Storia

Il migliore tra i cavalieri: Guglielmo il Maresciallo

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May 24, 2019

Il castello di Caversham in una stampa del 1793.

Non è facile ridurre la lunga vita e le innumerevoli imprese di Guglielmo il Maresciallo ad una schematica biografia.

Seguendo l’esempio del grande medievista Georges Duby, inizierò a raccontarvi di Guglielmo (o Guillame) partendo dalla sua morte, avvenuta il 14 Maggio 1219 alla veneranda età, per l’epoca, di 74 anni.

Scoprendo dai medici che “il Momento” sarebbe presto arrivato, Guglielmo il Maresciallo si fece trasportare sul Tamigi, da Londra, al suo castello di Caversham (distrutto da un incendio e ricostruito più volte in epoche successive).

Era la Quaresima del 1219 : “il momento migliore per soffrire a(la?) remissione dei propri peccati “(1)

Ma la morte di un così grande personaggio non è mai solitaria o circoscritta ai sui affetti familiari. I tanti nobili e personaggi illustri che non trovarono posto nel castello vennero ospitati nel monastero reale di Reading, mentre una gran folla si accampò sulle rive del Tamigi per seguire da vicino l’agonia del cavaliere.

D’altronde Guglielmo, in quanto reggente d’Inghilterra, doveva morire ostentando il suo titolo e la sua fama. Scrive Georges Duby : “[…] a quel tempo le morti sono delle feste; si svolgono come a teatro davanti a spettatori ed a ascoltatori attenti ad ogni parola ed atteggiamento: si aspetta che il moribondo dia la misura di ciò che vale, che parli, che agisca in conformità al proprio rango e che lasci un esempio di virtù a chi gli sopravvivrà. A questo modo, ciascuno lasciando il mondo ha il dovere di aiutare un’ultima volta a rinforzare questa morale che tiene in piedi il corpo sociale, che determina il succedersi delle generazioni con la regolarità che piace a Dio[2] Concezione difficile da capire per noi “che non sappiamo più che cosa sia la morte sontuosa, che nascondiamo la morte, che non ne facciamo parola, che la liquidiamo come un evento imbarazzante; che deve essere solitaria, rapida, discreta[3]. Riscopriamo, nel racconto della morte del Maresciallo il rituale della morte antica,che non era una fuga od un furtivo uscire di scena, ma un approccio lento, dominato da regole: un preludio; un solenne trapasso da uno stato ad un altro, superiore; un passaggio pubblico come le nozze: maestoso come l’ingresso dei re nelle città fedeli.[4]”.

Guglielmo si libera dei fardelli terreni. Il più impegnativo è sicuramente la tutela del giovane re Enrico III, a cui seguono la suddivisione della sua vasta eredità tra i figli ed il compimento del voto fatto molti anni prima in Terrasanta: quello di morire Templare. Fedele a questo suo ultimo voto, che comprendeva il divieto di accostarsi alle donne, avviene anche l’addio alla giovane moglie, sposata trenta anni prima “[] mia bella amica, datemi un bacio; non lo farete mai più[5].  Dopo una lunga agonia ecco le sue ultime parole: “[…]muoio. Vi metto nelle mani di Dio. Non posso più restare con voi. Non posso impedirmi di morire.[6]”.

Viene calato il sipario. La notizia della sua morte passa di bocca in bocca, di corte in corte. Arriva a Filippo Augusto re di Francia, che ha tra i suoi cavalieri il secondogenito di Guglielmo: Riccardo.

Il re ha la delicatezza di congedarlo, per poi chiamare a sé Guglielmo di Barres, considerato il più valente tra i cavalieri di Francia e ad alta voce, davanti a tutta la corte avviene questo dialogo: “Avete sentito ciò che mi è stato detto ? -Che cosa ,sire ?- In fede sono venuti a dirmi che il Maresciallo che fu tanto leale è stato seppellito – Quale maresciallo? -Quello d’Inghilterra, che fu tanto prode e saggio.- Ai nostri tempi,in nessun luogo, vi fu un cavaliere migliore o più esperto a guerreggiare: dico, e prendo Dio a testimone, che mai in tutta la mia vita, ho visto qualcuno che fosse migliore di lui[7]”.

