Macchina del tempo

8 Giugno 1924: Mallory e Irvine tentano l’ascesa dell’Everest

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June 8, 2019

“Why did you want to climb Mount Everest?”

“Because it’s there”

Fu in questo modo che George Mallory, noto alpinista inglese, rispose alla domanda di un giornalista americano nel 1923. Lo scalatore era alle prese con una serie di conferenze negli Stati Uniti dopo aver partecipato alle due spedizioni organizzate dalla Royal Geographical Society nel 1921 e nel 1922 sul Monte Everest. Le missioni avevano raggiunto dei notevoli traguardi, tra cui un’accurata esplorazione del versante settentrionale e l’individuazione di una possibile via di salita, che portò Mallory a superare la soglia degli ottomila metri nel 1922. La vetta dell’Everest, ancora inviolata, rimaneva ormai l’unico vero obiettivo da perseguire, cosicché si decise per un’ulteriore spedizione nel 1924. Seppur conscio delle difficoltà e delle incognite che avrebbe presentato la scalata, Mallory era determinato a compiere l’impresa. Al suo fianco avrebbe trovato il giovane Andrew Irvine, che si rivelò un prezioso elemento per la tenuta fisica e la capacità di riparare gli strumenti necessari alla salita, come le bombole d’ossigeno, ma alla sua prima partecipazione in una spedizione himalayana. Mallory e Irvine si trovarono a essere i protagonisti dell’assalto finale alla vetta: partiti il 6 giugno, raggiunsero il campo VI il giorno seguente, pronti a coprire l’ultimo tratto. Nella giornata dell’8 furono avvistati dal loro compagno Noel Odell che si trovava più giù a effettuare ricognizioni sul terreno; grazie a uno squarcio nelle nuvole, il geologo intravide le figure di Mallory e Irvine intente a salire dei gradoni rocciosi poco sotto la vetta, per poi essere fagocitate nuovamente dal maltempo e non fare più ritorno.

La tragedia ebbe una grande risonanza e aprì una serie di interrogativi sulle cause di morte dei due alpinisti e sull’eventualità che Mallory e Irvine avessero effettivamente raggiunto la vetta prima del decesso. Negli anni seguenti emersero alcuni indizi, ma la vicenda invece di semplificarsi diventò sempre più enigmatica. Nel 1933 una spedizione inglese trovò una piccozza a circa 8450 metri utilizzata da Irvine, data la presenza di alcune tacche di riconoscimento. Il mistero si infittì ancora di più quando, dopo ben settantacinque anni dalla scomparsa, fu ritrovato il corpo di Mallory da una spedizione americana (Mallory and Irvine Research Expedition). La salma era stata conservata quasi perfettamente dal gelo, tanto che sul viso si potevano notare ancora i baffi. Una delle sorprese maggiori fu l’altezza del luogo del ritrovamento, situato ad una quota di 8250 metri, ben più bassa di quella del campo VI. I traumi presenti sul corpo di Mallory furono attribuiti ad una caduta, ma non eccessiva: anche se risultò mortale, la salma era integra. Ma fu l’equipaggiamento, nella sua completezza e in alcune mancanze macroscopiche, a suscitare l’interesse della spedizione: come la corda, ancora annodata in vita, a indicare che i due alpinisti procedettero in cordata; o l’assenza dei guanti e, soprattutto, della macchina fotografica di Mallory, che nel caso di una conservazione miracolosa del rullino avrebbe potuto mettere fine all’enigma con le eventuali foto della vetta. La sola tesi che i due alpinisti stessero scendendo, per quanto ben supportata da alcuni particolari, non basterebbe per certificare il raggiungimento della vetta. La macchina fotografica e altri indizi potrebbero trovarsi con Irvine, protagonista di un altro mistero. Infatti, nel 1975, l’alpinista Wang Hong-bao descrisse al suo capo spedizione l’avvistamento di un corpo con abiti inglesi, presumibilmente ad una quota di 8200 metri e nei pressi del campo cinese, ma senza riuscire a indicare il luogo preciso. Quella salma non poteva essere Mallory, ritrovato più distante da dove era stato posizionato il campo cinese.

In questa vicenda, soprattutto per la dinamica della tragedia, rimangono ancora troppi punti oscuri. Non si può però dubitare dell’autentica impresa che fu compiuta da Mallory e Irvine sfidando l’Everest nel 1924.

Jacopo Giovannini

Laureato nel Corso Triennale in Storia presso l’Università di Genova con una Tesi intitolata “Vette nere: l’alpinismo nell’immaginario fascista”. Attualmente è iscritto al Corso Magistrale di Scienze Storiche presso l’ateneo genovese. Il suo periodo di riferimento è quello contemporaneo, ma non vuole porre dei limiti precisi al lavoro di ricerca che conduce.

 

 

 

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