Macchina del tempo

04 Giugno 1984: Born in the USA

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May 30, 2019

Quando ero piccola ero solita sedermi nello studio di mio papà mentre lui lavorava al computer. Io giocavo e lui scriveva, ma ciò che rendeva perfetta l’atmosfera era la costante presenza di musica in quella stanza: dai Beatles a Frank Sinatra fino a Bruce Springsteen. L’album che piaceva di più a mio papà era proprio “Born in the USA” quindi lo ascoltavamo spesso insieme e talvolta ero io a chiedergli di inserire proprio quel CD nello stereo. Perciò quell’album ha accompagnato la mia infanzia e, in seguito, è diventato sicuramente uno dei CD che preferisco del Boss.
Born in the USA” esce nell’84 e racconta ciò che significa per Springsteen la guerra, che lui ha evitato grazie a una caduta in moto. La canzone che dà il titolo all’album è una denuncia alla società americana per il trattamento riservato ai veterani della guerra in Vietnam. Il presidente Regan citò la canzone in un suo discorso, senza però approfondire il testo, cosa che infastidì non poco Bruce Springsteen.
Con quella canzone il Boss aveva infatti tentato di far capire agli americani che errori come quelli non andavano più commessi.
Secondo Bruce Springsteen si doveva guardare in faccia la realtà: il sogno americano era svanito, com’era svanita la libertà.
Il testo della canzone si può considerare crudo e, di certo Springsteen non le manda a dire, né ci gira tanto intorno quando dice:

Got in a little hometown jam
So they put a rifle in my hand
Sent me off to a foreign land
To go and kill the yellow man

Una volta mi sono messo in un piccolo guaio dalle mie parti
così mi hanno messo un fucile in mano
E mi hanno mandato in una terra straniera
a uccidere l’uomo giallo

15 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti e un cambiamento radicale nel sound del Boss che proveniva dall’album “Nebraska” in cui i toni erano sicuramente più soft.
In “Born in the Usa” invece ci sono entusiasmo, una proiezione verso l’esterno più che verso una riflessione intima, un affacciarsi sul mondo con la speranza di renderlo migliore.
Dodici canzoni, dodici storie in cui la voce di Springsteen ci accompagna tra canzoni dal ritmo incalzante come “Working on the highway” che racconta di vita quotidiana, di lavoro duro sull’autostrada, di amore e di prigione; e da ritmi più delicati come “I’m on fire”, una delle canzoni più lente e sensuali che racconta, appunto, il desiderio ardente di un uomo verso la sua donna: il testo e la musica si amalgamano in maniera perfetta, producendo un vero e proprio capolavoro.
Subito dopo si piomba di nuovo in una di quelle canzoni che si cantano a squarciagola ai concerti, dove non ci sono le fiamme degli accendini a dare romanticismo all’atmosfera. In “No Surrender”, infatti, c’è solo speranza:

Now on the street tonight the lights grow dim
the walls of my room are closing in
there’s a war outside still raging
you say it ain’t ours anymore to win

I want to sleep beneath
peaceful skies in my lover’s bed
with a wide open country in my eyes
and these romantic dreams in my head

We made a promise
we swore we’d always remember
no retreat, believe me, no surrender
like soldiers in the winter’s night
with a vow to defend
no retreat, believe me, no surrender

Le luci della strada si fanno più tenui
le pareti della mia stanza si restringono
c’è ancora una guerra che infuria là fuori
mi dici che non tocca più a noi vincerla
io voglio dormire sotto cieli tranquilli
nel letto della mia donna
con una terra sconfinata e libera nel cuore
e questi sogni romantici nella mente

Abbiamo fatto una promessa
abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta
nessuna ritirata, credimi, nessuna resa
fratelli di sangue in una notte di tempesta
con un giuramento da rispettare
nessuna ritirata, credimi, nessuna resa

Si arriva poi a “I’m going down” dove si affronta il tema di una storia d’amore che finisce; un momento in cui tutti ci siamo posti l’unica domanda che giunge spontanea: “Perché?” e riaffiorano tutti quei bei ricordi di come le persone si sentivano appena vedevano la persona amata e di quanto sia difficile dire addio, nonostante tutto ciò che si è passato. Adesso però, i baci non sono più gli stessi e si torna a casa arrabbiati, invece che felici dopo essere stati insieme.

