Filosofia

Le imperfezioni perfette

on
May 17, 2019

I capolavori nascono dalle imperfezioni?

Dell’imperfezione si è detto di tutto, ma la nozione rischia di rimanere imperfetta. Negli ultimi anni sono stati pubblicati moltissimi saggi concepiti attorno al tema dell’imperfezione, ma che di imperfezione non parlano se non attraverso l’elogio dei limiti: è il caso della celebrazione di Rita Levi-Montalcini nell’Elogio dell’imperfezione (1998).

La cimice, artropode poco affascinante ed iconico, nella sua perfezione è la copia conforme del suo antenato vissuto centinaia di milioni di anni fa. I suoi dinamismi cerebrali non si sono evoluti: sono perfetti, a differenza delle strutture encefaliche di molti altri mammiferi.

La stratificazione del nostro cervello è, in questa sede, del tutto anomala, ed è capace di evoluzione proprio grazie a questa imperfezione.

Se decliniamo la questione in ambito teologico, la condizione umana è certamente imperfetta rispetto a quella divina e alle autorità spirituali (ma, se seguiamo la Montatici, i disegni divini o della natura potrebbero orientare l’esistenza verso una qualche forma di “perpetua creatività”, garantendo alla vita un principio di felicità apparente).

Voliamo allora più in basso. Di solito l’imperfezione si definisce attorno a generi, rispetto a canoni e citando leggi.

San Tommaso asseriva come i criteri della bellezza fossero legati alla proportio e alla claritas, ma anche (e soprattutto) all’integritas. Quest’ultima è la completezza, per cui

Perché una cosa sia bella sono necessarie tre cose. Innanzitutto, l’integrità o perfezione, perché le cose che sono mutile per ciò stesso sono brutte. Poi serve anche una debita proporzione o armonia. E ancora la chiarezza, in forza della quale le cose che hanno un colore splendente sono dette belle” (ST, I, q. 39, a. 8, co.).

 

E voleva probabilmente dire, parlando terra terra, che erano imperfetti non tanto gli storpi o i nani, quanto i nani sulle spalle dei giganti, che non avevano la giusta statura e che mancavano di qualcosa. Del pari, un secolo dopo Tommaso, Guglielmo d’Auvergne riteneva turpe e riluttante (nel suo Tractatus de bono et malo) qualcuno che avesse tre occhi o un occhio solo: il primo per avere ciò che disdice, il secondo perchè manca di ciò che si conviene.

Quindi è imperfetto qualcosa che ha troppo o troppo poco rispetto alla norma.

La questione problematica della perfezione assimilata alla completezza aveva esasperato i teologi medievali e costretto i pensatori cristiani a rifare i conti col giudizio universale: come trattare la resurrezione dei corpi nel giorno del giudizio? Integri come in vita, certamente, ma in quale momento della loro esistenza? Nella quaestio 80 del Supplementum Tommaso D’Aquino si chiede se risorgeranno gli intestini, anch’essi membra del corpo umano, ma non potranno certamente presenziare al giudizio corrotti da impurità, ma neppure vuoti, dal momento che la natura ha in orrore il vuoto. E gli arti, giustamente smembrati ad un presunto eretico, che poi però fa penitenza e si salva, potranno essere recuperati dato che non hanno partecipato alla salvezza del pentito? Ma neppure potrebbero essere eliminati: l’assenza delle gambe punirebbe qualcuno che è ormai beato.

Per risolvere il problema della resurrezione della carne, Tommaso suggerisce che, come l’opera d’arte non sarebbe perfetta se in essa mancasse qualcosa che l’arte richiede, così bisogna che l’uomo risorga anatomicamente perfetto. È quindi necessario che tutti i suoi organi corporei siano ricostituiti nella resurrezione. Pertanto gli intestini non risorgeranno colmi di residui ignobili, bensì pieni di nobili umori. Quanto all’eretico, sebbene le gambe amputate non abbiano cooperato all’acquisizione della gloria poi meritata, tuttavia costui merita di essere premiato in tutte le sue parti nel momento della fine dei tempi.

