà è molto salato ma abbiamo bisogno di uomini che possano pagarlo. Se poi analizziamo anche i successivi fumetti che riguardano Captain America troviamo anche altro, un qualcosa che Capra sia per tempistiche che per mole di lavoro ipotizzò solo. Captain America in realtà non muore, ma viene ritrovato congelato nel Mare Glaciale Artico negli anni sessanta. I successivi autori del personaggio hanno ricalcato quindi le ombre di Kirby e Simon e, in piena guerra fredda, hanno fatto riemergere l’eroe più americano possibile. Il nuovo Captain America quindi realizza le ipotesi che Capra rappresentò nella settima pellicola di “Why we fight”, ovvero che nel futuro ci saranno altre guerre da combattere per la libertà, e avremmo ancora bisogno di eroi e ancora di propaganda. Così sarà infatti, ma questa infondo è un’altra storia.

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Raffaele Giachini

laureato all’Università di Roma La Sapienza in Comunicazione, tecnologie e culture digitali e attualmente iscritto al corso di magistrale Editoria e Scrittura. Collabora con diverse riviste online ed inoltre sta svolgendo un accurato lavoro di ricerca sulla Prima Guerra Mondiale che dovrà portarlo alla stesura di un libro sull’argomento.

 

 

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