Courtney Cox e Bruce Springsteen sulle note di “Dancing in the dark”

Le ultime due canzoni dell’album sono molto particolari: la prima è “Dancing in the dark” e ha un enorme peso emotivo per una fan sfegata come me.
Vi spiego perché: oltre a essere una delle sue composizioni più famose è anche cara ai fan di Bruce Springsteen.
Difatti è una delle canzoni presenti in ogni concerto, una di quelle che sono obbligatorie e sicure nel repertorio del Boss. È sulle note di questa canzone, infatti, che Springsteen fa salire sul palco alcuni fortunatissimi fan: spesso questi ultimi hanno dei cartelli con cui attirano l’attenzione del Boss attraverso frasi particolari. Lui li sceglie e ballano insieme, cantano insieme. È una specie di rito che celebra sì la fine dello spettacolo, ma rappresenta anche una tradizione che a ogni concerto va rispettata e onorata.
È una possibilità che Springsteen dà ai suoi fan, è un sogno che si avvera, un momento intenso tra idolo e fan perché anche se non ci sei tu su quel palco, c’è uno come te e quindi anche tu ti senti un po’ più vicino a Springsteen.
Il video di “Dancing in the dark” è ambientato proprio a un concerto e la fortunata fan che viene invitata a salire sul palco non è altro che una giovanissima Courtney Cox, la Monica Geller della serie tv Friends!

My hometown” è una di quelle canzoni da accendino, invece, e se si presta attenzione al testo si viene avvolti da un po’ di amarezza.
Tutti siamo andati via per un breve (o lungo) periodo dalla nostra città, magari una cittadina dove “non c’è mai niente da fare” o dove “nessuno si fa gli affari propri!”. Insomma, la città che abbiamo sempre criticato per questo o quel motivo.

Però, se ci soffermiamo un momento a riflettere, prima di partire c’è sicuramente molto entusiasmo, soprattutto se si va in un nuovo paese, in vacanza, o per motivi lavorativi, ma c’è anche tristezza perché si è consapevoli di star abbandonando il proprio nido, le amicizie, magari la famiglia per qualcosa di migliore.
E magari, anche noi quando partiamo pensiamo ai ricordi che abbiamo di quando siamo piccoli con i nostri genitori, proprio tra quelle strade o di fronte a quei negozi.
Tutti questi sentimenti emergono nella canzone di Bruce Springsteen, che parte da un ricordo per arrivare al momento attuale, dove è maturato e cresciuto assistendo ad atti di razzismo nella propria scuola, alle armi, ai posti di lavoro che sfumano e sta riflettendo sul spostarsi in un altro stato perché lì, nella sua Hometown non c’è più spazio per lui e i negozi chiudono.
“My home town” rappresenta la miglior conclusione per questo straordinario album: come se dopo tutto l’entusiasmo delle canzoni precedenti, fosse arrivato il momento di riflettere e di pensare.
Non ero nata quando è uscito quest’album, ma sono comunque cresciuta con queste canzoni e sentirle dal vivo è stato uno dei momenti più belli della mia vita e credo che pochi album e pochi artisti possano far riflettere, emozionare e possano toccare dei temi così importanti e, quantomai presenti nella nostra società, come la guerra e il razzismo.
Bruce Springsteen è riuscito in questa impresa ed è per questo e molti altri motivi che non poteva avere soprannome migliore di “The Boss”.

Sitografia:
https://www.rollingstone.it/opinioni/opinioni-musica/come-bruce-springsteen-ha-scritto-born-in-the-u-s-a/451305/#Part3

https://www.storiedicanzoni.it/2018/07/11/bruce-springsteen-born-in-the-u-s-a/

http://www.artspecialday.com/9art/2018/06/03/born-in-the-u-s-a-lamerica-springsteen/

https://tg24.sky.it/intrattenimento/2018/06/01/born-in-the-usa-bruce-springsteen.html

di Alessandra Sansò

laureata Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo “Perizia psichiatrica e pericolosità sociale”. Attualmente è iscritta al Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso lo stesso Ateneo.

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