La biografia di Guglielmo il Maresciallo è giunta sino a noi grazie alla Histoire de Guillaume le Maréchal. Opera che suo figlio Guglielmo il Giovane fece redigere al trovatore Giovanni . Il valore di questi versi, scritti in lingua anglo-normanna, non è dovuto soltanto al racconto della storia di Guglielmo, ma alla descrizione della vita del tempo, degli usi e dei costumi. Attraverso la voce del fido scudiero Giovanni d’Erley, il trovatore ci ha regalato la testimonianza più importante dello stile di vita di un cavaliere dell’epoca .

Nato intorno al 1145 da Giovanni il Maresciallo e Sibilla di Salisbury, Guglielmo era il quarto figlio nella linea di successione. Mentre i primogeniti ereditavano terre e titoli, agli altri era riservata una vita da miles o da ecclesiastico. A Guglielmo spettò la carriera militare e venne inviato in Normandia da Guglielmo di Tancarville.

Sotto la protezione del signore si unì alla banda dei cavalieri già presente, insieme ad altri giovani. Fino al compimento dei suoi sedici anni dovette affiancare e servire coloro che erano già cavalieri durante lo svolgimento delle loro attività, occupandosi delle cavalcature, del vettovagliamento e anche di seguirli in battaglia per porgere loro le lance prima della carica. Ma nulla di tutto ciò sostituiva l’idea che “l’apprendistato militare si faceva in guerra, sul campo di battaglia. Di qui la necessità di cominciare molto presto, ancora adolescenti, e di accumulare le esperienze col passare degli anni[8]”. Finito l’addestramento (più o meno a sedici anni) ed investito cavaliere, Guglielmo, come molti altri cavalieri del tempo, prese parte a diversi tornei per riuscire a guadagnare qualcosa e per accrescere il proprio prestigio; cosa che riuscì a fare fin da subito. Le vittorie conseguite nel suo primo torneo gli permisero di completare l’equipaggiamento e di mettere dei soldi da parte grazie al riscatto dei quattro prigionieri catturati durante il gioco.

Tornato in Inghilterra al servizio del conte Patrizio di Salisbury, fratello della madre, venne incaricato di scortare Eleonora D’Aquitania (contessa di Poitiers e regina di Inghilterra) assieme allo zio paterno nel Poitou in Francia, dove alcuni vassalli erano in rivolta. Durante il viaggio, il conte di Salisbury fu attaccato e  ucciso mentre Guglielmo, nel tentativo di cercare gli uccisori per vendicare il suo signore, venne catturato. La regina Eleonora, vedendo in lui le doti di un vero cavaliere, lo liberò scambiandolo con degli ostaggi e lo ammise come cavaliere nel suo seguito.

Come se non bastasse il suo prestigio aumentò notevolmente quando, nel 1170, divenne membro della guardia personale, mentore ed istruttore delle armi del quindicenne Enrico il Giovane, figlio di Enrico II. Guglielmo accompagnò il re in svariati tornei dove il suo protetto, grazie ai suoi insegnamenti, poté dare sfoggio dell’abilità con la lancia e con la spada ricevendo gloria e onori. Quando venne il momento di essere armato cavaliere, Enrico il Giovane scelse Guglielmo come officiante della cerimonia e gli altri cavalieri, gelosi della posizione che aveva raggiunto, ordirono una congiura contro il Maresciallo accusandolo di adulterio con Margherita, figlia di Luigi VII di Francia e moglie di Enrico il Giovane.

Accecato dalle accuse, Enrico congedò il cavaliere, che si ritrovò di nuovo a vagare in giro per i tornei al fine di potersi guadagnare da vivere. Venne poi richiamato alle armi dallo stesso Enrico il Giovane quando questi decise di rivoltarsi contro il padre assieme ai fratelli Riccardo e Goffredo. La rivolta del 1173-1174 si concluse con i tre figli che rendevano omaggio a Enrico II e Guglielmo figurò tra quelli che ricevettero il perdono del re. Nel 1184 Enrico il Giovane morì di dissenteria e Guglielmo, per eseguire una delle sue ultime volontà, si recò in Terra Santa al suo posto. Quando tornò nel 1187, il Maresciallo entrò a far parte del seguito dei cavalieri di Enrico II e, come premio per averlo sempre servito fedelmente e per legarlo maggiormente a sè, il re gli promise  in moglie Isabella di Clare, diciassettenne orfana di Riccardo di Clare, iI conte di Pembroke.