Ma risorgeranno le sopracciglia e i peli? Che dire delle unghie, dei capelli e di tutto ciò che è prodotto dal nutrimento superfluo come il sudore, l’orina e gli altri escrementi? Molti dissero che non avrebbero accompagnato i corpi nel loro ultimo viaggio; però il signore aveva detto “Non perirà neppure un capello del vostro corpo”. I capelli e le unghie sono state assegnate all’uomo come ornamenti. Ora, le fattezze che rendono i figli dell’uomo eletti figli di Dio, devono fiorire in tutta la loro bellezza. Il giudizio qui ipotizzato sull’estetica delle resurrezioni rimarrà comunque sospeso sino all’apocalisse.

Invece non risorgeranno i genitali, dal momento che figliare non sarà più di competenza umana e, in quanto risorte, le genti “non si ammoglieranno né si mariteranno” visto che il seme riflette solo la perfezione della specie, non dell’individuo.

L’altro problema già sollevato da sant’Agostino (De civitate Dei XII, 20) riguarda la sorte di una vittima di antropofagia divorato da cannibali. Per Agostino la carne che ha nutrito i cannibali si è poi dissolta, ma siccome Dio onnipotente può restituire ciò che è stato dissipato, essa ritornerà al divorato: sarà restituita, come tutti gli oggetti “presi in prestito”.

Sarebbe d’altronde assurdo pensare che, sebbene neppure un capello della testa possa andare perduto, si possa fare a meno di chili di carne perduti.

La risposta sarà riproposta e approfondita da san Tommaso.

L’idea della perfezione come integrità e continuità sarà poi predicata da Leopardi che, nello Zibaldone, diceva come “la perfezione di un essere non è altro che l’intera conformità colla sua essenza primigenia”.

Benissimo. Ma era imperfetta l’Eneide che Virgilio volle bruciare perché incompiuta, eppure divenne il “codice etico” del buon romano ed è una delle opere principi della letteratura antica.

Era imperfetto il Gronchi rosa, che rappresentava il Perù con confini sbagliati (e infatti era stato ritirato del commercio), ma proprio a causa della sua imperfezione è diventato un pezzo raro e costosissimo, ambito dai collezionisti.

Imperfetta è l’invalida Venere di Milo, privata delle braccia e ammirata dalle folle del Louvre. Così come la Nike di Samotracia, la cui unica ala per molti incarna la Vittoria mutilata.

Se due delle molte colonne di Akragas sostituissero l’entrata di qualche grattacielo a New York sarebbero imperfette perché inadeguate alla loro funzione, ma come reperti archeologici sono certamente perfetti.

Una tazzina pelosa, in caso ci venisse offerta alla Rinascente, sarebbe più che imperfetta, ma come opera di Oppenheim è perfettissima.

Talora celebriamo come affascinanti creature sfortunate e cuccioli di animali affetti da strabismo di Venere, uomini e donne con fisionomie asimmetriche, nasi e nei che sfigurerebbero sui volti delle armoniche statue del Canova.

Troviamo in Tanizachi, in La chiave (1956), l’inno di lode alle gambe della donna giapponese, che noi occidentali consideriamo imperfette rispetto a quelle galanti e slanciate delle donne occidentali.

Lo stesso Montaigne ebbe a celebrare, nei suoi saggi, il misterioso fascino delle zoppe; e Marino trova irresistibile, ne La lira, il candido pallore di una donna malata.

In realtà, quando si parla di esseri umani e persino di animali, pur avendo un qualche criterio di perfezione, siamo sempre disposti a fare alcune eccezioni –spesso infatti distinguiamo la bellezza come regolarità del fascino, proprietà definibile e variabile secondo le esigenze dei gusti.

Del fascino non occorre discutere a lungo, si devono invece chiarire le dinamiche attorno al criterio dell’imperfezione nella storia dell’arte.

