Riflessioni

Scherzando sul serio

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May 15, 2019

L’ironia, la figura del comico e l’umorismo, sono fenomeni che condividono molto tra loro, ma che sembrano sfuggire a ogni tentativo di classificazione “tecnica”, ammesso che sia possibile scherzare sul serio. In realtà molti autori hanno mescolato i vari significati usando impropriamente questi termini come sinonimi. Fin dall’antichità scrittori e filosofi hanno tentato di formulare delle definizioni, eppure nessuno ci è riuscito in modo soddisfacente e lo scherzo rimane tutt’oggi un progetto confuso.
Un argomento così seducente non poteva risparmiare la categoria dei grandi pensatori contemporanei come i semiologi, che, armati di strumenti linguistici, hanno in più riprese analizzato antiche ipotesi, mostrandone i punti deboli, fornendo nuovi spunti e proponendo nuove teorie. Certo, un libro che analizzasse sistematicamente il comico non è stato scritto neanche nella poetica declamata ne “Il nome della rosa”, ma i saggi che (negli ultimi decenni) sono stati dedicati all’argomento possono essere considerati pochi soltanto se paragonati alla vastissima bibliografia semiotica. In più – questo non va trascurato – i raffinati scrittori e pubblicisti, esperti delle filosofie del comico, dell’ironia e dell’umorismo (ma anche le sue perplessità e i suoi dubbi) si riflettono sulle prose letterarie, nei romanzi, e in molti interventi pubblicati sui giornali. Non sono molti, ma occorre solo prestare l’occhio a come tale questione viene declinata.
Esistono solo poche decine di classici leggibili in forma di variazioni attraverso il quale emerge la descrizione dell’uomo nella lotta contro il tempo. Lotta quasi goliardica e che, il più delle volte, riserva una sottile ironia al momento di tirare le somme.
L’uomo, nel combattere il tempo, guarda al futuro soltanto nella misura in cui esso potrà lasciare un’impronta sul passato da lui percorso, perché la gloria viene esclusivamente per merito di quest’ultimo, e la velleità dell’idea di eterno coincide anche con quella di bellezza. Scrive Kundera: «[…] la bellezza è l’abolizione della cronologia e la rivolta contro il tempo». Naturalmente, l’intento di cancellare l’oblio si può riscontrare con numerose soluzioni: la letteratuta, la politica l’amore, la parodia, la poesia, ciascuno di essi con la propria molteplicità di fattori e con una diversa declinazione ideologica.
Kundera si immerge in lunghe digressioni, alternando l’esposizione dei contenuti essenziali alla trama con parentesi di carattere aneddotico, ma dimostrando come, alla fine, anch’esse contribuiscano alla meravigliosa essenza della struttura narrativa. Sempre nel suo inconfondibile stile, l’autore affronta anche le problematiche psicologiche e sociologiche delle sue narrazioni, dando la netta impressione di voler focalizzare nella realtà tutti quei tentativi allusori dall’accento metafisico che pone in essere con perentoria fermezza. Così, la ricchezza dello scherzo non è altro che l’opulenza degli interrogativi lasciati in eredità al lettore, mentre la sua forza è rappresentata dal modo con cui vengono cuciti i vari frammenti e organizzati in forma compiuta.

Il comico secondo Pirandello (nel suo saggio “L’Umorismo” del 1908) consiste nell’avvertimento del contrario. L’esempio famoso è quello di una vecchia signora “coi capelli ritinti, tutti unti non si sa con quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili”. La situazione presentata è comica perché, spiega Pirandello: “Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere”.
In questo caso siamo di fronte ad una rottura delle aspettative normali, e si ride perché ci si sente superiori, perché si individua l’errore altrui. Possiamo anticipare che, l’avvertimento del contrario definito da questo esempio di Pirandello, altro non è che il tradimento di frame o di una sceneggiatura registrata dall’enciclopedia.
Quindi, una volta avvertito il contrario, esistono due possibilità: ci si può arrestare a questa superficiale impressione comica, oppure si può riflettere, ricercando le motivazioni – per nulla comiche – che hanno spinto quella vecchia donna a imbellettarsi come una donzella. Naturalmente Pirandello non ammette esplicitamente che in tale riflessione ci sia un pizzico di compassione o di umana simpatia, se non addirittura un lieve senso del tragico (la vecchia donna si maschera in quel modo per tentare di recuperare una giovinezza appassita per sempre); piuttosto si limita a specificare che dall’avvertimento del contrario si è passati al sentimento del contrario, e che tale passaggio rappresenta anche il passaggio dal comico all’umoristico.
La riflessione, dunque, caratterizza il passaggio dal comico all’umoristico. Si potrebbe aggiungere che tale riflessione è una rinuncia al distacco e alla superiorità. Nella fattispecie, lo spettatore ricerca le ragioni del comportamento (comico) di un personaggio. Lo spettatore si avvicina al personaggio, entra nel personaggio, si identifica col personaggio. Ma c’è di più, perché è pessobile essere in disaccrodo con Pirandello quando quest’ultimo sostiene che la riflessione possa avvenire soltanto dopo una situazione comica. E così tenta di perfezionarne la definizione, aggiungendo che l’umorismo può avere luogo anche se non è ancora accaduto nulla di comico. Perché la riflessione umoristica avvenga senza (o prima di) un fatto comico è necessario frustrare il nostro sistema di aspettative, anticipando il comico possibile, dimostrando a noi stessi che il sistema di aspettative può essere frustrato in ogni istante. Ecco che allora l’umorismo è una riflessione che può esercitarsi anche prima del comico, purché elimini il distacco e la superiorità.
Tuttavia manca ancora una terza possibilità di umorismo che Pirandello nel suo saggio non prende in considerazione, ma che poi puntualmente applica nelle opere letterarie. Nell’eventualità in cui ci si trovi all’interno di una situazione comica, nel senso che potrebbe essere comica per gli altri ma che è tragica per noi che la stiamo vivendo. In questo caso la riflessione umoristica consisterebbe nello sdoppiarsi, nell’uscire da se stessi per vedersi dall’esterno. Solo guardandosi dal di fuori è possibile considerare comica la situazione tragica che si sta vivendo, e solo una volta diventati spettatori di se stessi è possibile riflettere (e dunque fare dell’umorismo) sul tragico appena percepito come comico.
Verba vana aut risui apta non loqui! (Rimprovero del venerabile Jorge da Burgos nello scriptorium de “Il nome della rosa”; “Non pronunziare parole vane che inducono al riso!”).

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

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