La guerra scoppiata fra Enrico II (che Guglielmo appoggiava) e Riccardo Cuor di Leone mise inizialmente in pericolo la sua situazione sociale ma, alla morte del suo signore nel 1189, Riccardo mantenne tutte le promesse  fatte da Enrico II: convolando a nozze con l’orfana di Clare, Guglielmo acquisì come dote possedimenti per quasi un quarto dell’Irlanda, proprietà e fondi in Inghilterra e Normandia, introducendo Guglielmo il Maresciallo nell’orbita del mondo aristocratico. Nel Medioevo la donna era un mezzo di promozione sociale ed era ciò a cui aspiravano i cavalieri di qualsiasi origine per mettere fine alla loro vita errante. Inoltre, quella attuata dal re fu una tattica molto in uso all’epoca, che serviva ad assicurarsi la fiducia di alcuni uomini dando in cambio loro delle garanzie materiali. Per comprendere la considerazione che re Riccardo avesse per lui , nonostante gli screzi passati, ci viene riportato l’episodio accaduto durante la battaglia di Le Mans, dove lo sconfitto  Enrico II fuggì dal campo di battaglia inseguito da Riccardo. Per proteggere Enrico, Guglielmo si oppose a quest’ultimo, affrontandolo, ferendo il suo cavallo e disarcionandolo. Quando Riccardo divenne re, chiese a Guglielmo di giustificarsi per avere attentato alla sua vita; Guglielmo rispose che se avesse veramente voluto attentare alla sua vita, lo avrebbe ucciso senza problemi essendo lui superiore nell’uso delle armi. Riccardo riconobbe il valore della fedeltà verso Enrico II, riconoscendo che si era comportato degnamente. In seguito, quando Riccardo partì per la crociata, il Maresciallo servì fedelmente Giovanni Senza Terra  tanto che, quando quest’ultimo morì nel 1216,  ricevette l’incarico di tutelarne il figlio Enrico: divenne così  ufficialmente il reggente del regno, ed uno degli uomini più potenti del tempo.

Dopo tante avventure, nel 1217 affrontò i  francesi a Lincoln vincendo la sua ultima battaglia. Il 14 maggio 1219 si spense nel suo castello a Caversham e, come aveva chiesto durante il pellegrinaggio in Terra Santa, lo seppellirono come un cavaliere templare e venne ammesso nell’Ordine dopo la sua dipartita.

Guglielmo il Maresciallo morì prima dell’inesorabile declino che da lì a poco avrebbero subito i valori della nobiltà cavalleresca, causata, a partire dal XIII secolo, dall’ascesa  al potere della borghesia  e dalla trasformazione economica sempre più basata sul commercio .

Collaboratore Giuseppe Grande

Note:

(1)G.Duby : Guglielmo il Maresciallo : L’epopea di un cavaliere .Laterza, Roma, 1990; pag 6.

  • Duby : op.cit pag 7
  • Duby : op.cit pag 7
  • Duby :op.cit. Pag 7-8
  • Duby :op.cit. Pag 19
  • Duby :op.cit. Pag 19
  • Duby :op.cit Pag 31
  • Philippe Contamine .La guerra nel Medioevo .Cap III .3

Immagine di copertina realizzata da:

Stefano de Gioia;

Chiara Costa;

Tommaso Debernardis.

Bibliografia e Sitografia

G.Duby : Guglielmo il Maresciallo : L’epopea di un cavaliere .Laterza, Roma, 1990;

G.Riggi : Il mito di un cavaliere . Guglielmo il maresciallo . On line .

Georges Duby, Lo specchio del feudalesimo: sacerdoti, guerrieri e lavoratori. Laterza 1998.

Alle radici della cavalleria medievale, Franco Cardini- Milano, Sansoni, 2004

Alessandro Chimenti : Vivere la storia- Guglielmo il Maresciallo. On Line.http://chimentiviverelastoria.blogspot.com/2013/11/vorrei-segnalarvi-questo-avvincente.html

Marco Tangheroni su : Alleanza Cattolica.-G.Duby :” Guglielmo il Maresciallo : L’epopea di un cavaliere”On Line .https://alleanzacattolica.org/georges-duby-guglielmo-il-maresciallo-lavventura-del-cavaliere-editori-laterza-bari-1985-pp-200-l-22-000/

G.Riggi : Il mito di un cavaliere . Guglielmo il maresciallo . On line . https://www.lidentitadiclio.com/mito-del-cavaliere-guglielmo-maresciallo/#.XJC8uiJKgdU

 

 

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