Tutte le culture hanno maturato un’idea dell’arte concependo un concetto di bellezza, ma si tratta di visioni confuse dal momento che nessuna civiltà ha saputo elaborarle esplicitamente per restituirle ai posteri. La ricerca fisica e teorica della bellezza ha accompagnato tutta la storia dell’uomo e i canoni estetici ripercorrono l’evoluzione della specie.

La bellezza non è mai stata, nei secoli, un valore assoluto. Fisica o divina, è stata di volta in volta armonica a dionisiaca, associata alla mostruosità nel Medioevo e all’equilibrio della perfezione nel Rinascimento, sino a farsi artificio e citazione nel Novecento.

Sino ad oggi, momento che forse non si è ancora riscoperto carico di fascino e di riflessioni sul piacere estetico, sul bello artistico e naturale, sul gusto, sui rapporti tra l’arte e le attività umane: sulla bellezza.

Queste sono solo alcune delle fasi di un dibattito acceso che si compone di elementi drammatici e avvincenti. È possibile riscoprire la psiche, i gusti e i condizionamenti che inducono a giudicare “Gli Shiavi” di Michelangelo imperfetti solamente perché incompiuti. Il giudice è, anche in questo caso, il gusto: l’elaborazione contestualizzata attraverso le riflessioni sul bello, sulla proporzione, sull’armonia e sulla misura.

Oggi è impossibile applicare un’idea di norma sull’imperfezione, dal momento che sarebbe imperfetto anche un volto di Picasso o un’appunto del Codice Atlantico.

È dunque l’opera d’arte che, diventando la norma di se stessa, pone se stessa come norma.

Quello che tutti noi cerchiamo nell’opera d’arte non è la fedeltà ad un canone del gusto, ma ad una norma invisibile, dove la legge è dettata dall’economia e la coerenza formale –per cui definiamo imperfetta, ancorché commovente, la rappresentazione umana disegnata da un bambino di tre anni, e guardiamo invece con meraviglia la perfezione dei pupazzetti di Keith Haring o degli scarabocchi calibrati da Cy Twombly all’interno di un puntiglioso criterio stilistico.

Sia la Venere delle Rocce che un graffito di Banksy potrebbero quindi rispondere definizione della forma artistica secondo cui, nell’opera d’arte, i rapporti che si intrattengono sono di doppio genere: di ciascuna con le altre e di ciascuna col tutto. L’integrità dell’opera risulta dalla connessione delle loro parti. Questo accade perché ognuna di esse è istituita come tale del tutto, il quale ha, esso stesso, reclamato e disposto le parti da cui risulta l’armonia.

In questo verso è di aiuto l’Estetica di Luigi Pareyson (1954), il quale asserisce come

L’armonia delle parti forma l’intero perché il tutto fonda la loro unità. […] L’interprete sa benissimo che quella sua interpretazione è, precisamente, la sua, e la sua di quel momento, e che altri o lui stesso ne hanno dato o ne daranno altre, diverse da quella; tant’è vero che lo spunto a darla gli può esser venuto da altre interpretazioni, che gli sono parse buone ma non abbastanza penetranti, e se gliene sopraggiunga una che gli paia migliore della sua egli se ne servirà per migliorare la propria o persino per sostituirla”.

Qui mi fermo, e vi lascio al vostro prossimo scarabocchio.

Carlo Alberto Ghigliotto

Filosofo, autore di saggi di semiotica, estetica medievale, storia dell’arte e della filosofia. La sua attività di saggista, bibliofilo e giornalista, è legata agli studi classici maturati nelle realtà del pensiero debole e dell’etica leopardiana. Studia filosofia prestando fede alla teoria de “Il pensiero ancestrale” di Manlio Sgalambro: considera l’attività filosofica come una prassi individuale di ascetismo e atarassia; distante dalle aule universitarie e dai percorsi accademici convenzionali (ancora in parte legati all’idealismo di Croce e Gentile).

TAGS
RELATED POSTS

LEAVE A COMMENT